La decisione della Corte Suprema che segnerà le sorti del villaggio palestinese di Susiya

fonte: http://palsolidarity.org

Il 31 di Gennaio i giudici della Corte Suprema si riuniranno per considerare due petizioni che interessano il futuro del villaggio palestinese di Susiya. Si discuterà della petizione presentata dall’organizzazione Regavim che chiede di accelerare la demolizione di gran parte del villaggio. L’altra petizione invece cerca di impedire che la terra rimasta divenga off-limits ai residenti.

Susiya,un villaggio palestinese a sud della Cisgiordania privo di una rete elettrica, idrica e fognaria, è a rischio demolizione. Il villaggio vive nell’incertezza da quanto i residenti sono stati progressivamente cacciati dalle loro case a partire dal 1980 quando la zona è stata dichiarata una zona archeologica protetta. Non avendo altra scelta, i residenti si sono spostati nelle zone agricole vicine, dove però non è stato permesso loro di costruire.

La prima petizione che considererà la Corte procede dall’organizzazione di estrema destra Regavim  e dalla colonia ebraica di Susya. Essa chiede di accelerare la demolizione di gran parte degli edifici presenti nella Susiya Palestinese. Tale demolizione comporterebbe la completa scomparsa del villaggio. I richiedenti hanno già ottenuto un’ingiunzione restrittiva che proibisce la costruzione di altri edifici del villaggio fino a decisione presa. L’organizzazione Rabbis fo Human Rights rappresenterà i residenti. La petizione è stata presentata contro il Ministero della Difesa e gli abitanti palestinesi di Susiya.

La seconda udienza riguarderà la petizione presentata dai residenti sostenuti da Rabbis for Human Rights, che contestano il sequestro di circa 3000 dunam di terreno agricolo. La petizione chiama in causa il Ministero della Difesa, i dirigenti dell’Amministrazione Civile, il Capo della Polizia di Hebron, l’Associazione delle Cooperative di Susya e il Comune di Har Hevron e chiede che si metta fine alle pratiche seguenti:

 A. Collaborazioni illegittime fra i coloni di Susiya con l’IDF

I ricorrenti palestinesi lamentano come l’accesso ai campi sia loro impedito con minacce e aggressioni perpetrate dai coloni e dagli avvampasti militari vicini. Queste azioni non sono conseguenza di ordini dall’alto, ma si tratta di operazioni arbitrarie e quindi illegittime delle forze militari che allontanano i residenti palestinesi dai loro campi. Inoltre la polizia fa rispettare gli ordini conto i residenti non prendendo mai in considerazione le denunce palestinesi degli episodi di violenza e delle violazioni dei diritti di cui sono vittima.

Per ultimo, l’Amministrazione Civile rifiuta di far entrare i residenti nei campi sottoposti a sequestro, in violazione del diritto israeliano, internazionale e dei diritti umani, i quali esigono che il governo militare della forza occupante protegga la popolazione palestinese locale e i suoi diritti fondamentali.

B. Divieto dell’accesso della popolazione palestinese ai propri campi sottratti dalla colonia

Mentre ai palestinesi è impedito di accedere ai loro campi, gli abitanti di Susya hanno gradualmente  invaso i terreni dei privati ricorrendo ad aggressioni e minacce. Quando è stata presentata la petizione, gli abitanti di Susya e gli avamposti militari attorno hanno occupato circa 400 dunam che rappresentano circa il 15 % della zona il cui accesso è stato proibito ai palestinesi.

La seguente petizione chiede: di garantire la libertà di movimento dei ricorrenti nelle loro terre e di garantire la protezione dei ricorrenti dalla violenza dei coloni.

Il Legale di Rabbis for Human Rights Quamar Mishirqi-Asad dichiara:  “Temiamo che la Corte trarrà un’infondata simmetria fra le due petizioni e li respingerà entrambe in quanto: prima facie lo stato e le forze di sicurezza stanno già occupandosi del caso operando secondo i loro tempi: demolendo e bloccando l’accesso. Tuttavia in entrambi i casi, lo stato sta nuocendo ai palestinesi in un modo che è fondamentalmente incostituzionale, portando avanti una politica che contraddice i principi democratici fondamentali. Innanzitutto lo stato impedisce una pianificazione paritaria e un’equa rappresentanza dei residenti palestinesi negli organi di competenza. In secondo luogo ignora il danno fatto ai palestinesi quando provano a recarsi nei propri campi; spesso le forze di sicurezza collaborano impedendone l’accesso. La corte dovrebbe sapere che: lo stato non sta lavorando per riparare al danno fatto; essa è la vera ragione della condotta iniqua perpetrata per la quale si chiede un coinvolgimento della Corte. Sia le forze dell’ordine sia gli organi di pianificazione territoriali discriminano i palestinesi.”

Rabbi Arik Ascherman, Rabbis for Human Rights:  “Regavim dichiara che il suo obiettivo è di proteggere le terre della nazione. Quando lo slogan è paragonato alle azioni dell’organizzazione, il suo programma è indubbiamente più chiaro. Regavim chiede la distruzione degli edifici nelle terre palestinesi attraverso una pianificazione territoriale-indicando che anche i campi dei palestinesi vadano inclusi nelle cosidette terre della nazione proteggendo i campi dai loro legittimi proprietari, considerati alla stregua di invasori stranieri. Questo programma che celebra la discriminazione, si basa su un’ interpretazione distorta delle fonti del giudaismo sminuendo dunque  i grandi del pensiero ebraico che condannano la discriminazione e il furto ai non ebrei. Proprio Rabbi Akiva in una decisione, disse che anche un non-ebreo che non segue i sette comandamenti di Noahide deve essere al riparo dal furto, dall’oppressione e dall’inganno, e tutto ciò che gli viene sottratto deve essere restituito (Bava Kama 113b; Hulin 94a; Rambam, Mishneh Torah, Leggesu Furto e Perdita  1:2; Legge sul Furto 1:1; Shulchan Aruch Choshen Mishpat 348:2, 359:1) Tutte le azioni di Ragavim dovrebbero essere giudicate seguendo tale proposito”.

 traduzione: Nuraddin




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