Colpito sei volte, poi trascinato via: la morte di un adolescente palestinese per mano delle truppe israeliane

http://www.haaretz.com/israel-news/.premium-1.769313
 di Gideon Levy
Solitamente, un solo proiettile viene sparato in direzione delle gambe di un manifestante e questo è sufficiente per ‘neutralizzare la minaccia.’ Questa volta i soldati hanno sparato sei colpi, tutti a Qusai.

haaretz

La parete esterna della sua casa è ora coperta da un ingrandimento fotografico colossale, a due piani. È così che lo si è visto nei suoi momenti finali: i soldati delle Forze di Difesa israeliane, afferrandolo per le mani e i piedi, tirandolo come se fosse un sacco di patate, la testa sbatteva con forza contro i sassi. In piedi intorno ci sono circa 10 soldati, a guardare impassibili il risultato delle azioni dei loro compagni.

L’immagine copre il lato di una casa in lutto; l’intero villaggio può vederlo. In fondo c’è una legenda: “Non dire che sono stato ucciso nella mia infanzia. Io risveglierò coloro che risiedono nelle tombe, e dichiarerò una rivoluzione sotterranea”.

Non è possibile rimanere insensibile a una vista come questa. Né è possibile essere indifferenti quando si guarda il filmato che documenta la sua uccisione: i colpi sparati a un altre volte lanciatore di pietre, disarmato che non è un  pericolo per nessuno, il 17enne giace inerme e immobile a terra, i soldati furiosamente lo caricano ancora, uno di loro addirittura inciampa e cade sul corpo di Qusai al-Amour. Poi si vedono due soldati che cercano di prenderlo, ma scivola fuori dalla loro portata, a quel punto  iniziano a trascinarlo giù per il pendio, con la testa che rimbalza.

Egli è morto o morente, in questa fase, essendo stato colpito sei volte, lì tra gli ulivi. Sparano anche proiettili di gomma a Hiyam, sorella maggiore della vittima, quando cerca di avvicinarsi; lei è costretta a correre per salvarsi, urlando mentre saltella su un piede dopo essere stata colpita. La madre di sette, 40enne ha cercato invano di salvare il fratello dai soldati, ed è stata lei stessa ricoverata in ospedale. E sullo sfondo la bandiera blu-bianco di Israele allegramente sventola su una delle jeep blindate parcheggiate nelle vicinanze, alla gloria eterna delle IDF e dello Stato di Israele.

Questo è il modo in cui il 16 gennaio, le truppe hanno ucciso Qusai al-Amour, uno studente di Tuqu, un villaggio palestinese di 14.000 persone, situato ad est di Betlemme. Qusai si era svegliato tardi quella mattina, era la pausa del semestre. Era il figlio più giovane di Fatima, una casalinga, e di Hassan, un tagliapietre; ha 12 fratelli e sorelle. Qusai era uno studioso di scienza che sognava di andare in Algeria per studiare, come molti altri giovani del suo villaggio hanno fatto. È andato a pregare e poi è andato a Betlemme per partecipare ad un workshop di arricchimento in fisica. In seguito, Qusai è andato a visitare Hiyam, che vive vicino all’ingresso del villaggio.

Una torre di guardia fortificata è stata installata dall’esercito quattro mesi fa lungo la strada di accesso a Tuqu; chiunque entra o esce è ora osservato dai soldati. Nelle due settimane che precedono l’uccisione di Qusai, l’esercito spesso ha fatto irruzione nel villaggio, di notte e di giorno, per condurre arresti, e a quanto pare a provocare i giovani e nuocere ai residenti. Non è chiaro il motivo. Dal momento che le tensioni crescevano, la strada è stata cosparsa di rocce e resti carbonizzati di pneumatici. Attraversare la strada richiede che gli autisti adottino una tecnica di slalom.

Tuqu è un villaggio combattivo; i giovani hanno iniziato a fare manifestazioni qualche mese fa sulla strada di accesso ogni volta che i soldati sono arrivati sul posto, in particolare il venerdì, ma anche nel bel mezzo della settimana, anche se con un’affluenza più rada. In quel fatidico Lunedi, testimoni oculari dicono che tra 10 e 20 adolescenti mascherati erano in piedi tra gli ulivi nei pressi della curva della strada, lanciando pietre contro le relativamente grandi forze che stavano arrivando.

Al momento, il capo del consiglio del villaggio Hatam Sabah era nel suo ufficio nella sede del Consiglio, che è il primo edificio che si vede come si entra a Tuqu, e si affaccia sulla zona in cui gli scontri si svolgono spesso. Stava guardando giù dalla finestra del suo ufficio e ha notato grandi distaccamenti di truppe IDF, tra cui soldati vestiti come gli arabi e altre forze speciali, che erano giunti all’ingresso del paese. Aveva un presentimento che le cose stavano andando male, ci ha detto lunedi, quando siamo arrivati. Che questa non era un modo tipica di dispiegamento dell’esercito in Tuqu.
(segue, in inglese)

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