I palestinesi manifestano perché Israele restituisca i cadaveri dei loro figli, mariti e padri

1 agosto 2018 | International Solidarity Movement, Ramallah Team | Deir Abu Mash’al

I palestinesi manifestano perché Israele restituisca i cadaveri dei loro figli, mariti e padri

Circa 300 palestinesi della Cisgiordania (compresa Gerusalemme est occupata) si sono riuniti oggi a Deir Abu Mash’al per protestare contro la pratica israeliana di trattenere i cadaveri dei palestinesi senza restituire alle loro famiglie. La pratica di farlo è un crimine di guerra che crea immense sofferenze per le famiglie che già affrontano il trauma di aver perso una persona cara. Deir Abu Mash’al è un villaggio di circa 5000 abitanti, a 25 km da Ramallah.


I palestinesi – donne e uomini, bambini e anziani – si sono riuniti su una strada principale del villaggio per chiedere il ritorno dei loro familiari perduti, i cui corpi sono ancora tenuti da Israele. Molti degli uomini sono morti durante la detenzione, altri sono stati uccisi o colpiti durante le proteste o altri incidenti. Alcune famiglie hanno aspettato decenni, perché i loro mariti e figli ricevessero una dignitosa sepoltura nella loro patria.


Tra i manifestanti c’erano anche le famiglie di Baraa Saleh, Adel Ankoush e Osama Atta di Deir Abu Mash’al. I tre giovani sono stati uccisi dopo aver pugnalato un poliziotto di frontiera israeliano nella Gerusalemme-Est occupata il 17 giugno 2017. Subito dopo l’incidente, i soldati israeliani e la polizia di frontiera hanno bloccato tutte le strade da e verso Deir Abu Mash’al, fatto irruzione nelle case dei contadini, ispezionato le loro macchine e revocato i permessi dei paesani per accedere a Israele per lavoro e visite familiari; queste ripercussioni sono considerate a livello internazionale come una punizione collettiva. Tali misure sono considerate un crimine di guerra, in diretta violazione della Quarta Convenzione di Ginevra. Vale a dire l’articolo 33: “Nessuna persona protetta può essere punita per un reato che non ha commesso personalmente”. Inoltre, costituisce una violazione del consueto diritto internazionale umanitario. Le strade del villaggio sono state aperte successivamente, ma oggi gli abitanti del villaggio sono ancora traumatizzati e soffrono di ripercussioni in corso (ad esempio punizioni riguardanti i loro permessi di lavoro o la demolizione della loro casa).


Inoltre, le famiglie dei tre uomini uccisi il 16 giugno 2017 hanno ricevuto ordini punitivi di demolizione della casa. Queste famiglie sono state rese dei senzatetto. Non sono solo le tre famiglie, ma l’intero villaggio e tutte le famiglie palestinesi che non hanno ancora ricevuto i corpi dei loro figli, fratelli, cugini e mariti smarriti; così, ancora soffrono da punizione collettiva. In effetti, la pratica israeliana di detenere i corpi dei palestinesi uccisi è considerata una punizione collettiva, quindi una violazione del diritto umanitario internazionale e del diritto internazionale sui diritti umani da parte del Comitato contro la tortura, del Segretariato generale delle Nazioni Unite e dell’Ufficio dell’Alto Commissario per i Diritti umani.

 
Due giorni prima della protesta a Deir Abu Ma’shal, un giovane palestinese, Mohammad Tareq Dar Yousef (17 anni) del vicino villaggio di Kobar è stato ucciso a colpi di arma da fuoco, dopo aver pugnalato tre coloni nell’insediamento illegale Adam nella West Bank. Uno dei coloni è morto per le sue ferite. Il villaggio di Kobar è già stato saccheggiato, le strade dentro e fuori sono state bloccate e la famiglia di Mohammad rischia di rimanere senzatetto visto che la loro casa sta per essere demolita (riportato da IMEMC). Si prevede che anche il corpo di Mohammad si fermerà in Israele.


Tra il 2008 e il 2015 Israele ha trattenuto 253 cadaveri, dal 2015 Israele ha trattenuto altri 26 cadaveri.
Nel 2011, 91 cadaveri sono stati restituiti alla Palestina, 11 di quelli sono rimasti a Ramallah in quanto la loro identità rimane sconosciuta. Dal 2013 al 2014 Israele ha restituito 21 palestinesi che hanno perso la vita nella Seconda Intifada. Un corpo è stato tenuto per 35 anni prima che fosse dato alla famiglia.
Per ulteriori letture vai a:
http://www.jlac.ps/details.php?id=miur55a761yzlz6mesg9

http://www.ohchr.org/EN/NewsEvents/Pages/DisplayNews.aspx?NewsID=16883&LangID=E

 

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