La dichiarazione della volontaria norvegese dell’ISM presa di mira e colpita da un soldato israeliano a Kafr Qaddum – video incluso

18 agosto 2018 | International Solidarity Movement | Kafr Qaddum, Territori Occupati

 

Kafr Qaddum: Watch this video showing a female ISM volunteer getting shot in the thigh with a rubber-coated steel bullet while accompanying a Palestinianman to get his car, which the soldiers had taken.

Gepostet von International Solidarity Movement am Samstag, 18. August 2018

Mi chiamo Kristin Foss, ho 43 anni e lavoro come volontaria per l’ISM (International Solidarity Movement). L’ISM è un’organizzazione non violenta, a guida palestinese, che risponde alle richieste di assistenza da parte dei palestinesi che, per varie ragioni, hanno bisogno di testimoni e/o protezione internazionali. In alcuni casi veniamo chiamati dai dimostranti, in altri casi interveniamo perchè i soldati o i coloni fanno irruzione (di giorno o di notte) nella case dei palestinesi, in altri casi ancora sono i bambini che hanno bisogno di essere accompagnati a scuola, perchè vengono molestati dai coloni. Alcune volte interveniamo perché una casa o villaggio sta per essere demolito, altre volte ancora ai palestinesi è negato o interrotto l’accesso all’acqua, e molto altro ancora.

Sono pienamente consapevole del fatto che questo lavoro comporta dei rischi e che mi espone a situazioni pericolose, ma ciò non esime Israele dalle sue responsabilità in materia di diritto internazionale. Israele si presenta come uno stato democratico, con “l’esercito più morale del mondo” – come tale, il minimo che ci si potrebbe aspettare da loro, è che aderiscano al diritto internazionale.

Sabato 18 agosto Anna (una collega islandese) ed io ci siamo recate a Kafr Qaddum, un villaggio vicino a Nablus, nella West Bank. Gli abitanti avevano chiesto la nostra presenza a causa della violenza dei soldati israeliani ogni venerdì e sabato. L’accesso alla strada principale per Kafr Qaddum è stato negato agli abitanti del villaggio dai soldati israeliani 7 anni fa. La strada, costruita e mantenuta dalla popolazione locale di quella zona per generazioni è, oggi, aperta solo ai colonizzatori israeliani insediatisi lì illegalmente. La popolazione locale di Kafr Qaddum ora deve percorrere 14 km – anziché un paio – per arrivare a Nablus, dove molti degli abitanti studiano e lavorano. Gli abitanti protestano per la chiusura della strada ogni venerdì da 7 anni, adesso anche di sabato. Prima e durante le dimostrazioni il villaggio è invaso da soldati che sparano munizioni, proiettili di acciaio rivestiti in gomma e gas lacrimogeni ai dimostranti. Hanno anche spruzzato skunk water (liquame grezzo) nelle case degli abitanti. Diversi abitanti hanno riportato ferite da proiettili, compresi bambini e anziani. Gli abitanti non sono armati (!) – vogliono semplicemente dimostrare pacificamente, e vogliono essere liberi di utilizzare la loro strada.

Quando siamo arrivate, ​​sabato, la dimostrazione era già in corso. I soldati erano appostati in 2 punti nel villaggio. Da entrambe le postazioni stavano sparando con proiettili rivestiti di gomma ad un gruppo di ragazzi, la maggior parte dei quali molto giovani, che lanciavano pietre contro di loro. Anna ed io eravamo presenti in una delle postazioni, osservando ed assicurandoci che i soldati notassero la nostra presenza. La sparatoria è andata avanti per circa un’ora e mezza, prima che iniziasse a calmarsi. A parte le inalazioni di lacrimogeni, non c’erano feriti fino a quel momento.

Quando la situazione si è calmata si è avvicinato a noi un signore anziano, che chiedeva per favore il nostro aiuto. Era uscito sul suo vialetto qualche ora prima, dirigendosi verso la sua macchina per andare a prendere sua moglie, ma non si era accorto che il suo vialetto era pieno di soldati. I soldati hanno rubato/confiscato la sua auto e le chiavi, e l’hanno parcheggiata nel mezzo della strada, usandola come scudo. Visto che la situazione era tranquilla, abbiamo accettato di accompagnarlo a parlare con i soldati e a chiedere la restituzione della sua auto. A questo punto non c’erano sparatorie né lanci di pietre. Il signore, Anna ed io abbiamo iniziato a camminare verso i soldati, con le mani in alto. Io avevo il mio cellulare con fotocamera in una mano. L’uomo camminava sorprendentemente veloce e in un attimo era con i soldati, mentre Anna ed io ci siamo fermate circa 20 metri prima, sempre con le mani alzate. Stavo filmando tutto.

Uno dei soldati mi grida qualcosa in ebraico, non capisco, ma rispondo soltanto che l’uomo rivuole la sua macchina. Poi mi urla che lì è pericoloso, gli rispondo che è pericoloso solo perché mi sta puntando contro un mitra. Le persone dietro di me non costituivano alcun pericolo per soldato né per me. A quel punto è partito un colpo mentre stavo urlando, poi un altro diretto verso di me, e mi ha colpito nell’addome. Il colpo è arrivato, direi, da circa 20-30 metri. Non ho alcun dubbio che di essere stata presa di mira e colpita deliberatamente.

E’ stato estremamente doloroso ed ero sotto shock, ma sono riuscita velocemente a nascondermi dietro un muro di mattoni. Sono stata poi aiutata dai palestinesi, che mi hanno condotta alla vicina ambulanza della Mezzaluna Rossa. Ho ricevuto un trattamento immediato per la mia ferita, il proiettile ha bucato la pelle, quindi c’era del sangue, un bozzo enorme ed era già comparso un livido nero e blu. Il personale dell’ambulanza è stato incredibilmente calmo e professionale.

Dopo circa 5 minuti volevo tornare a confrontarmi con la persona che mi aveva sparato, da una distanza di sicurezza. Ero arrabbiata per essere stato colpito mentre ero disarmata, dopo aver dichiarato la nostra missione, e pur non ponendo assolutamente nessuna minaccia! Tuttavia, Anna è dovuta rientrare in ambulanza perchè stava soffrendo molto per l’inalazione di gas lacrimogeno.  Ci siamo riunite alla protesta dopo un po’, ma abbiamo deciso di stare nelle retrovie e non in prima linea. Mi sentivo molto vulnerabile e avevo paura che potessero spararmi di nuovo.

Vorrei poi aggiungere che so di essere, e di essere stata, molto fortunata. Sono norvegese, e per tutta la vita sono sempre stata protetta da questo genere di violenze. Non devo essere qui, posso scegliere di andare a casa in qualsiasi momento. Tuttavia, questo incidente ha solo rafforzato la mia determinazione a continuare a combattere, in solidarietà con i palestinesi, che a differenza di me non hanno scelta. Migliaia di palestinesi sono stati uccisi quest’anno. Con proiettili di acciaio rivestiti di gomma e munizioni vere. I palestinesi vengono fucilati per il “crimine” di manifestare per i propri diritti umani fondamentali, o semplicemente per il “crimine di essere nati palestinesi”.

Mentre il mio caso ha fatto saltare in aria i media, il loro passa inosservato.

È una sensazione snervante, la consapevolezza che uno sconosciuto ha puntato un mitra contro di me, forse discusso con i suoi colleghi se spararmi o meno – e poi ha scelto di spararmi. E’ snervante il fatto che qualcuno volesse farmi del male, senza sapere nulla di me – che mi abbia sparato sapendo che non avrebbe subito alcuna ripercussione. I palestinesi devono convivere con questo ogni giorno. La consapevolezza che in qualsiasi momento un cecchino israeliano potrebbe averli nel mirino, e potrebbe sparare per ucciderli o mutilarli. Sparare a loro, sparare ai loro figli, ai loro genitori, ai loro amici, ai loro cari. Violenza.

Siccome sono norvegese, posso ed userò la mia storia per mettere in evidenza ciò che sta accadendo qui nei media norvegesi. Ma non dimentico, nemmeno per un secondo, che quello che è successo a me, è solo un piccolo, minuscolo assaggio di ciò che è la vita sotto l’occupazione di Israele.

Palestina libera!

In solidarietà!

Kristin Foss, attivista dell’International Solidarity Movement

 

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