Il regime di censura di Israele diventa globale

19 dicembre 2018

 https://www.middleeastmonitor.com/20181219-israels-censorship-regime-goes-global/

di Asa Winstanley @AsaWinstanley

Per un governo che si vanta sfacciatamente di essere “l’unica democrazia in Medio Oriente”, Israele in realtà ha molte tendenze antidemocratiche.

Il principale di questi è la semplice realtà che Israele applica una dittatura militare a milioni di palestinesi.

Queste persone – nella West Bank e nella Striscia di Gaza – non possono votare alle elezioni israeliane. Non hanno eguali diritti secondo la legge israeliana. Possono vedere le loro
proprietà,  le loro case e persino le loro vite portate via in un attimo dai soldati israeliani o dai coloni.Il sistema della legge israeliana, secondo cui i palestinesi nei settori della Palestina designati dal diritto internazionale come “territori occupati” è una legge militare. Questo è quindi un regime di apartheid, dal momento che i coloni israeliani che vivono anche in Cisgiordania sono soggetti a un diverso insieme di leggi: la legge civile.

Il tasso di condanna del regime delle “corti militari” è del 99,7 per cento. Questo è un sistema di tribunali fatticcio ed è profondamente anti-democratico e razzista.

Un altro motivo per cui Israele non può essere ragionevolmente descritto come una democrazia è che applica un sistema di censura militare.

Gli ufficiali dell’esercito e altri personaggi di spicco delle forze armate israeliane possono essenzialmente dire ai media israeliani cosa fare.

Il più delle volte, nella pratica, i giornalisti israeliani mainstream sono asserviti e non mettono in discussione le narrative ufficiali, quindi c’è spesso pochissima necessità che i media siano attivamente censurati. Sanno già cosa non pubblicare.

Ma non è sconosciuto per l’esercito emettere “ordini di mettere a tacere” in modo che i fatti chiave non possano essere riferiti al pubblico israeliano. E tali ordini sono spesso usati per ragioni politiche manipolative.

Ad esempio, due soldati israeliani dell’occupazione sono stati uccisi la settimana scorsa, presumibilmente da parte di attentatori palestinesi. All’inizio la stampa israeliana – imbavagliata dalla censura militare – riferì solo che “due israeliani sono stati uccisi”.

56 giornalisti sono stati arrestati, convocati o detenuti dalle forze di Israele…
È quasi come se Israele avesse qualcosa da nascondere

Mentre ciò era tecnicamente vero, era in effetti piuttosto fuorviante, poiché implicava che i due erano civili, non soldati.

Era sicuramente un fatto saliente, degno di nota, che i due fossero in realtà soldati d’occupazione armati, che erano – come tutti i soldati israeliani – impegnati in un atto che il diritto internazionale definisce belligerante occupazione militare. In quanto tale, i palestinesi sono autorizzati dalle leggi del diritto internazionale a difendersi resistendo a questa occupazione militare, incluso l’uso della forza armata.

Ma è stato solo più tardi – una volta “autorizzato per la pubblicazione” dal censore militare israeliano – che alla stampa israeliana “libera e democratica” è stato permesso di rivelare il fatto che i due erano soldati.

Tale censura non è l’azione di una democrazia.

A peggiorare le cose, Israele è ora nelle prime fasi di estensione del suo regime di censura dei media in tutto il mondo.

È aiutato, in questo, dai monopoli di internet della Silicon Valley. Il capitalismo è il sistema stabilito e, come tale, le entità capitaliste sostengono il sistema stabilito. E negli Stati Uniti, il governo stabilito è un governo filo-israeliano.

Quindi i monopoli di internet della Silicon Valley hanno imposto negli ultimi tempi i dettami militari di Israele. Stanno lavorando per ottenere questo risultato in gran parte dietro le quinte, e le cose stanno peggiorando sempre di più, con fonti di notizie palestinesi e altri siti pro-palestinesi sempre più censurati secondo i dettami israeliani.

La Palestina non è l’unico problema in gioco qui, e i media alternativi e di sinistra nel corso degli ultimi due anni hanno sempre più il loro traffico online spremuto da Google, Facebook e sempre più Twitter, come ho riportato in precedenza in questa colonna.

L’ultimo episodio di questo fenomeno è tuttavia sempre più preoccupante.

Nell’ultimo spaventoso atto di censura, Israele sta ora attivamente tentando di applicare il suo regime di censura militare in tutto il mondo.

All’inizio di questo mese, Twitter ha forzato l’Intifada elettronica per eliminare i tweet che riportavano su una squadra di israeliana che aveva invaso la Striscia di Gaza.

Altre pubblicazioni e singoli utenti di Twitter sono stati sottoposti alla stessa censura. C’era chiaramente un tentativo organizzato da Israele di rimuovere tali informazioni da Internet.

I tweet EI avevano riportato e mostrato immagini dei membri della squadra di assassini israeliana. Come ho riferito qui il mese scorso, gli israeliani si sono infiltrati nella Striscia di Gaza nel tentativo di rapire o uccidere combattenti della difesa palestinese.

Hanno anche usato la copertura dei gruppi di aiuto umanitario per aiutare a infiltrarsi. Tale inganno è classificato come perfidia ed è un potenziale crimine di guerra secondo il diritto internazionale, in quanto mette a rischio il lavoro di beneficenza e degli operatori umanitari.

Dal momento che Israele sta tentando di espandere il suo regime di censura in tutto il mondo, sta a noi sfidare questi tentativi di impedire che la verità esca. Sfidiamo Twitter e la censura di Israele: ripubblicate le foto dei sospettati.

Tale censura è particolarmente insidiosa. Qualora rimanesse in piedi, significherebbe rendere la vita più difficile per il pubblico israeliano e anche per i giornalisti onesti.

Il più astuto dei giornalisti israeliani a volte aggira i censori militari riferendo su ciò che i media stranieri dicono su un argomento tecnicamente censurato in Israele.

Il targeting israeliano di questi tweet in particolare sembra un tentativo di fermare ciò che sta accadendo.

Non dobbiamo lasciarlo stare.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

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