Richieste cure per la detenuta con il volto sfigurato

30 dicembre 2018 | International Solidarity Movement | Al Khalil | Palestina occupata

In data odierna l’ISM ha partecipato ad una manifestazione politica per richiedere il libero accesso alle cure mediche per Israa Jaabis, una donna di 33 anni, palestinese, rinchiusa in carcere dallo stato di Israele con l’accusa di voler fare un attacco kamikaze.

Accusa a dir poco stramba perché i vetri della macchina al momento del fermo erano intatti, così come la vernice esterna alla macchina.

Più semplicemente c’e’ stato un guasto che ha provocato un incendio, in cui la donna che prestava volontariato travestendosi da clown presso l’ospedale Augusta Victoria nella Gerusalemme est occupata, è rimasta gravemente ustionata.

Per questo incidente è stata condannata da un tribunale israeliano alla pena di 11 anni di detenzione senza un regolare processo.

La donna ha il volto sfigurato dall’incendio.

Con queste parole, la sorella Muna, ci ha riferito cosa le ha detto la sorella: “Ho paura di me, ho paura del mio volto quando mi guardo allo specchio. Posso solo immaginare cosa provano gli altri nel vedermi. Quando c’e’ stato l’incidente, quando la mia auto ha preso fuoco pensavo di morire”

La donna e’ rinchiusa a Hasharon, l’unica prigione israeliana per prigionieri palestinesi.

Rotta dentro, bruciata sul corpo, ogni giorno patisce una quantita’ immensa di dolore. 

Il suo avvocato ci ha comunicato che all’interno del sistema di prigioni israeliane (IPS) non riceve adeguate cure mediche.

 

Soffre di ustioni di primo e terzo grado sul 60% del suo corpo e dipende da un compagno di prigionia che la assiste in compiti semplici.

Lei si sente umiliata, ci racconta la sorella, Muna, oggi qui ad Al Khalil (Hebron). 

Durante la manifestazione odierna era presente anche il padre del ragazzo ucciso il 3 settembre 2018, che ha fatto una veglia di 82 giorni presso Ibn Rojd.

In data odierna l’ISM ha partecipato ad una manifestazione politica per richiedere il libero accesso alle cure mediche per Israa Jaabis, una donna di 33 anni, palestinese, rinchiusa in carcere dallo stato di Israele con l’accusa di voler fare un attacco kamikaze.

Accusa a dir poco stramba perche’ i vetri della macchina al momento del fermo erano intatti, cosi’ come la vernice esterna alla macchina.

Piu’ semplicemente c’e’ stato un guasto che ha provocato un incendio, in cui la donna che prestava volontariato travestendosi da clown presso l’ospedale Augusta Victoria nella Gerusalemme est occupata, e’ rimasta gravemente ustionata.

Durante la manifestazione odierna era presente anche il padre del ragazzo ucciso il 3 settembre 2018, che ha fatto una veglia di 82 giorni presso Ibn Rojd.

Anche lui ci racconta con le sue parole cosa succede qui in Palestina: “voi non avete la piu’ pallida idea di cosa e’ una occupazione militare che dura da piu’ di 70’anni.

Mio figlio e’ stato ucciso dagli israeliani e i suoi assassini non hanno subito neanche un regolare processo.

Quando muore un figlio, per noi che siamo genitori, e’ peggio che morire, perche’ non riesci piu’ a smettere di piangere dentro”.

Poi ritorniamo da Muna e lei ci racconta: “Otto delle dita di mia sorella furono amputate mentre si erano sciolte a mozziconi dalle ustioni.

Non riesce a sollevare le mani fino in fondo perché la sua pelle ascellare è incollata.

Il suo orecchio destro è quasi inesistente ed e’ in uno stato costante di infiammazione.

Il suo naso ha un buco aperto su un lato; lei respira principalmente attraverso la sua bocca.

Soffre anche di esaurimenti nervosi, shock e gravi crisi psicologiche”.

Muna sembra che abbia la forza di un’Anna Magnani del dopoguerra, ma quando la guardi negli occhi leggi tutta l’ingiustizia che puo’ provare non solo per l’incidente, ma soprattutto perche’ un governo di un paese democratico non puo’ privare di cure mediche obbligatorie, in questa maniera deplorevole, una donna vittima di un incidente.

In una vera democrazia, fatto salvo il processo militare fasullo che non legittimiamo assolutamente, lo stato che imprigiona deve garantire ai detenuti adeguate cure mediche.

Il fatto che uno stato si accanisca in questo modo becero su una donna, fa emergere chiaramente quanto lo stato israeliano trasformi le sue prigioni in veri e propri campi di concentramento.

Muna, la sorella di Israa Jaabis ci ringrazia per essere venuti e ci racconta:

“Non trovo le parole per dire cosa proviamo, non solo per l’incidente che ha distrutto la vita di mia sorella, ma anche perche’ ha ricevuto un processo ingiusto ed e’ stata ingiustamente condannata senza prove.

E adesso ogni giorno per lei e’ un inferno perche’ sente dolori atroci su tutto il corpo, perche’ lei non si riconosce piu’ e perche’ a tutto questo si aggiunge questa dannata occupazione militare che come una campana amplifica il dolore sociale e non permette a mia sorella di avere adeguate cure mediche.

Voi non potete capire cosa provo nel vedere mia sorella cosi’.

Ogni giorno prego Dio che mi dia la forza di continuare a lottare, perche’ alle volte non ce la faccio piu’, non ce la faccio veramente piu’.

Io vorrei solo non vederla piu’ piangere”.

 

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