Tom: pensieri alla partenza

Sono alla fine del mio tempo qui.

E forse non tornerò mai più.

Dopo il mio arresto corro il serio rischio che il mio nome finisca nella black list delle persone sgradite a Israele.

Sono profondamente dispiaciuto. Avrei voluto fare di più.

Perché nel mio secondo tempo qui che è volato, tutto aveva un senso.

La vita aveva un senso.

Nella mia testa ho ancora gli occhi e i sorrisi dei bambini di Um Al Khair.

Cosa ne sarà di loro? Che fine faranno?

E’ veramente possibile porre fine a questa squallida occupazione militare con la non violenza?

E dove sono i media, i ministri e i governi del mondo davanti a questi scenari che in medio oriente passano in sottofondo.

Quello che provo riuscirò mai a raccontarlo?

Ricordo il profumo del the con la foglia di menta dentro quando sono arrivato.

E i bambini, qua è strapieno di bambini.

Come farò a tornare a cio’ che ero prima. Al mio lavoro. Alla normalità.

E cosa c’è di normale nello stare in Italia, mentre qui avviene quel che avviene.

Non so perché, ma quello che ho nella testa mi fa sentire veramente solo.

Una voragine, un abisso di cui non si vede il fondo.

Un muro contro cui sbattere la testa come dannati.

Pace. A quale costo senza giustizia.

Inspira. Respira. Guarda.

In Palestina stanno rubando il sole.

E si sono dimenticati dei baci rubati ai porti coloniali.

Il brigantino chiuderà le vele per un po’.

Torna al porto sicuro.

Ma è difficile legare le vele dopo la tempesta.

Il vento soffia, fa freddo, eppure qualcosa sta già cambiando, qualcosa è già cambiato.

Le nuvole hanno girato per 70 anni e aspettano di scatenare la pioggia, che possa lavare, andar via.

Mi sento veramente strano e triste.

Vorrei solo aver diritto ad un altro tempo qui.

Solo per rivedere i bambini.

Non sono riuscito ad andare nel bagno turco.

Non ho avuto tempo.

Il tempo mi ha sbranato la vita.

Ed ho un’immensa fame.

Non di tempo o di terra.

Ho una immensa fame, ma non di pace.

Ho una immensa fame dio mio, di giustizia.

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