Un resoconto personale di detenzione, razzismo e regole infrante

8 maggio 2019 | International Solidarity Movement | Team Al-Khalil | Al-Khalil (Hebron), Palestina Occupata

https://palsolidarity.org/

Il quartiere di Salaymeh vicino al checkpoint di Salaymeh (160) è stato il centro delle tensioni tra palestinesi e israeliani nella città di Al-Khalil (Hebron). Questo checkpoint taglia fuori un quartiere già povero e in difficoltà dal resto della città. in questi posti di blocco, che sono in tutta Hebron, i palestinesi vengono fermati, rinviati a casa, perquisiti, vengono loro richiesti i documenti d’identità e a volte è negato loro il passaggio. I checkpoint sono un’umiliazione quotidiana ed un’intimidazione della popolazione locale da parte dell’esercito israeliano occupante.
Il posto di blocco di Salaymeh viene anche usato ogni giorno dai bambini che vanno e vengono dalla scuola e che sono soggetti allo stesso trattamento da parte dei soldati. Dal momento in cui i bambini iniziano ad apparire come adolescenti, passano dall’essere trattati come bambini a essere trattati come criminali. Per far fronte a questo, i bambini devono imparare a gestirsi da adulti fin dalla tenera età e, di conseguenza, sono costretti a crescere troppo in fretta.
C’è una grande tensione ai posti di blocco perché i bambini sono arrabbiati e frustrati, e i soldati sono ostili e conflittuali. Ci sono frequenti scontri tra bambini e soldati. I soldati lanciano gas lacrimogeni e granate stordenti e talvolta sparano proiettili di gomma ai bambini che lanciano sassi sul posto di blocco. Questa risposta, che avviene quasi quotidianamente, è completamente sproporzionata: gli adulti usano armi militari contro i bambini mentre vanno a scuola.
La scorsa settimana 2 bambini sono stati rapiti e detenuti illegalmente dai soldati a Salaymeh. Entrambi avevano 14 anni, vengono da Gerusalemme e stavano visitando il loro cugino ad Al-Khalil. I bambini sono stati trascinati da scuola, perquisiti, costretti in ginocchio e ammanettati dai soldati. Uno di loro è stato lasciato andare dopo 2 ore, l’altro è stato portato in una base militare, dove è stato interrogato senza il suo avvocato o i genitori presenti.

Un’attivista internazionale che stava documentando questo incidente è stata anche detenuto dai soldati, lei descrive la sua detenzione come segue:
Sono stata al checkpoint di Salaymeh a giorni alterni per un mese e mezzo cercando di documentare le molestie dei bambini nei confronti dei soldati, tenendomi in contatto con le Nazioni Unite, in modo che possano sperare di aiutare se i bambini vengono arrestati. Sono sempre attenta a non inimicarmi i soldati e cercare di interagire con loro il meno possibile. La mia speranza è che una presenza internazionale comporti meno violenza perché i soldati sapranno di essere osservati e potrebbero essere ritenuti responsabili.
Il giorno in cui sono stata detenuta stavo filmando un soldato come di consueto, che ha minacciato di arrestare un altro attivista che era con me. Dato che durante la mia permanenza al posto di controllo di Salaymeh ero stata testimone di molte regole infrante e violenze da parte dell’esercito, sapevo che era importante continuare a filmare. Il comandante mi ha chiesto di andare via, e quando ho continuato a filmare, mi ha detto che  mi avrebbe fatto muovere un altro soldato con la forza. Quando non ho smesso di filmare, mi ha detto di andare con lui, e di avere l’autorità per effettuare arresti. Ero molto incerta su cosa fare in questa situazione – mi era stato detto prima che i soldati non potevano effettuare arresti, ma ero confusa, e avevo paura di ciò che poteva accadere, così ho obbedito e sono andata con lui. Più tardi ho scoperto che ciò che il comandante aveva detto era in realtà una bugia e che lui non aveva assolutamente alcuna autorità legale per trattenermi.
Sono stata trattenuta al posto di controllo di Salaymeh per un’ora e mezza, sentendomi dire che la polizia sarebbe venuta ma non l’hanno mai fatto. Sono stata quindi messa in un furgone militare senza che mi venisse detto dove venivo portata. Poi mi hanno fatto girare per la città avanti e indietro per mezz’ora, il che era molto confuso. Non so ancora perché l’abbiano fatto, ma ora credo che stessero cercando di liberarsi dalle Nazioni Unite che stavano cercando di scoprire dove mi trovavo per aiutarmi. Alla fine sono stata portata in una base militare dove tenevano anche il bambino palestinese che era stato arrestato. Siamo rimasti entrambi lì per oltre 5 ore. Durante questo periodo sono stato mandata in giro, interrogata sporadicamente, non mi è mai stato dato cibo o acqua e non mi è stato mai spiegato nulla. Mi è stato detto che non sarei mai stato in grado di tornare nel Paese e che sarei stata deportata quel giorno. Per tutto il tempo mi è stato negato l’accesso al mio avvocato e non mi è mai stato fornito alcun motivo per cui venissi trattenuta.
Quello che mi ha colpito di più di essere stata detenuta con il bambino palestinese è stato che, in quanto internazionale, sono stata trattata molto meglio. Io, un’adulta, non ero ammanettata e mi è stato permesso di mantenere le mie cose. Lui però, un bambino, è  ammanettato, trattenuto, perquisito, e hanno preso il suo telefono e le sue cose. È stato scioccante e irritante per me che questo bambino sia stato trattato così tanto peggio di me – mi ha reso molto ovvio che il trattamento dei palestinesi ha indubbiamente le sue radici nel razzismo.

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