Ancora riflessioni sul tentativo di tagliare le reti di Gaza

18 gennaio 2020

La settimana scorsa, assieme ad gruppo di internazionali appartenenti al collettivo Gaza2020BreakingTheSiege abbiamo provato in due diverse occasioni a sfidare i sistemi di sicurezza delle forze di occupazione con l’intenzione di violare la barriera di filo spinato separante i territori occupati durante la guerra del 1948 dalla più grande prigione a cielo aperto mai esistita, Gaza. Differentemente dall’accesso via mare, che è stato più volte tentato e riuscito in passato, il traversamento via terra nella regione del Naqab è sempre stato un tabù per gli attivisti internazionali. Queste azioni sperano di essere una scintilla per mostrare che rompere l’assedio è possibile, ed è un obbligo morale provarci. 

Di seguito, cercherò di andare a fondo riguardo le motivazioni personali che mi hanno spinto a  supportare questo movimento, con l’intenzione di stuzzicare un genuino interesse ed una concreta voglia di partecipazione ad un futuro tentativo.

Innanzitutto, è importante dire che la barriera di Gaza non è riconosciuta ufficialmente come confine internazionale, ma come barriera di sicurezza, in analogia a come gli stati nazione percepiscono le mura separanti un carcere dalla società considerata civile. Esattamente come i cosiddetti criminali vengono considerati un pericolo per la stabilità e la riuscita del sistema imposto dagli stati, la popolazione gazawa viene vista dalle forze di occupazione come un ostacolo per la raggiunta dell’obbiettivo ultimo delle politiche sioniste: al contempo l’appropriazione dei territori dei Palestinesi e l’assoluta maggioranza demografica. Già da questa considerazione preliminare si può capire come la questione palestinese, ed in particolare la situazione della striscia di Gaza, sia un problema strettamente politico, che con gli anni ha preso una dimensione umanitaria enorme. 

Il modo in cui la barriera viene concepita, si ripercuote ad esempio anche sul tipo di accusa che ha motivato il nostro arresto durante la prima azione: “Conspirazione di crimini contro lo stato di israele e danneggiamento di proprietà militari”. È evidente quanto l’interesse delle forze di occupazione si concentri sul fatto che violare l’assedio significhi esporre lo “stato di israele” ad eventuali pericoli. 

A conti fatti, quali potrebbero essere questi pericoli? Lo stato di assedio è una manna dal cielo per lo stato sionista. Soprattutto in seguito al ritiro delle truppe e dei coloni dalla striscia, avvenuto in concomitanza con la fine della seconda intifada, le forze di occupazione hanno finalmente potuto iniziare un embargo totale sull’economia gazawa, senza correre il rischio di coinvolgere eventuali coloni sionisti. Restrizioni su acqua, elettricità, beni primari, medicinali e razionamento del cibo basato su un calcolo di calorie pro-capite, sono le conseguenze dirette dell’embargo, alle quali si vanno ad unire gli effetti indiretti di un’occupazione subdolamente nascosta dall’assenza fisica sul territorio. 

In aggiunta a questa situazione di embargo assoluto, c’è la possibilità di poter attaccare a piacimento i civili della striscia utilizzando razzi a lunga gittata e droni, al modesto prezzo di dover semplicemente trovare un valido pretesto militare che l’occidente possa accettare senza troppi sforzi. Come ci insegna il passato, remoto o recente che sia, è sufficiente nominare Hamas per raggiungere l’obiettivo desiderato. 

È chiaro allora che, quando si parla di pericoli per lo “stato di israele” ci si riferisca più che ad un effettivo rischio di violenza sulla popolazione, ad un eventuale ostacolo sulla strada che sta portando senza particolari intoppi i sionisti a raggiungere i propri obbiettivi.

Parlando delle ripercussioni delle azioni, come molto spesso succede nel caso degli internazionali, il massimo provvedimento attuato dalle forze di occupazione è l’espatrio con interdizione al territorio; questo è anche il motivo per cui diversi attivisti israeliani hanno deciso di non partecipare, consci del fatto che per loro le ripercussioni sarebbero state di tipo penale. Nonostante ciò, a posteriori, le forze di occupazione hanno dimostrato di non voler punire eccessivamente l’azione, per paura di un eco internazionale elevato. Tutti gli attivisti e le attiviste sono stati/e rilasciati/e in libertà condizionata al divieto d’accesso alla zona meridionale delle terre occupate nel 1948. Questo mi spinge a scrivere queste parole, conscio che per le forze di occupazione il danno maggiore non sia quello fatto sul terreno ma sia quello indotto dalla condivisione atta alla presa di coscienza.

Riguardo il trattamento da parte della polizia e dei militari è necessario fare una distinzione tra le due azioni. Nella prima siamo stati bloccati in prossimità della barriera stessa; il che ha comportato dapprima un intervento, piuttosto irruento, da parte dei militari presenti nel territorio militare adiacente la barriera, seguito da una deportazione nella stazione di polizia più vicina. Li’, siamo dapprima stati detenuti per 5-6 ore e poi ufficialmente arrestati, con l’accusa sopracitata, venendo ammanettati a mani e piedi. Dopo altre circa 4 ore di interrogatorio siamo stati rilasciati. Tuttavia, le autorità di occupazione si sono riservate il diritto, risultato poi infondato, di tenersi i nostri effetti personali, passaporti compresi. Oltretutto, nessun documento probatorio è stato rilasciato, e stiamo ancora lottando a livello legale per riaverli. 

Su questo punto preferirei soffermarmi in maniera particolare. Nonostante l’intervento dell’ambasciata e, mio malgrado, dell’interpol, le autorità sioniste non hanno fornito informazioni sul caso e sulle motivazioni che hanno portato al sequestro illegale dei passaporti. Nel momento in cui c’è stata un’apertura riguardante il ritiro del passaporto, l’ambasciata ha preferito non attivarsi in prima persona per recuperare un documento che, formalmente, appartiene allo stato che essa rappresenta sui territori occupati. Questo evidenzia la volontà di non prendere una posizione chiara e netta a sostegno di un cittadino privato del diritto di essere in possesso del proprio documento di identità. È impensabile che, una persona a cui è stato prelevato qualcosa in maniera illegale, si debba mobilitare per riaverlo indietro. È per questo che tuttora mi oppongo ad andare a ritirare il mio passaporto dalle autorità sioniste.

La seconda azione è andata diversamente, in quanto il convoglio è stato fermato prima di arrivare alla barriera, con tutti gli strumenti necessari per l’azione (i.e. tenaglie ed accessori vari). Non essendo in territorio militare l’accusa e le modalità sono state differenti: la polizia si è direttamente occupata del caso, e dopo una decina di ore di detenzione motivate dall’accusa di volere entrare illegalmente su territorio straniero, siamo stati rilasciati con le condizioni anticipate precedentemente. Nonostante sia stata la polizia ad occuparsi direttamente dei casi, le indagini sono state guidate dallo Shabak, i servizi segreti anti terrorismo.

In aggiunta al manifesto, reperibile sul sito https://gaza2020breakingthesiege.org/, ci terrei a sottolineare che gli obiettivi dell’azione, ed in generale del collettivo, sono principalmente due: in primis c’è indubbiamente il supporto e la solidarietà al popolo gazawo, vittima di un assedio che dura da decenni e che comprende una moltitudine di pratiche inumane che rendono la striscia invivibile. Il secondo obiettivo è un messaggio agli attivisti internazionali, che spesso vedono la lotta contro l’assedio di Gaza come un rischio troppo elevato. La verità è che rompere l’assedio è possibile, ed è un obbligo morale per chi crede nella libera circolazione e nell’autodeterminazione dei popoli provarci.
Queste pratiche dirette hanno anche l’intento di mettere in imbarazzo gli stati nazione da cui proveniamo, obbligarli a prendere posizione nei confronti dello “stato di Israele” qualora i propri cittadini si trovino in stato di detenzione e privazione dei propri diritti.

Riguardo all’azione è molto importante sottolineare che, a differenza di altri tipi di iniziative riguardanti Gaza, l’intento è prima di tutto politico. È evidente che la condizione umanitaria nella quale si trova la popolazione della striscia sia dovuta al connubio tra le politiche adottate dallo stato oppressore e dalla comunità internazionale. 

Nonostante questa condizione sia stata più volte portata all’attenzione delle Nazioni Unite, la risposta è sempre stata superficiale, di facciata, come spesso succede quando la comunità internazionale viene appellata. Questo avviene, a mio parere, perché la lettura che viene data al problema è quella di una crisi umanitaria, volendo volutamente lasciare da parte le cause di questa crisi, che sono prettamente politiche ed economiche. Siamo di fronte ad uno stato colonizzatore che sta cercando di portare a termine delle pratiche di pulizia etnica all’interno dei territori che pretende le spettino di diritto. Se nel west bank, nei territori occupati nel 1948 e Gerusalemme Est queste pratiche si basano più che altro su dinamiche di apartheid, nella striscia di Gaza la scelta è stata quella di isolare il popolo palestinese e ridurlo direttamente in condizioni di vita insostenibili.

È per questo che, a lato dell’aiuto umanitario che è necessario quando vengono a mancare i materiali primari necessari alla sopravvivenza, la lotta per portare a galla il problema politico legato alla striscia di Gaza è fondamentale e deve tornare ad essere un punto fisso dell’attivismo pro palestinese. Oltrepassare la barriera di filo spinato che contorna Gaza diventa dunque, per quanto sia un gesto simbolico, portatore di un contenuto politico rilevante. 

È innegabile che i primi tentativi siano stati detonati in maniera efficace dalle forze di occupazione; tuttavia abbiamo imparato molto sulle loro forze, sulle nostre risorse ma anche e soprattutto sui loro limiti e sulle loro paure. 

Ci riproveremo, indubbiamente. 

Ma per arrivare all’esito desiderato è necessario che sempre più attivisti internazionali decidano di sposare il progetto e mettersi in prima linea. Per questo invito tutte e tutti a contattare il collettivo e discutere, per cercare nuove delegazioni pronte a mettersi in gioco e cercare di aprire la barriera inumana che da troppi anni stritola la striscia.

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