Ripensare la Pasqua Ebraica

10 aprile 2020

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di Majed Abusalama, Gaza

Ogni anno alla vigilia della Pasqua ebraica, mi siedo al Seder con l’Haggadah, la storia della liberazione degli ebrei dalla schiavitù in Egitto. Cerco di sfuggire ai miei pensieri, ma non posso: la Pasqua ebraica è incompleta senza la libertà dei palestinesi. Mi chiedo come il popolo ebraico possa celebrare, quando assicurarsi la propria libertà ha significato privare i palestinesi della propria indipendenza per oltre sette decenni.

Ho molti cari amici ebrei che si sono uniti a me per protestare contro i crimini israeliani ai danni dei palestinesi. Vediamo la Pasqua ebraica come un appello che trascende la libertà di una particolare razza o religione. È una riflessione annuale sulla libertà come diritto universale, che molti israeliani non hanno capito. Quando migliaia di coloni ebrei invadono Hebron durante la Pasqua, accompagnati dai soldati dell’occupazione israeliana, ci si deve interrogare sull’indottrinamento che consente loro di derubare i palestinesi di qualcosa di fondamentale come la dignità. Perché non hanno alcun desiderio di capire le persone che stanno molestando e sfollando?

Ho vissuto nel “ghetto” di Gaza per gran parte della mia vita. Mettevo regolarmente in discussione la mia percezione della libertà, dettata dalle mie esperienze di vita, e ora faccio lo stesso sotto blocco nella mia attuale casa a Berlino. Qui gestire la social distance non è un problema, figuriamoci proteggere i miei diritti umani fondamentali, cosa che invece dovrei fare se vivessi ancora sotto il controllo dell’apartheid israeliano.

Dieci anni fa ero giovane, curioso e forse ingenuo. Per alleviare la miseria e la disperazione del blocco di Gaza ho iniziato a credere nella possibilità di coesistenza liberale tra israeliani e palestinesi, senza capire la necessità di ottenere prima la decolonizzazione e l’uguaglianza. Sono ora grato che la mia visione sia cambiata per respingere qualsiasi nozione liberale che non pone al centro la piena libertà per tutti in Terra Santa (e oltre) e che privilegi invece la necessità di conforto e sicurezza degli occupanti. Sono cresciuto e mi sono radicato nella libertà e nella giustizia, i valori cui ho imparato a non rinunciare, a nessun prezzo.

Durante le proteste, porto un cartello che dice “L’ignoranza è una scelta”. Non sostengo una liberazione che mi richiede di coesistere con una brutalità che ha “ripulito” i palestinesi dalle nostre stesse strade, richiedendoci di accettare severe restrizioni e punizioni collettive in modo che gli israeliani possano celebrare le loro vacanze semplicemente senza la nostra presenza. Da quello che so della fede e delle tradizioni ebraiche, questo è un chiaro tradimento dei valori della religione.

Questo pomeriggio ho incontrato un’amica ebrea in una gelateria. L’ho salutata con “buona Pasqua”, e le ho offerto il gelato per celebrare la giornata. Ho sentito che potremmo celebrare la libertà insieme perché abbiamo resistito al colonialismo e all’oppressione israeliani, insieme alla censura e al silenzio da parte dello stato tedesco, già da qualche tempo. Mi disse che stava incontrando compagni ebrei per una cena di Pasqua. L’organizzazione Jewish Voice for Peace ha invitato gli ebrei di tutto il mondo a mettere un’oliva su ogni piatto Seder come simbolo del diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese. JVP chiede inoltre ai suoi membri di stabilire alleanze con i palestinesi contro l’apartheid. Questo bellissimo tributo è una bonifica della Pasqua ebraica, un atto intersezionale e simbolico che mi offrirà speranza.

 

Capisco la Pasqua ebraica come un appello a immaginare un futuro radicale, come quello articolato dalla rivoluzionaria organizzazione antisionista Matzpen, che ha riunito ebrei israeliani e arabi palestinesi negli anni ’60. La Pasqua ebraica dovrebbe essere un appello alla liberazione di tutte le persone. Meritiamo una liberazione che offra giustizia e uguaglianza assolute al mio popolo, una libertà che mi permetterà di sedermi a pranzo con tutta la mia famiglia dispersa, una libertà che consentirà a me e ai miei fratelli di vedere per la prima volta il nostro fratello minore, che non abbiamo visto da almeno sei anni, insieme alla sua bellissima figlia, mia nipote, che non ho mai incontrato. Non so quando potrò mai incontrarla. Meritiamo una liberazione che ci consenta di celebrare la Pasqua ebraica in una terra libera dove nessuno di noi è considerato un “prescelto” rispetto agli altri.

Ricordando le migliaia di palestinesi che hanno sacrificato le loro vite per garantire la nostra libertà sulla nostra terra, mi rendo conto che ci hanno insegnato il vero significato della Pasqua. La nostra Pasqua palestinese sarà celebrata quando il nostro esodo finirà, possiamo tornare alla Palestina storica e il mondo si renderà conto che deve accettare una risoluzione al conflitto che includa tutti, comprese le centinaia di migliaia di rifugiati dispersi e sfollati.

Ora, nei miei pensieri, non sono più rinchiuso a Berlino. Penso invece alle persone nei campi profughi di Moria e Lesbo, Gaza, Hebron e in Kashmir. Spero che tutti noi possiamo trovare nei nostri cuori maggiore empatia e compassione per i rifugiati in tutto il mondo e sostenere la nascita di un futuro migliore dopo questa pandemia.

 

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