Sull’empatia e altre balle liberal-sioniste

2 febbraio 2019 | Yoav Litvin

https://www.aljazeera.com/opinions/2019/2/2/on-empathy-and-other-liberal-zionist-canards/

In quanto efficace strumento di propaganda, il sionismo liberale promuove una normalizzazione che colonizza la mente.

Un uomo palestinese discute con un soldato israeliano durante gli scontri per un ordine israeliano di chiudere una scuola palestinese vicino a Nablus, West Bank occupata, 15 ottobre 2018 [File: M Torokman / Reuters]

Il “processo di pace” tra i rappresentanti israeliani e palestinesi è morto da tempo, eppure i funerali non ci sono ancora stati. Israele continua a privare dei diritti civili, perseguitare e allontanare i palestinesi, mentre approfondisce i suoi legami con le forze fasciste in tutto il mondo, inclusi Stati Uniti, Ungheria, Filippine e Brasile.

Disillusa dai politici, nel 2005 la società civile palestinese ha lanciato un appello alla comunità internazionale per il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS) dello stato israeliano, fino a quando non riconoscerà i loro pieni diritti. Il movimento BDS ha ottenuto un vasto sostegno tra i palestinesi e gli alleati, ottenendo diverse vittorie chiave nelle pubbliche relazioni, inclusa la recente riaffermazione di un premio all’icona dei diritti civili Angela Davis, dopo che era stato inizialmente revocato a causa delle pressioni dei gruppi sionisti disturbati dal suo sostegno al Movimento BDS.

In contrasto con la richiesta del BDS e il fallimento di decenni di negoziati, alcuni insistono sul fatto che la pace e la giustizia possano essere raggiunte per mezzo del dialogo e del compromesso tra palestinesi e sionisti.

In un recente editoriale su The Guardian, il professor Simon Baron-Cohen, ricercatore sull’autismo, presenta l’ “empatia” come un mezzo di base per colmare i divari tra i popoli in conflitto allo scopo di incoraggiare il compromesso verso un futuro collettivo. Sostiene che l’empatia tra le vittime è il primo passo verso la riconciliazione tra le società israeliana e palestinese, che si sono disumanizzate a vicenda.

Fin dall’inizio, Baron-Cohen ammette di non essere un esperto in materia, che è il primo dei diversi motivi per cui il suo racconto fa eco alla propaganda liberale sionista.

Propaganda sionista
L’obiettivo finale della propaganda di qualsiasi apparato nazionalista è fondere la percezione di “sé” con quella di “nazione” in un’identità coesa che sia fedele alla classe dominante. La critica dello Stato diventa una minaccia esistenziale che garantisce risposte difensive volte a garantire la sopravvivenza della psiche, sia personale che collettiva.

Il sionismo è stato un moderno movimento suprematista bianco sin dal suo inizio. I sionisti hanno cooptato aspetti del giudaismo e del liberalismo, riconfezionandoli come appelli alle identità e strumenti di propaganda per sostenere l’espansione coloniale.

Lo stato di Israele è costruito sull’errore, sancito da una legge fondamentale, che possa essere allo stesso tempo uno stato ebraico e uno stato democratico. Tuttavia, Israele non è uno stato democratico, come dimostra il lungo elenco di misure anti-palestinesi, inclusa la recente legge ebraica sullo stato nazionale. Né è uno stato ebraico, come esemplificato dal costante attacco di Israele agli ebrei antisionisti e dai pregiudizi contro sefarditi, mizrahi ed ebrei africani, nonché dalla sua continua collaborazione con le forze antisemite che mirano all’apartheid globale.

La connessione artificiale tra sionismo ed ebraismo ostacola la resistenza ritenendo la critica al sionismo e alle politiche israeliane nei confronti dei palestinesi un attacco a tutti gli ebrei, cioè antisemita. Inoltre, frammenta la resistenza anticoloniale riformulando una lotta politica per la terra e le risorse tra una forza occupante e un popolo occupato come un “conflitto” tra due parti relativamente uguali.

Il lato liberale del sionismo serve a sanificare e rivedere l’essenza reazionaria, colonialista e suprematista bianca del movimento e ad oscurarne le motivazioni: espansionismo e apartheid. E ancor più, presenta il sionismo come compatibile con i valori democratici e progressisti e con i diritti umani, come se possedesse un vero desiderio di pace, giustizia e completa integrazione nel Medio Oriente.

Sionismo liberale
Il sionismo liberale promuove la nozione di uno spettro da sinistra a destra all’interno di Israele. Eppure le differenze tra gli estremi sono solo tattiche e trucchetti, che mantengono  l’illusione di una società umana che porti avanti sano discorso democratico.

I partiti sionisti “di sinistra” e “liberali” si impegnano nelle libertà civili per i membri della classe privilegiata, ma non osano affrontare la natura stessa del sionismo, i cui aderenti hanno terrorizzato gli indigeni palestinesi per oltre sette decenni.

Completamente al di fuori di un quadro storico, i sionisti liberali presentano le narrazioni israeliane e palestinesi come verità parallele, ed entrambi i popoli come vittime con rivendicazioni e rimostranze legittime che richiedono lunghi negoziati e difficili concessioni prima di raggiungere un compromesso. Così, schierando il linguaggio colonizzatore, la narrativa revisionista liberale sionista equipara gli oppressori colonialisti che detengono tutte le leve del potere, con le loro vittime, gli indigeni palestinesi.

Questa falsa equazione, che risuona nell’articolo di Baron-Cohen, sostiene l’approccio liberale sionista della “soluzione dei due stati” che risolverebbe “il conflitto” dividendo la terra in linea con gli interessi di “sicurezza” israeliani e formalizzerebbe i bantustan palestinesi esistenti, anche se Israele rifiuta di esercitare la sua posizione di potere per consentire ai palestinesi un loro stato sovrano.

I sionisti liberali adottano un quadro anti-intellettuale e imperialista, che considera inutile, futile e persino meschina l’insistenza sulla verità storica e sulla responsabilità e cercano di risolvere i problemi usando una visione “pragmatica” e fallace del futuro, piuttosto che un’indagine sulle lezioni del passato. Inoltre, i sionisti liberali come il defunto romanziere Amos Oz adottano un approccio immorale che considera i crimini di guerra israeliani come risposte difensive giustificate alla violenza anticoloniale palestinese, decontestualizzandola.

Un quadro alternativo
Le vittime di abusi domestici e altre forme di abuso richiedono l’empowerment come mezzo per porre fine alla loro vittimizzazione, portando infine i loro oppressori alla giustizia. L’empatia per l’aggressore come primo passo verso questo obiettivo è, infatti, una forma di sfruttamento perpetuo. Autorizza chi abusa e consolida la dinamica abusiva negando l’essenza della relazione ineguale.

La nozione di empatia di Baron-Cohen è oppressiva, in quanto applicata allo stesso modo alle vittime palestinesi e ai loro aggressori sionisti. La sua presentazione decontestualizzata dell’empatia come primo passo verso la riconciliazione è un concetto errato liberale sionista, che mantiene lo status quo di oppressione ed espropriazione, omettendo il forte sostegno che Israele riceve dalle forze imperialiste, inclusa la stessa Gran Bretagna [paese di Baron-Cohen]. Non sorprende che nel suo saggio faccia riferimento favorevolmente a due eminenti apologeti liberali sionisti; Amos Oz e il giornalista caduto in disgrazia Ari Shavit, ignorando completamente gli studiosi palestinesi che chiedono il rifiuto della normalizzazione.

In contrasto con l’accettazione da parte di Baron-Cohen della narrativa palestinese e sionista come verità parallele, il sionismo deve essere smantellato nella sua interezza in quanto forza egemonica coloniale suprematista bianca in Israele / Palestina, per poter poi finalmente raggiungere uguaglianza, pace e giustizia per entrambi palestinesi ed ebrei.

A tal fine, è fondamentale sondare le fondamenta, le motivazioni e le forze dietro il sionismo e promuovere un approccio graduale che adotta le lezioni di altri movimenti anticoloniali e antirazzisti e forma alleanze con questi gruppi. Gli attivisti filo-palestinesi possono utilizzare l’empatia per connettersi con altre vittime dell’oppressione patriarcale suprematista bianca, come le persone di colore, le donne, i gruppi indigeni, gli ebrei, i musulmani, gli immigrati, i/le LGBTQI ed altri ancora.

Una volta deostruita, la struttura oppressiva può essere efficacemente smantellata. Solo in seguito può avvenire un processo di ri-umanizzazione e riconciliazione che utilizzi l’empatia. La narrazione e l’arte sono mezzi potenti per riaffermare l’identità e costruire ponti. Di conseguenza, nell’attuale Israele l’arte critica del sionismo è pesantemente criticata e può essere censurata e bandita, portando anche all’arresto e alla prigionia degli artisti, come nel caso di Dareen Tatour.

L’analisi del sionismo come movimento colonialista informa sulle motivazioni, obiettivi e tecniche di propaganda su cui è fondato. Una dinamica sempre crescente di traumi e aggressioni serve a normalizzare l’oppressione sionista / israeliana mediante un processo di disumanizzazione dell’ “altro” e rende la riconciliazione virtualmente impossibile, suddividendo la società in gruppi di apartheid, in chi è “dentro” e chi è “fuori”.

Lo studio della verità storica consente la ricerca della responsabilità e la de-internalizzazione delle norme strutturali oppressive. Una leadership efficace all’interno della comunità delle vittime viene quindi promossa utilizzando un approccio intersezionale, che rappresenta intimamente l’oppressione in tutte le sue manifestazioni.

Leadership palestinese e supremazia bianca
Alla fine del suo articolo, Baron-Cohen tenta di dimostrare il potere dell’empatia nel creare legami verso la riconciliazione usando un esempio decontestualizzato: Siham, una donna palestinese presa ad esempio il cui fratello “è stato ucciso da un proiettile israeliano” (al contrario di essere ucciso da un soldato per ordine di un regime illegale di apartheid) si mette in contatto con Robbie, una donna israeliana il cui figlio “è stato ucciso da un proiettile palestinese” (invece che ucciso da un palestinese con il diritto legale alla lotta armata contro l’occupazione). In linea con questo errato quadro liberale sionista, queste donne sono presentate come vittime uguali, che si sono legate per via del loro dolore condiviso.

Questa nozione di empatia è stata ampiamente adottata durante gli anni degli accordi di Oslo, quando palestinesi e israeliani sono stati appositamente riuniti per il dialogo. Tuttavia, poiché la verità storica e la conseguente responsabilità sono state ignorate nel processo, gli individui sono tornati immutati alle loro comunità segregate: gli israeliani ai loro privilegi, i palestinesi alla loro oppressione.

Quale efficace strumento di propaganda, il sionismo liberale promuove una normalizzazione che colonizza la mente. L'”empatia” serve a normalizzare, nascondere e preservare la continua vittimizzazione dei palestinesi e fornisce una nozione controproducente e fugace di progresso.

Finché l’oppressione sionista rimane intatta, l’empatia basata sulla co-resistenza, non la coesistenza è l’unica forma rilevante per palestinesi e israeliani. Tutti coloro che sono interessati a liberare i palestinesi dall’oppressione possono dare ascolto alla leadership palestinese ed evitare la supremazia dei bianchi, che normalizza l’oppressione della leadership bianca e non incoraggia la giustizia per le sue vittime.

I palestinesi e le altre vittime della supremazia bianca scelgono saggiamente di rifiutare i tentativi di normalizzazione fino a quando non verranno riconosciuti tutti i loro diritti (link ad un appello contro la normalizzazione – in inglese).

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

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