Sopravvivendo a stento

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9 novembre 2023                Ghada Al-Haddad

Non mi aspettavo che la guerra sarebbe durata così a lungo.

Siamo sotto costanti bombardamenti da più di un mese oramai.

Soddisfare le necessità basilari vuole un grande sforzo APA images

Quanto dobbiamo sacrificare prima che gli attacchi cessino?

Le perdite che abbiamo avuto ci hanno già sopraffatto.

Sono in lutto per la morte di Ashwaq Jondiyya – Um Ali, come preferiva farsi chiamare. Era un’architetta di talento e la madre di due bambini.

Spesso commentavo giocosamente il suo eyeliner, le dicevo che era bellissimo.

Lei rispondeva altrettanto allegramente che era un architetta che progettava edifici.

L’applicazione del trucco non era uno dei suoi punti di forza.

Cerco di dormire tra il rombo assordante di bombe, aerei e carri armati.

Il rumore si intensifica e diventa ancor più terrificante quando scende la notte.

Sento diversi cani randagi abbaiare in strada.

Non so se sono affamati o spaventati, proprio come noi.

Mi giro e mi rigiro nel letto finchè non crollo, esausta.

Custodisco gelosamente i pochi minuti che seguono il momento in cui mi sveglio. In quei momenti mi dimentico dove sono o cosa sta succedendo.

Un volatile istante di beata ignoranza che vorrei prolungare per sempre.

Poi comincia la mia vita a Gaza.

Ho mal di testa persistenti e ho spesso le vertigini.

Normalmente attribuirei il malessere alla disidratazione e andrei rapidamente a bere dell’acqua. Ora cerco di dissimulare il disagio.

Non voglio dare fastidio a nessuno. Non voglio pensino di dovermi offrire dell’acqua.

Sento di dover conservare tutta l’acqua disponibile per i bambini che non capiscono quanto sia seria la crisi dell’acqua.

Recentemente il mio mal di testa si è fatto così severo che ho fatto un sorso d’acqua da una brocca. Mi sono accorta con amarezza che era di colore scuro, non era potabile.

L’ho sputata immediatamente.

Su Twitter la gente condivide consigli su come rendere l’acqua potabile. Si suggerisce di bollirla.

Ma abbiamo un quantitativo limitato di combustibile per le bombole che usiamo per cucinare e quello che abbiamo lo conserviamo per le emergenze.

La nostra necessità di usare il combustibile il meno possibile ci rende impossibile seguire questo consiglio. Ottenere un semplice bicchiere di acqua pulita è una grandissima sfida.

Abbiamo abbandonato l’usanza di fare tre pasti al giorno, ora ce ne dobbiamo far bastare uno solo.

Dobbiamo minimizzare l’utilizzo del bagno, non c’è acqua per lavarsi o tirare lo sciacquone.

Quando ho avuto la possibilità di usare il bagno a casa di mia sorella, per un breve istante mi sono sentita molto fortunata.

Mio zio, sua moglie e le loro quattro figlie nubili sono andati in una scuola gestita dall’agenzia delle Nazioni Unite per rifugiati Palestinesi. Raccontano che le condizioni sono pessime.

Marah, una delle mie cugine, mi ha detto “Sono lurida. Ho un odore pessimo.”

Ci sentiamo tutti così, adesso.

Sopratutto per le donne a cui viene il ciclo mentre si rifugiano in una scuola.

In normali circostanze saremmo in grado di fare la doccia tutti i giorni. Questo è un lusso che non ci possiamo più permettere.

Siamo stati obbligati a riconsiderare il concetto di privilegio.

Ora è un privilegio avere poca acqua da bere.

Un privilegio avere poca acqua con cui lavarsi.

Un privilegio avere poca acqua per le abluzioni prima delle preghiere.

Un privilegio avere del cibo per pranzo.

Un privilegio avere dell’elettricità per poter ricaricare il cellulare.

Recuperare dell’acqua è un gioco di squadra.

Mio nipote di 14 anni va da un uomo con un carrello e gli chiede “hai dell’acuqua?” se lui risponde di si mio nipote si mette in fila per almeno due ore, spesso tre, a volte ancora di più.

Poi porta l’acqua a casa contenuta in delle taniche. Mia sorella ed io lo aiutiamo a portarle di sopra.

Quando ho un raro momento di pace e solitudine, mi ritrovo a riflettere sugli eventi inaspettati della vita.

Scrivo un diario e mi sono sempre immaginata di riempirne le pagine con riflessioni su film che ho visto, con descrizioni delle mie nuotate, che avrei scritto racconti leggeri.

Mai avrei immaginato che avrei usato il mio diario per raccontare una guerra terribile quanto quella di Israele contro Gaza.

Eppure eccomi qui, testimone di inimmaginabili brutalità.

I giorni spensierati appartengono al passato.

Ora sono impegnata con l’arduo compito della sopravvivenza.

Ora devo provvedere alla mia famiglia.

Sono parte di una squadra per il recupero dell’acqua. Sono responsabile della preparazione dei pasti e del cucinare direttamente sul fuoco.

Sento il peso della responsabilità sulle mie spalle.

Ci sono notti in cui il sonno mi sfugge, gli orrori a cui ho assistito mi si presentano ancora e ancora davanti agli occhi, come un film infinto.

L’innocenza che una volta possedevo è stata mandata in frantumi, sostituita da una cupa accettazione della realtà della guerra.

Ho visto la disperazione scolpita sui volti delle madri che hanno perso i propri figli e altri membri della famiglia, o i cui familiari sono ancora sotto le macerie.

Ho ascoltato le urla dei feriti che gridavano per chiamare l’ambulanza.

Data la mancanza di elettricità per ricaricare le batterie, non potevano chiamare i servizi d’emergenza con i loro cellulari.

Desidero ardentemente la mia vecchia vita.

 

Ghada Al-Haddad – giornalista di Gaza

 

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