10 novembre 2023 Sewar Elejla
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Il corpo della donna gravida era ricoperto delle schegge dello stesso missile che aveva ucciso suo marito. Era arrivata presso l’ospedale di al–Shifa, a Gaza, in condizioni precarie e attendeva di conoscere il destino di suo figlio non ancora nato.
La mia amica Dr. Areej Hijazi, ostetrica e ginecologa ad al-Shifa mi ha raccontato questa storia.
La donna di 22 anni era incinta di 28 settimane. Le hanno dovuto amputare una gamba.
L’altra gamba, fratturata, era stata stabilizzata con piastre e viti, entrambe le sue braccia erano state ingessate a causa delle molteplici fratture. Lei tuttavia continuava a sperare che suo figlio fosse incolume all’interno della sua pancia.
Un’ecografia però aveva confermato che il bambino non era sopravvissuto. La donna non aveva avuto tempo di processare il lutto quando era stata messa davanti a una difficile scelta: procedere con un doloroso parto vaginale per espellere il corpo di suo figlio o sottoporsi a un cesareo con anestesia parziale.
Areej Hijazi non mi ha saputo dire cosa avesse scelto la donna, aveva troppe donne incinte che la aspettavano nel pronto soccorso dell’ospedale di al-Shifa.
Mentre mi raccontava questa storia, io pensavo ai versi del poeta Mahmoud Darwish: “Dammi la vita… così saprò in che terra morirò e in qualche resusciterò.”
Le donne incinte sono sole
In questa guerra genocida Israele ha ucciso più di 4500 bambini, un numero che comprende più del 40% delle perdite totali. Il numero di bambini uccisi a Gaza dagli Israeliani durante un singolo mese ha “sorpassato il numero annuale di bambini uccisi in tutte le zone di conflitto del mondo dal 2019” riporta Save the Children.
Ma questo sterminio non ha avuto inizio nell’ottobre del 2023, ha una storia molto più antica.
Nell’aprile del 1948, prima che lo stato di Israele fosse istituito, la milizia sionista aveva commesso un massacro nel villaggio palestinese di Deir Yassin, uccidendo donne e bambini.
I massacri ad oggi continuano a Gaza e sono proprio i bambini a costituire la stragrande maggioranza dei civili uccisi da Israele.
Dal 7 al 26 ottobre il ministero della salute palestinese a Gaza ha riportato che Israele ha ucciso almeno 132 bambini che non superavano l’anno di età.
Inoltre, i nati prematuri che fanno affidamento sulle macchine incubatrici degli ospedali di Gaza sono in costante pericolo di morte se i generatori elettrici dovessero spegnersi a causa di una mancanza di carburante. Anche la scarsità di medicinali, soprattutto di tensioattivi, che facilitano la respirazione, mette a rischio la loro sopravvivenza.
L’utilizzo da parte di Israele di fosforo bianco è un altro fattore di incredibile pericolo per la salute del bambini, che possono venirne bruciati e sviluppare problemi cardiaci e respiratori. L’esposizione al fosforo bianco per le donne incinte può aumentare il rischio che i loro figli nascano con difetti congeniti.
I bombardamenti israeliani hanno inoltre reso quasi impossibile per le future madri la possibilità di ricevere cure prenatali, il cui scopo è quello di identificare e curare potenziali problemi durante la gestazione. La mancanza di acqua pulita, cibo nutriente e rifugi protetti contribuisce a rendere madri e bambini ancor più a rischio di infezioni.
Non ho nulla per mia figlia
Si approssima che ci siano 50.000 donne incinte a Gaza e che 5500 di loro abbiano la data del parto stimata per novembre, compresa la mia amica Nadia.
La gravidanza di Nadia era a rischio di complicazioni anche prima del 7 di ottobre. Le sue gravidanze passate non erano state semplici, aveva avuto diverse complicazioni, compresa anemia e pressione alta, che pongono seriamente a rischio la salute di madre e bambino.
Ad ottobre, Nadia è fuggita da casa sua per andare al sud. Non ha avuto accesso ad acqua potabile o adeguate quantità di cibo. Il pensiero delle conseguenze che ciò potrebbe avere su sua figlia la distrugge.
“Le contrazioni potrebbero iniziare in qualsiasi momento” mi ha detto Nadia durante una telefonata.
“Ho molta paura di dovermi recare a piedi in ospedale al sud mentre ho le doglie. Non ho nulla per la bambina, non ho portato nulla, nemmeno vestiti.”
A consumarla è anche il pensiero di cosa accadrà quando sua figlia sarà nata. Attualmente vive in un rifugio molto affollato. Come laverà suo figlia e come le cambierà il pannolino senza acqua? Se non dovesse essere in grado di allattare, come potrà permettersi di comprare del latte in polvere?
“Ci sarà un posto dove potrò portare mia figlia a fare i primi vaccini? Se ci dovessero essere dei problemi, come l’itterizia che è capitata al mio primogenito, dove andrò? Cosa farò? L’inverno è alle porte. Come la terrò al caldo?”
Non ho avuto parole per consolarla. L’ho incoraggiata a rimanere ottimista e di pregare che il conflitto si risolva prima che lei partorisca. Nadia era inconsolabile. “Perché mia figlia dovrà affrontare questa sofferenza non appena metterà piede sulla terra?”
Io sono attualmente in Canada, dove lavoro come ricercatrice in un laboratorio che fornisce aiuto psicologico alle famiglie e bambini che richiedono asilo politico. Soffro molto per quei bambini che hanno subito così tanto prima di arrivare in Canada.
Sono al sicuro, adesso.