L’inizio della fine della dottrina israeliana della “sicurezza permanente”

24 aprile 2026, di Meron Rapoport e Ameer Fakhoury

The beginning of the end of Israel’s ‘permanent security’ doctrine

L’incessante ricerca della “vittoria totale” da parte di Israele lo ha invischiato in una guerra impossibile da vincere con l’Iran, erodendo la sua legittimità all’estero e aggravando il degrado morale al suo interno.

Un frammento di missile iraniano conficcato nel terreno sulle alture del Golan, 8 aprile 2026. (Ayal Margolin/Flash90)

Il nome dato alla micidiale ondata di bombardamenti israeliani in Libano dell’8 aprile, iniziata proprio mentre entrava in vigore il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran, rivela molto sulla posizione regionale di Israele oggi. Fino a poco tempo fa, Israele sceglieva denominazioni di guerra che edulcorassero la sua devastante opera di distruzione o che galvanizzassero il fronte interno. L’operazione “Margine Protettivo” del 2014 a Gaza, ad esempio, cercava di trasmettere un senso di resilienza, mentre la campagna “Spade di Ferro” successiva al 7 ottobre nella Striscia e “Il Ruggito del Leone” di quest’anno in Iran miravano a simboleggiare la forza militare.

Non più: con 100 raid aerei in Libano che hanno causato 300 morti e oltre 1.100 feriti, “Oscurità Eterna” suggerisce che l’unico obiettivo di Israele in Libano sia la morte e l’annientamento. Se nel 1996 l’uccisione di 100 civili libanesi da parte di Israele nel villaggio di Qana, nel sud del Libano, pose fine all'”Operazione Furore”, oggi l’omicidio di centinaia di persone è percepito quasi come un fine a sé stesso, senza la minima traccia di critiche da parte dei militari o dell’opinione pubblica.

Nonostante l’attuale cessate il fuoco di 10 giorni in Libano, Israele continua a radere al suolo villaggi e infrastrutture civili nelle aree del sud sotto il suo controllo, nel tentativo di creare una zona cuscinetto permanente e, come a Gaza, impedire definitivamente il ritorno degli abitanti. Alla fine di marzo, il ministro della Difesa Israel Katz ha dichiarato che ai 600.000 libanesi che vivevano a sud del fiume Litani non sarebbe stato permesso di tornare alla fine della guerra e che le loro case vicino al confine sarebbero state distrutte.

Sia in Libano che in Iran – guerre che non sono scoppiate in risposta a un attacco né per prevenire una minaccia imminente – Israele sembra aver adottato pienamente la dottrina della “sicurezza permanente”. Come ha recentemente sostenuto il sociologo politico israeliano Yagil Levy, riprendendo il termine coniato dallo storico Dirk Moses, questo approccio mira non solo a eliminare le minacce immediate, ma anche quelle future, attraverso la distruzione indiscriminata della vita civile e l’espulsione o il controllo delle popolazioni. In breve, non esiste una soluzione politica, solo una soluzione militare; e ciò che la forza non può ottenere, lo otterrà con una forza maggiore.

Questo atteggiamento di “sicurezza permanente” è stato evidente soprattutto nella guerra di Israele contro Gaza dopo gli attentati del 7 ottobre. Quando il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha iniziato a parlare di “vittoria totale” pochi giorni dopo, l’espressione è stata inizialmente – e giustamente – percepita dall’opinione pubblica israeliana come un tentativo di sottrarsi alle proprie responsabilità per il fallimento. Ma rappresentava molto più di un semplice esercizio retorico: il genocidio, la pulizia etnica e la riduzione di intere città in polvere e cenere erano la manifestazione di una “vittoria totale”, appoggiata dall’intero establishment politico e militare israeliano.

Edifici distrutti vicino a un campo profughi, a ovest di Gaza City, 26 marzo 2026. (Yousef Zaanoun/Activestills)

Non è un caso che il cambiamento si sia verificato proprio a Gaza. Fino al 7 ottobre, la Striscia era l’esempio lampante della dottrina di “gestione del conflitto” di Netanyahu, un blocco quasi totale, recinzioni sopra e sotto terra, controllo completo dello spazio aereo e marittimo e stretta sorveglianza elettronica della vita quotidiana palestinese, il tutto accompagnato da periodici bombardamenti ogni uno o due anni, considerati “tollerabili” dal punto di vista israeliano.

La gestione del conflitto forniva anche una formula per frammentare e contenere la politica palestinese, parte di una strategia volta a rimandare la questione dell’autodeterminazione. Hamas veniva “contenuta” attraverso un meccanismo di deterrenza, contenimento e finanziamento approvato dallo stesso Netanyahu, al fine di mantenere le tensioni a un livello basso. E in Cisgiordania, l’Autorità Palestinese fungeva da subappaltatrice dell’occupazione israeliana, alimentando l’illusione dell’autonomia palestinese. Persino Naftali Bennett, che ora si presenta come un’alternativa a Netanyahu, ha riassunto la situazione in modo schietto definendola “schegge nel sedere”: un fastidio da gestire, piuttosto che una minaccia esistenziale.

Quando la barriera intorno a Gaza è crollata il 7 ottobre, è crollata anche la dottrina della gestione del conflitto. Ma questo non ha spinto Israele a cercare soluzioni al conflitto con i palestinesi. Al contrario, ha deciso di sopraffarlo con la forza. E non solo con i palestinesi; Israele ha esteso il concetto di sicurezza assoluta a gran parte del Medio Oriente: Libano, Siria, Yemen, Qatar e Iran. In base a questa dottrina, il diritto internazionale non esiste più, il compromesso politico è scomparso e i cessate il fuoco non vincolano Israele, né a Gaza né in Libano. Questa è una guerra perpetua, in cui Israele sfrutta la sua superiorità militare per eliminare ogni minaccia, grande o piccola, a qualsiasi distanza.

L’ultima campagna contro l’Iran ha portato il concetto di “sicurezza permanente” a un livello ancora più elevato. Non era più sufficiente colpire duramente leader, impianti nucleari e obiettivi militari, come aveva fatto Israele nel giugno 2025. Questa volta l’obiettivo era il cambio di regime, in un paese di circa 90 milioni di abitanti con una civiltà millenaria: non si trattava semplicemente di neutralizzare una minaccia percepita, ma di rimodellare l’ambiente politico stesso.

Tuttavia, Israele da solo non possiede la potenza militare e la legittimità politica sufficienti per una mossa così ambiziosa, e pertanto era necessario il coinvolgimento americano. Infatti, Netanyahu è riuscito a convincere il presidente degli Stati Uniti Donald Trump che questo obiettivo fosse raggiungibile, contrariamente alle posizioni più caute espresse all’interno del gabinetto di Trump, dando così inizio a una guerra israelo-americana che per un momento è sembrata un ulteriore passo verso il raggiungimento della “sicurezza permanente” nella regione.

Un Boeing KC-135 Stratotanker dell’aeronautica militare statunitense decolla dall’aeroporto Ben Gurion, vicino a Tel Aviv, durante la guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, il 5 marzo 2026. (Yossi Aloni/Flash90)

Ed è proprio qui che questa logica si rivela un’illusione. Anche se una minaccia viene neutralizzata, ne emerge immediatamente un’altra, svelando così il paradosso dell’intero progetto: non raggiungere una “sicurezza permanente” ponendo fine al conflitto, bensì perpetuarlo continuamente attraverso un orizzonte di minacce in continua espansione.

“Dopo l’Iran, Israele non può vivere senza un nemico”, ha osservato il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan all’inizio di questo mese. “Non solo l’amministrazione Netanyahu, ma anche alcune figure dell’opposizione – sebbene non tutte – cercano di dichiarare la Turchia il nuovo nemico”. I paesi vicini comprendono il modo di pensare di Super-Sparta.

Un nuovo Medio Oriente

È troppo presto per riassumere gli esiti della guerra, ma sembra già che Israele abbia raggiunto un punto morto: anziché avvicinarsi a una “sicurezza permanente”, si trova in una situazione di sicurezza più precaria di prima. Non solo l’obiettivo primario di rovesciare il regime iraniano non è stato raggiunto, ma Israele non è nemmeno riuscito a ottenere una situazione di stallo.

Di fatto, l’Iran ha resistito alla pressione militare congiunta di Stati Uniti e Israele e, come hanno sostenuto molti commentatori ed esperti, è riuscito a spostare il campo di battaglia dalla coercizione militare al negoziato politico, cambiando così le regole del gioco.

Un nuovo Medio Oriente sta iniziando a delinearsi, un Medio Oriente in cui lo status sia di Israele che degli Stati del Golfo si sta erodendo. Israele è stato costretto a interrompere gli attacchi contro il Libano, con Washington che ha riconosciuto la necessità di un cessate il fuoco con Hezbollah per porre fine alla guerra con l’Iran e riaprire lo Stretto di Hormuz. La Repubblica islamica, libera da sanzioni e forte di una solida base geografica, demografica e ideologica, non è più solo un attore regionale, ma si avvia a diventare una potenza globale.

Le forze del Comando Centrale degli Stati Uniti si preparano per le operazioni di sminamento nello Stretto di Hormuz, l’11 aprile 2026. (Foto del Comando Centrale degli Stati Uniti/Wikicommons)

È probabilmente questa influenza sullo Stretto di Hormuz che ha costretto Trump a considerare la proposta iraniana in 10 punti per porre fine alla guerra – che va dalla revoca delle sanzioni e dal ritiro degli Stati Uniti dal Medio Oriente alle garanzie per la sicurezza dei suoi alleati regionali – come una base legittima per i negoziati. Persino ora, mentre il Presidente degli Stati Uniti tenta di imporre un contro-blocco al blocco iraniano di Hormuz, le condizioni poste dall’Iran hanno già iniziato a definire i confini dei colloqui.

Il punto più eclatante non è l’uranio arricchito ancora in possesso dell’Iran, né la sua insistenza nel proseguire il programma nucleare civile, né tantomeno i missili balistici che l’Iran ha lanciato contro Israele e gli stati arabi del Golfo per 40 giorni. Piuttosto, è il ruolo dell’Iran nella regione. L’Iran non ha ottemperato alla richiesta americana di rinnegare i suoi alleati in Libano, Iraq e Yemen, ma ha fatto l’esatto contrario. In particolare, Stati Uniti e Israele sono costretti a confrontarsi con la profondità del legame strategico tra Iran e Hezbollah: lo Stretto di Hormuz non verrà riaperto se Israele continuerà a bombardare il Libano.

A ciò si aggiunge un altrettanto significativo cambiamento nelle relazioni tra Stati Uniti e Israele, e la decisione di Israele di trascinare gli Stati Uniti in guerra potrebbe rivelarsi il colpo di grazia. Nel giugno 2025, Israele agì da solo fino all’ultimo dei dodici giorni di conflitto, colpendo obiettivi militari e assassinando alti funzionari del regime, e l’Iran rispose sparando solo contro Israele. Questa volta, l’ingresso di Washington nell’attacco fin dal primo giorno ha cambiato le regole del gioco, conferendo all’Iran la legittimità di allargare il campo di battaglia attaccando le basi americane nel Golfo, coinvolgendo gli Stati regionali e, soprattutto, chiudendo lo Stretto di Hormuz. Ha così trasformato un confronto bilaterale in una crisi globale creata dallo stesso Israele.

Mentre i sondaggi d’opinione rivelano un drammatico calo del sostegno a Israele tra gli americani, la fine della vendita di armi a Israele sta rapidamente diventando una posizione condivisa dal Partito Democratico, con la maggioranza dei senatori democratici che ora vota a favore di tali misure. È diventato impossibile ignorare, come ha rivelato una recente inchiesta del New York Times, che Netanyahu ha trascinato Trump nella guerra, e la crescente reazione negativa è un segnale sempre più chiaro del desiderio di Washington di prendere le distanze dall’Israele di Netanyahu.

Vuoto paradigmatico

Se due anni e mezzo fa è crollato il paradigma della “gestione del conflitto” di Netanyahu, potremmo ora assistere anche all’inizio della fine della dottrina della “sicurezza permanente”. Entrambe si basavano sullo stesso presupposto: che la realtà possa essere controllata con la forza, ed entrambe hanno fallito.

Israeliani si riparano a lato della strada mentre una sirena avverte dell’arrivo di missili balistici lanciati dall’Iran, lungo la Strada Statale 1 tra Gerusalemme e Tel Aviv, il 7 aprile 2026. (Dor Pazuelo/Flash90)

Il vuoto che accompagna il crollo di entrambi i paradigmi rivela anche il degrado morale all’interno della società israeliana. Il discorso pubblico, per la maggior parte, è permeato dal linguaggio dell’annientamento. Quando Trump minacciò di cancellare l’intera civiltà iraniana, molti americani e persone in tutto il mondo condannarono le sue affermazioni come genocidarie. In Israele, calò il silenzio – lo stesso silenzio che regna mentre le forze israeliane distruggono Gaza o perpetrano la pulizia etnica in Cisgiordania e in Libano.

Nonostante la valanga di commentatori e politici che si sono vantati giorno e notte degli “enormi” successi della guerra, e nonostante le rassicurazioni di Netanyahu secondo cui l’Iran e Hezbollah sono più deboli che mai, l’opinione pubblica israeliana comincia già a intravedere le crepe. In un sondaggio del Canale 13 condotto dopo il cessate il fuoco con l’Iran, solo il 33% degli intervistati riteneva che Israele e gli Stati Uniti avessero vinto la guerra e il 28% pensava che l’Iran ne fosse uscito vincitore. Un sondaggio simile condotto dal quotidiano israeliano Maariv ha rilevato cifre altrettanto sorprendenti, raramente riscontrabili al termine di guerre o operazioni militari israeliane.

Ma per comprendere la profondità del fenomeno, bisogna essere precisi: è il paradigma stesso della “vittoria totale” ad essersi incrinato. Prima a Gaza, quando i palestinesi sono rimasti sul posto e Hamas non è stato sconfitto; e ancor più nelle ultime settimane, quando è diventato chiaro che Hezbollah, apparentemente sconfitto, continua a operare e a lanciare decine, se non centinaia, di missili ogni giorno. Infine, mentre gli israeliani osservano i rappresentanti iraniani negoziare con gli americani da una posizione di forza maggiore rispetto a quella prebellica, mantenendo il controllo di una delle arterie di trasporto più importanti del mondo.

Eppure, questa crepa nella coscienza pubblica non garantisce un risveglio politico. Senza un progetto politico che fornisca un linguaggio, una direzione e un’alternativa per gli israeliani, il crescente senso di fallimento del governo e dell’esercito potrebbe trasformarsi in disperazione anziché in critica. Tale disperazione ha la paradossale tendenza a stabilizzare lo status quo e potrebbe, in ultima analisi, giocare a favore di Netanyahu. In effetti, il crollo dei paradigmi di gestione del conflitto e di “sicurezza permanente” non indica una transizione ordinata tra i diversi modelli. Israele, al contrario, sta sprofondando sempre più in un vuoto strategico, politico e morale in cui la violenza militare continua fine a se stessa, pur avendo cessato di generare significato o scopo.

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