Storici di Gaza impegnati a registrare le testimonianze della generazione della Nakba prima che sia troppo tardi

fonte: palsolidarity.org

28 Ottobre 2013 / The Electronic Intifada, Joe Catron / Gaza City, Palestina Occupata Registrare le testimonianze dei sopravvissuti della Nakba è fondamentale per educare le future generazioni di palestinesi, affermano gli storici orali. Nascosto in un tranquillo seminterrato dell’edificio principale del campus dell’Università Islamica di Gaza, l’Oral History Centre (Centro di Storia Orale) a prima vista potrebbe essere scambiato per un ufficio per le borse di studio o una segreteria. Ma gli armadietti di metallo pieni di pile di documenti potrebbero contenere la maggior quantità di ricordi per metro quadro di qualsiasi altro posto nella Striscia di Gaza occupata. Il ricercatore Nermin Habib spiega che il centro ha condotto interviste con coloro che sono stati testimoni della Nakba (catastrofe in arabo), la pulizia etnica prima della fondazione di Israele nel 1948, come pure della Naksa (ricaduta), l’occupazione israeliana di West Bank, Gaza, Alture del Golan e Sinai nel 1967. «Abbiamo già condotto 1500 interviste orali archiviandone i file audio,» ha aggiunto Habib. «Un incontro può durare da mezz’ora a due o tre ore. Possiamo anche avere appuntamenti ulteriori.» «Abbiamo anche pubblicato 120 [interviste] in forma scritta. In futuro, abbiamo in programma video-interviste. Speriamo di poterle usare per produrre un film documentario sulla storia della Palestina.» Lanciato nel 1998 come parte della facoltà delle arti dell’università, il Centro di Storia Orale è costituito da uno staff di esperti ricercatori sul campo e neo-laureati dei dipartimenti di storia, stampa e media, e studi sociali. Partendo dal nulla Il lavoro con la prima generazione di rifugiati palestinesi inizia col trovarli. «Funziona per esperienza, per relazioni,» spiega Habib. «Costruiamo l’archivio da delle tracce. Non esiste a Gaza un centro di riferimento sistematico per questo tipo di informazioni.» Il Centro di Storia Orale svolge ricerche in diversi campi. Oltre a spostamenti e vita dei rifugiati, ha dei programmi su regioni palestinesi, folclore, politica e cultura, come pure sulle violazioni israeliane dei diritti palestinesi. «Stiamo facendo del nostro meglio per conservare la nostra identità e la nostra eredità culturale palestinese, le usanze e le tradizioni,come il cibo e l’abbigliamento, dopo la Nakba,» dice Habib. «La storia orale ha legami con tutti i campi del sapere, come la medicina tradizionale. E’ parte del nostro lavoro di storici tramandare queste informazioni.» «Cerchiamo di documentare la storia del popolo palestinese e gli eventi più importanti che hanno dato forma alla causa palestinese.» La Striscia di Gaza ha la densità di rifugiati più alta di qualsiasi altro territorio nel mondo. Pochi aspetti della vita, dall’economia alla politica, fino alla gran diversità di cibi e dialetti originari di varie zone della Palestina, non sono segnati dalla Nakba, durante la quale circa 750 mila palestinesi furono sfollati dalle forze sioniste e centinaia di villaggi e città furono spopolate. All’inizio del 2013, l’agenzia dell’ONU per i rifugiati palestinesi, l’UNRWA, ha registrato più di 1.2 milioni di rifugiati a Gaza, su una popolazione totale di quasi 1.7 milioni di persone. Durante la Naksa, nel 1967, l’esercito israeliano espulse da 400 a 450 mila palestinesi, secondo BADIL, un gruppo attivo per i rifugiati palestinesi. Alla fine del 2011, uno studio di BADIL ha calcolato che almeno 7.4 milioni di palestinesi sono stati sfollati, ossia il 66% della popolazione palestinese globale, che ammonta a 11.2 milioni. Questo significa che essi rappresentano il gruppo di rifugiati più numeroso del mondo, oltre a quello che vive questa situazione da più tempo. Lo sfollamento dei palestinesi ad opera di Israele continua attraverso il trasferimento forzato di prigionieri politici appena rilasciati, le demolizioni delle case, la revoca delle residenze a Gerusalemme Est, e il Prawer Plan, una misura proposta alla Knesset (parlamento israeliano), che prevede lo sfollamento di 40 mila beduini palestinesi dalle loro case nel deserto del Naqab (Negev). Una generazione che ci sta lasciando Ma con la pulizia etnica del 1948 avvenuta 65 anni fa, i ranghi di coloro che, nella Stricia di Gaza o altrove, ne sono stati testimoni in prima persona, stanno declinando rapidamente. «Abbiamo iniziato a riflettere sul fatto che la generazione che è sopravvissuta alla Nakba ci stesse lasciando,» spiega Haidar Eid, del Progetto di Storia Orale, un’altra iniziativa per raccogliere testimonianze sul 1948. Il team del progetto ha già raccolto 64 ore di interviste, ha spiegato Eid. Il tempo per completare il resto si sta esaurendo. «La maggior parte di queste persone sta morendo. Per il nostro progetto, dovevano avere almeno 10 anni quando è successa la Nakba. Percui stiamo parlando di persone che oggigiorno hanno sui settanta o ottant’anni.» Eid, professore assistente di letteratura inglese all’università al-Aqsa di Gaza, è un membro del comitato organizzatore della PACBI (Campagna Palestinese per il Boicottaggio Culturale ed Accademico di Israele). Nessun compromesso «Una delle rivendicazioni principali del movimento BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) è l’applicazione della risoluzione 194 delle Nazioni Unite, che si riferisce chiaramente al ritorno dei rifugiati palestinesi sulle loro terre, villaggi e città, dalle quali furono cacciati durante la pulizia etnica del 1948, e a delle compensazioni,» spiega Eid. «Con il Progetto di Storia Orale stiamo supportando questa richiesta e rendendola reale. Trasformiamo la pulizia etnica da un termine astratto alla sua realtà pratica, la vita stessa delle persone.» «Un domanda interessante che poniamo ogni tanto è se accetterebbero un tipo di soluzione che potrebbe compromettere il loro diritto al ritorno. C’è un consenso generale tra tutti i rifugiati che abbiamo intervistato per cui non è accettato nessun compromesso sul diritto al ritorno. Per loro, non sarebbe una soluzione concepibile.» Il Progetto di Storia Orale di Gaza lavora in collaborazione con Palestine Remembered, un archivio online sulla pulizia etnica della Palestina, e l’organizzazione israeliana Zochrot, attiva per il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi. Eid definisce questa collaborazione una «forma di co-resistenza», in opposizione ai progetti che normalizzano la pulizia etnica e l’occupazione israeliane della Palestina. «L’attacco dei progetti di normalizzazione ha preso piede a scapito dei due terzi dei palestinesi che sono rifugiati,» ha aggiunto, creando una distinzione con altri tipi di cooperazione tra palestinesi ed israeliani. «Il peccato originale è il 1948, non il 1967, su cui tutti questi progetti si fondano.» La maggior parte delle interviste del Progetto di Storia Orale sono condotte da giovani volontari. Molti di essi fanno parte della sezione giovanile della PACBI, la Palestinian Student’s Campaign for the Academic Boycott of Israel. Rivisitando il trauma «E’ faticoso, devo ammetterlo,» dice Eid. «Personalmente ho evitato di svolgere le registrazioni, perchè è estremamente difficile. Rivisitare il trauma non è facile. Ma sono molto felici di parlare di tutto quello che c’era prima del 1948.» Le interviste del Progetto di Storia Orale sono suddivise in tre sezioni: la Palestina prima del 1948, la pulizia etnica e la vita da rifugiati. «Chiediamo di come era la vita di tutti i giorni delle persone nei villaggi o nella città, matrimoni, funerali, e caffè,» spiega Eid. «Chiediamo se le persone possiedono ancora un thobe [un abito tradizionale] o qualsiasi altra cosa del villaggio. Di solito amano molto questa parte. «Quando si avvicinano al momento della verità, quando la persona è stata allontanata con la forza dal villaggio, ti si spezza il cuore. Molti iniziano a piangere. Possono darti dei dettagli precisi sulle cose più strane.» I racconti possono essere non solo molto pesanti emotivamente, ma pure brutali. «I palestinesi che si rifiutarono di lasciare la Palestina praticamente furono massacrati,» dice Eid. «Questa è l’incarnazione del sogno sionista di creare uno stato con una maggioranza ebrea. Per garantire questo, necessiti di un processo di pulizia etnica, o di genocidio.» Lui stesso un rifugiato, Eid cita il suo passato personale per illustrare l’importanza della storia orale per la narrazione palestinese. «Sono di un villaggio chiamato Zarnuga, nei pressi di Ramle [nell’odierna Israele],» dice. «Ho trovato solo tre foto di Zarnuga. Solo tre.» «La storia del massacro di Tantura si basa principalmente sulla storia orale. Ora le persone sanno che nel villaggio di Tantura, vicino ad Haifa, avvenne un massacro, grazie a registrazioni di storia orale,» aggiunge Eid. La storia orale inoltre svolge un ruolo importante per la continuità della cultura palestinese. «Questo lavoro è molto importante per le nuove generazioni palestinesi,» dice Nermid Habib. «Permette loro di sapere che cosa hanno vissuto i loro nonni.» Israele tenta di ripulire la sua immagine Il 12 agosto, diversi gruppi di solidarietà con la Palestina hanno pubblicato una lettera aperta di protesta contro una conferenza internazionale sulla storia orale in programma nel giugno 2014 all’Università Ebraica di Gerusalemme, chiedendo ai ricercatori di storia orale di boicottarla. La PACBI ha sottoscritto la lettera, e Eid e più di 350 ricercatori che lavorano nel campo della storia orale l’hanno firmata. «Israele sta tentando di rifare e abbellire la propria immagine,» afferma Eid. «Una delle questioni che vogliamo fare emergere quì in Palestina, come accademici e rifugiati, è se la Nakba farà parte della conferenza, se la pulizia etnica dei palestinesi nel 1948 verrà presa in esame. Credo che questa sia una domanda retorica, e conosciamo già la risposta.» La partecipazione di storici orali della Striscia di Gaza alla conferenza è fuori questione. Alla maggioranza dei palestinesi è vietato entrare nell’odierna Israele. La Legge di Prevenzione dell’Infiltrazione, del 1954, criminalizza la presenza di rifugiati palestinesi in Israele. Ma attraverso questa esclusione di lunga data, Israele potrebbe produrre l’effetto contrario, e inavvertitamente mettere l’accento sulla rilevanza del lavoro sui rifugiati, e sugli aspetti più bui della propria storia e società. «La narrazione sionista è diventata la narrazione ufficiale in Occidente,» dice Eid. «Prima del 1948, non c’era nulla. C’era un buco dal 1948 fino 2000 anni prima. «La nostra speranza è di fornire un’alternativa a questa versione dei fatti. E’ parte di quella che chiamiamo la contro-narrazione. «Le storie dei vecchi, rispetto ai libri di storia, sono più affidabili,» afferma Habib. «Sono stati testimoni diretti degli eventi. Ci sono anche testimonianza scritte. E’ fondamentale aggiungere un nuovo tipo di riferimenti.» Joe Catron è un attivista statunitense a Gaza, Palestina. Ha partecipato alla pubblicazione di «The Prisoners’ Diaries: Palestinian Voices from the Israeli Gulag», un’antologia di testimonianze di detenuti rilasciati nello scambio di prigionieri del 2011. Blog: joecatron.wordpress.com, twitter: @jncatron.

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