7 Gennaio 2014 | International Solidarity Movement, Charlie Andreasson | Gaza, Palestina Occupata

Sabato 4 gennaio, la marina israeliana ha sparato contro cinque pescatori e la loro imbarcazione, un hasaka, a tre miglia nautiche dalla costa di Gaza, all’interno della zona di acque palestinesi, sottoposta a severe restrizioni, in cui le forze di occupazione ufficialmente dovrebbero lasciare pescare i palestinesi.
Nonostante i danni alla barca, e l’acqua che l’ha allagata, Majed Baker, 55 anni, e i suoi famigliari sono riusciti a tornare al porto e portare l’imbarcazione a riva. In totale, nella barca sono stati contati nove buchi di pallottole, alcuni al di sotto del livello dell’acqua.
In precedenza, secondo il Ministero dell’Informazione di Gaza, l’esercito israeliano aveva emesso delle restrizioni sulle acque a nord. In pratica, la «buffer zone» nautica è stata estesa attraverso la forza militare, e senza che la marina israeliana comunicasse le sue intenzioni in anticipo. Senza inoltre fare nessun comunicato dopo l’accaduto.
La restrizione della pesca delle acque nel nord è stata confermata dai pescatori presi di mira. Lo stesso modo di operare può essere osservato nel resto della zona di acque dove la pesca è permessa, che diventa sempre più ristretta.
Secondo Zakaria Baker, coordinatore del comitato dei pescatori dell’Unione dei Comitati dei Lavoratori Agricoli (UAWC), dall’inizio dell’anno tutte le barche che hanno tentato di andare oltre le quattro miglia dalla costa sono state attaccate. Inoltre, la «buffer zone» a sud, nei pressi delle acque egiziane, è stata drasticamente ridotta.
Questo significa che le barche a Rafah sono costrette a navigare per una certa distanza lungo la costa prima di poter inoltrarsi in acque dove poter pescare. Queste restrizioni hanno un duro impatto sull’industria della pesca, specialmente ora, momento culmine della stagione.
Come risultato dell’aggressione israeliana, la pesca totale è diminuita del 42% dal 2000, e il numero di pescatori registrati è declinato da circa 5000 negli anni ’80 a meno di 3000 oggi, secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari.
Gli attacchi e gli spari contro i pescatori palestinesi, che a volte provocano la morte e altre volte ferite di vario tipo, gli arresti e i sequestri delle barche, e la distruzione del materiale da pesca sono frequenti e sono stati documentati dal Palestinian Center for Human Rights. Visto che né l’industria della pesca palestinese né i pescatori stessi rappresentano una minaccia per lo stato di Israele, questi abusi non sono altro che una punizione collettiva, che viola l’articolo 33 della Quarta Convenzione di Ginevra.
Dietro a tutti i numeri e alle statistiche ci sono delle persone. Quando la comunità internazionale permette ad una potenza occupante, in questo caso Israele, di violare le convenzioni internazionali, questo fa sì che altri paesi facciano lo stesso.
L’erosione di convenzioni stabilite rappresenta una minaccia per la gente che dovrebbero proteggere, e può influenzare le relazioni tra gli stati. L’attacco ai cinque pescatori è quindi un fatto di primissima importanza per l’intera comunità internazionale, e non una questione interna tra Israele e coloro che vivono sotto la sua occupazione.