9 Febbraio 2014 – Charlie Andreasson – Gaza, Palestina occupata http://palsolidarity.org
L’ho vista più di una volta, ai margini del porto, guardare le barche nella banchina e poi oltre, verso l’orizzonte. Per un attimo ho rivisto me stesso, quando da bambino prendevo la bicicletta e andavo al porto, solo per stare lì al molo e guardare a lungo le barche che sparivano all’orizzonte e chiedermi che cosa ci fosse oltre quella linea. Mi chiedo se lei faccia lo stesso. Ma lei non è una bambina, è una giovane donna adulta. Una donna forte.
Ho chiesto ad un buon amico di organizzare un incontro per un’intervista con Madleen Kolab, 19 anni, l’unica pescatrice a Gaza. Quando ci siamo incontrati, mi ha rivelato che quell’incontro era solo per dirmi faccia a faccia che lei non rilascia interviste. Per quasi due anni ha rifiutato tutte le richieste dei giornalisti perché, come dice lei, scrivono solo per se stessi, per la loro carriera.
Ma ha deciso di fare un’eccezione quando mi ha riconosciuto: sa che sono coinvolto nella ricostruzione dell’Arca di Gaza e, quindi, nel lavoro per la Palestina. Il suo sguardo fermo mi diceva che era seria e mi sono sentito onorato, ma anche un po’ imbarazzato e ho abbassato lo sguardo sul mio block-notes.
Quando aveva sei anni, già accompagnava suo padre a pescare e si è resa conto presto di quella che sarebbe stata la sua professione. Ama il suo lavoro, stare in mare le dà un senso di libertà. Ci tiene a sottolineare che nessuno l’ha costretta a diventare una pescatrice.
Le sue rapide risposte alle mie domande, il suo sguardo deciso, la mancanza di esitazione non lasciavano dubbi o spazio per pensare il contrario. Non ho certo dubitato della sua parola quando ha detto che gli altri pescatori la rispettano come qualsiasi altro collega. Solo dopo che ho sottolineato che le donne di tutto il mondo hanno difficoltà a penetrare in un settore estremamente maschilista come la pesca, ha confessato che anche lei ha lottato per i suoi diritti, ed è stata trattata con pregiudizio, ma che adesso le cose sono cambiate.
Madleen è la maggiore di quattro fratelli. Pesca con il più giovane di loro su un hasaka, un piccolo canotto con un motore fuoribordo. In passato possedeva un tipo di imbarcazione che aveva bisogno di pagaia. Ora ha la possibilità di andare verso acque più profonde e tentare di avere un pescato migliore. Inoltre, l’hasaka è più sicuro.
E’ stata attaccata da motovedette israeliane e riferisce che è una cosa comune avere proiettili che ti sfrecciano intorno alla barca. Una volta ha temuto che sarebbe stata arrestata, ma quando i soldati israeliani hanno scoperto che c’era una donna a bordo della barca, hanno invece ordinato di tornare in porto, evidentemente nel dubbio su come affrontare questa situazione inconsueta.
Madleen sa che questo non la salverà per sempre, evita il bordo del gruppo di barche che escono, preferendo lottare per la pesca con gli altri che cercare di pescare di piu in acque piu aperte. Ma sa anche che quando i militari israeliani decidono di prendere una barca in particolare, è quella che separeranno dalle altre.
Le ho chiesto cosa ne pensa dell’escalation di violenza: nel mese di Gennaio sono stati effettuati tredici attacchi sui pescatori, uno al limite delle sei miglia nautiche, gli altri tutti entro le tre miglia dalla costa.
Sa per esperienza che, anche se è permesso uscire fino a sei miglia , la marina israeliana li fa restare entro cinque miglia, e quando il limite è a tre miglia, in realtà sono solo due.
Madleen è convinta che ora attaccano così vicino alla costa, perché è alta stagione per la pesca e Israele vuole impedire ai pescatori palestinesi di sostentarsi. Questo punto di vista è coerente con quello dei pescatori con cui ho parlato dopo che erano stati arrestati e a cui avevano confiscato barca e attrezzi. I militari israeliani sanno di poter perpetrare i loro abusi, dal momento che il resto del mondo non protesta.
Ma che cosa farebbe se non ci fosse il blocco? Lascerebbe Gaza? Madleen non ha esitato: rimarrebbe. La Palestina è la sua casa. Ma pescherebbe più al largo, lontano dalle acque sovrasfruttate e poco profonde.
Desidera tanto che la comunità internazionale intervenga su Israele, fermando il blocco illegale e disumano. I pescatori da soli non possono farcela. E come Madleen giustamente sottolinea, hanno il diritto di pescare nelle loro acque. In questo momento, tutto è come un sogno oscuro -prosegue- il futuro sembra tetro. Continua a sperare che un giorno saranno liberi dal blocco. E sperare è l’unica cosa che possano fare.
Le ha suonato il telefono, qualcuno si chiedeva dove fosse. Madleen non si allontana mai per troppo tempo, mi ha chiesto se avevo altre domande. Le ho fatto alcune foto e l’ho ringraziata per il suo tempo. Prima di andarsene, ha offerto il suo aiuto per mettere di nuovo in acqua l’Arca di Gaza.
Penso che la vedrò ancora, là, ai margini del porto. E mi stupisco di non averle fatto quella domanda…che cosa pensa quando guarda verso l’orizzonte.
foto di Charlie Andreasson
foto di Joe Catron
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ArcadiGaza Gaza’sArk http://palsolidarity.org/2014/02/madleen-kolab-gazas-only-fisherwoman/
Madleen Kolab, Gaza’s only fisherwoman
palsolidarity.org
9th February 2014 | International Solidarity Movement, Charlie Andreasson | Gaza, Occupied Palestine I have seen her standing there more then once, at the edge of the port, looking out over the boa…
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