fonte: http://palsolidarity.org
11 marzo 2014, Charlie Andreasson, Gaza, Palestina occupata
Durante il giorno di Natale 2013 una piccola flotta di camion cisterna ha raggiunto la zona di Jabalia, il più grande campo profughi nella Striscia di Gaza e una delle aree maggiormente colpite durante le recenti alluvioni.
L’acqua pulita qui scarseggia, e molte famiglie sono costrette a spendere più di un quarto del loro reddito per procurarsi questa ambita risorsa; in un campo profughi segnato dalla povertà, tale percentuale risulta ancora più elevata.
Questa volta l’acqua era gratuita, e i camion effettuavano varie fermate per riempire i serbatoi d’acqua ricavati sui tetti, nei vani scale o in baracche di lamiera e teli in plastica.
La notizia della disponibilità di acqua gratis si è diffusa nel campo con la rapidità di un incendio: la gente ha cominciato a radunarsi attorno ai mezzi per farsi riempire grosse taniche, ma anche alcune più piccole, come quelle da cinque litri; una bimbetta con le treccine è arrivata con un bricco per il caffè.
Alcuni indicavano le loro case, a pochi isolati di distanza, temendo che l’acqua terminasse prima che i mezzi le raggiungessero.
Ma l’acqua è bastata. In un periodo di cinque settimane, con un programma ben coordinato, sono stati distribuiti 2,3 milioni di litri d’acqua.
I promotori sono i coniugi irlandesi Derek e Jenny Graham, e il programma è stato finanziato dalla Fondazione Perdana Global Peace.





(foto di Charlie Andreasson)
Non è la prima volta che la signora e il signor Graham prendono l’iniziativa e coordinano un programma del genere.
Nel 2012 hanno lavorato per tre mesi a distribuire acqua a chi ne aveva bisogno, in tutta la Striscia di Gaza, in bottiglie di plastica riconoscibili dal colore verde, in modo da non poter essere rivendute.
600.000 bottiglie da un litro e mezzo, acquistate da un grosso stabilimento internazionale di bibite a Gaza, sono state depositate nelle moschee e nelle chiese per la successiva distribuzione, agli ospedali e alle scuole, ma anche direttamente distribuite dalle auto alle mani tese nelle zone più colpite dalla povertà.
Durante i venerdì – qui giorno di riposo – anche gli autisti hanno lavorato gratuitamente, contribuendo in tal modo a distribuire più acqua a un maggior numero di persone in stato di necessità.

Ma la coppia irlandese non si occupa solo di distribuzione acqua.
Il giorno della vigilia di Natale si sono recati in un accampamento Beduino, nella zona nord della striscia di Gaza, con coperte e teli di plastica, acquistati con i fondi raccolti tramite una petizione sul loro sito web, separato da quello della Fondazione Perdana.
I Beduini hanno un disperato bisogno di aiuto perché le case che si sono costruiti e in cui vivono sono molto semplici, quasi primitive, quindi sono state gravemente danneggiate dalle tempeste che si sono ultimamente abbattute su tutta la Striscia di Gaza.
Non solo hanno subito gravi danni alle case e ai capanni per il bestiame, ma hanno visto distrutta anche gran parte dei loro raccolti.
Rischiano però di essere dimenticati da tutti: non essendo profughi non sono supportati dall’agenzia ONU per i rifugiati (UNRWA), mentre la capacità e la volontà di aiutarli da parte del governo è limitata anche dal fatto che vivono nella ‘buffer zone’, vicino al confine con Israele, un’area costantemente sotto tiro da parte della potenza occupante.

La solidarietà dei Graham per il popolo Palestinese di Gaza non si ferma qui.
Nel 2008 Derek si trovava, con Vittorio Arrigoni, a bordo delle imbarcazioni ‘Free Gaza’ e ‘Liberty’, quando queste hanno rotto l’assedio, anche se solo temporaneamente; più tardi, nello stesso anno, sulla ‘Dignity’, abbordata dalle forze armate israeliane che li hanno poi arrestati.
Hanno fatto seguito numerosi altri tentativi: nel 2009 con ‘Humanity’, nel 2010, assieme a Jenny, con le barche ‘Rachel Corrie’, ‘Challenger I’ e ‘Challenger II’.
Nel 2011, il difficile tentativo con la motonave ‘Finch’, intercettata dalle forze armate israeliane in acque egiziane a soli 400 metri dall’obiettivo, e costretta nel porto di Al-Arish per tre settimane.
Probabilmente sono classificati, secondo la terminologia israeliana, come recidivi; non costituisce certo attenuante il fatto che abbiano cercato di portare medicinali – di cui gli ospedali avevano disperata necessità a causa del blocco – nonché cemento per la ricostruzione.
La motonave cargo ‘Finch’ portava un carico di tubi in PVC per fognature, per una lunghezza totale di 7 chilometri e mezzo, recapitati a Gaza solo in seguito, dopo otto mesi di estenuanti trattative, con l’aiuto delle Nazioni Unite.

Il loro lavoro per il popolo Palestinese li ha portati a tessere a una fitta rete di contatti, con persone influenti a vari livelli all’interno della comunità, contatti necessari per i piani che continuano a fare per il futuro.
Proprio qualche giorno fa hanno ottenuto l’approvazione da parte dell’autorità portuale e il sostegno tra i pescatori, per avviare un esperimento che mira a ridurre in modo significativo il consumo di carburante nelle attività di pesca; un progetto importante nella situazione attuale, che vede il prezzo del carburante raddoppiato – da quando l’Egitto ha demolito i tunnel attraverso i quali avveniva l’importazione di contrabbando – e la pesca progressivamente diminuita a causa dei limiti imposti ai pescatori nell’esercizio della loro professione da parte della marina militare israeliana.
Tra i piani anche quello di realizzare una unità di soccorso in mare, un progetto già avviato e che trova legittimazione nella Quarta Convenzione di Ginevra.
Ma cos’è che li porta a fare tutto questo?
Sono già al loro sesto anno di attività, contando da quando sono giunti qui la prima volta, via mare. Non cercano fama e ricevono un contributo spese solo quando realizzano dei progetti per conto della Fondazione Perdana.
E perchè proprio Gaza?
Alla mia domanda Jenny alza lo sguardo dal suo computer portatile, e con un’alzata di spalle mi spiega le similarità tra la situazione Palestinese e la sofferenza del popolo Irlandese durante l’occupazione britannica, gli arresti arbitrari, la negazione dei diritti umani, e il desiderio di libertà e di auto-determinazione che non possono essere soffocati neanche dalla forza delle armi.
Non è difficile immedesimare la loro storia a quella dei Palestinesi, per cui trovano del tutto naturale portar loro assistenza.
Derek annuisce, aggiungendo che, dato che sono già stati arrestati dagli Israeliani, non possono recarsi in Cisgiordania, quindi la Striscia di Gaza è l’unica parte della Palestina che possono raggiungere, e dove possono prestare la loro opera.
“Talvolta ci chiediamo per quanto tempo potremo andare avanti”, mi dice, “ma poi vediamo i risultati dei nostri sforzi, ed è più facile continuare”.

(foto di Obay N Agha)