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17 Agosto 2014 – Charlie Andreasson – Gaza, Palestina occupata
Gli attacchi militari ai palestinensi sono in corso da oltre un mese, ed anche se la guerra dovesse finire mentre sto scrivendo, le conseguenze estenuanti di tutto questo, continueranno nel tempo.
La preoccupazione per la tua vita, per quella dei tuoi familiari e dei tuoi amici, il pensiero che la casa in cui ti trovi verrà attaccata e crollerà, sono facilmente intuibili anche da chi sente le notizie a centinaia di chilometri dall’epicentro della violenza.
Ma le conseguenze sono molto più numerose.
Si ha la sensazione che il cielo ti prema a terra e c’è il rumore del ronzio arrabbiato di tutti i droni sopra la testa. Come puoi descriverlo a qualcuno che è a distanza di sicurezza?
Non c’è quasi alcun accesso all’elettricità adesso che l’unica centrale elettrica di Gaza è stata bombardata.
L’elettricità è molto di più che l’interruttore sul muro. Significa lavarsi a mano i vestiti, strofinare, strizzare: nessuna divisione tra bianchi e colorati o temperatura da impostare, tutti nel solito secchio. Se vuoi l’acqua calda, la scaldi sul gas.
C’è ancora cibo disponibile nei negozi e nei mercati, ma senza elettricità, frigoriferi e congelatori non funzionano e con una temperatura di 30 gradi, il cibo va subito a male.
Era tanto che non andavo dal macellaio. I prezzi hanno cominciato a salire, non velocemente, ma a poco a poco.
Aggiungi a questo che le banche sono chiuse e che fabbriche, laboratori ed altri luoghi di lavoro, sono stati bombardati, lasciando i lavoratori senza entrate. Per coloro che hanno dovuto abbandonare la propria casa, senza poter prendere niente con sè, e per quelli che già erano letteralmente senza un soldo, la vita è ancora più difficile.
Prima della guerra, l’acqua arrivava quando aprivo il rubinetto, anche se salata e non potabile; adesso questo non è più così scontato.
Dopo che sono andato in bagno, mi sono reso conto che non potevo tirare lo sciacquone, così ho messo un secchio d’acqua di lato. E io sono fortunato: centinaia di migliaia di persone sono tagliate fuori dalle rete idrica.
Ciò presenta problemi anche per lavarsi ed è difficile per le persone mantenere pulite se stesse e i propri bambini.
Comprendiamo la nostra totale dipendenza dall’acqua solo quando non c’è niente al di fuori di piccoli negozi in cui si trovano serbatoi d’acqua di acciaio inox, in cui le persone qualche volta fanno la fila per comprare acqua sotterranea filtrata – se ve n’è rimasta nei serbatoi.
Quache volta nei negozi finisce anche l’acqua in bottiglia più costosa, sebbene quasi nessuno la userebbe per farsi la doccia, nè tantomeno per tirare lo sciacquone.
Arriviamo al sistema fognario, che non funziona in molti posti dato che le tubazioni e le stazioni di pompaggio sono state distrutte. In alcuni posti, piccoli ruscelli di acque reflue non trattate scorrono tra gli edifici, attraversano le strade e vanno giù verso il mare. E con 30 gradi, con il cibo che non può essere refrigerato e senza accesso all’acqua, ci si può solo aspettare l’insorgere di qualche malattia.
Le famiglie fanno quello che possono per ospitare i parenti, mettendo alla prova ospitalità e solidarietà da più di un mese; condividono vestiti, cibo, acqua e sacrificano la loro vita privata. Ma cosa accadrà quando questi ospiti a lungo termine non potranno tornare a casa? Saranno ancora i benvenuti a ridurre lo spazio vitale, quando la violenza della guerra si smorzerà? E che dire di quelli che hanno fissato delle tende nel parco dietro il Shifa Hospital o atrove, che non hanno cibo, acqua, fogne, elettricità?
Dove devono andare? Come studieranno i loro bambini, in queste condizioni?
Tra le rovine di Shujaja ed altre zone lungo la buffer zone, si capisce che la vita deve in qualche modo andare avanti.
Alcuni sono più fortunati e le loro case potranno essere riparate, se avranno la possibilità di reperire i materiali da costruizione e se avranno soldi per pagarli. Ma tanti, troppi altri non sono stati così “fortunati”.
Dove un tempo sorgevano le loro case, adesso si trovano piloni di cemento crollati e profondi crateri. Sono stati dati loro dei teloni per formare delle tende a protezione dal sole.
Qui e là si percepisce l’odore di qualcosa di morto sotto tutti gli strati di cemento crollato. Potrebbe essere un animale, o qualcos’altro.
In mezzo a tutta questa ditruzione, alcune persone provano a trovare qualcosa che appartenga loro e che sia ancora intero, i bambini giocano tra le macerie, qualcuno prepara del tè su un fuoco all’aperto.
Le conseguenze della guerra non sono solo morte e sangue, smembramento e dolore. Sono molte di più. E non finiscono quando i soldati tornano alle loro caserme.
Trad. F. S.


