Shuhada Street 2015: sofferenza per la propaganda israeliana e la chiusura militare

Hebron, Comunicati Stampa, 29 giugno 2015

Centinaia di negozi palestinesi e magazzini sono stati chiusi in Shuhada Street dall’esercito israeliano nel 1994 in seguito al massacro nella moschea di Ibrahim, in cui ventinove musulmani furono uccisi durante la preghiera dentro la Moschea Ibrahimi da Baruch Goldstein, un colono ebreo di Kiryat Arba.

In nome della tutela dei coloni ebrei, dopo il massacro dei palestinesi durante il Ramadan, il traffico veicolare palestinese è stato vietato e l’accesso pedonale limitato, a questo va aggiunta la chiusura di aziende e uffici comunali. Nel 1997 Israele ha accettato di riaprire Shuhada Street ai palestinesi e ripristinare i negozi chiusi, al fine di ristabilire le condizioni precedenti al 1994. Fino ad oggi, quasi venti anni dopo, nessuno dei negozi è stato riaperto e la strada rimane chiusa ai veicoli palestinesi.11707561_513123455503179_4291885246695330533_n 11659234_513123458836512_7684821231865985572_n 11665508_513123432169848_3021807884710522211_n 11205532_513123438836514_3955569041836512169_n

Ultimamente, sui media internazionali girano notizie sulla riapertura di alcune zone della strada Shuhada, la notizia è stata riportata su testate tra le quali spicca il New York Times. Secondo questi articoli, l’Amministrazione Civile israeliana, attraverso il sindaco di Hebron, ha promesso che sia i 7 (che sono stati confermati da un portavoce dell’IDF) che altri 70 negozi avranno il permesso di aprire nuovamente, 70 è il numero più ripetuto. Tuttavia noi attivisti dell’ISM, di sede ad Hebron, abbiamo osservato come, purtroppo, tali affermazioni risultino poco credibili. Gli stessi giorni in cui è circolata la notizia, due negozi sono stati effettivamente autorizzati a riaprire per circa un’ora, prima di essere nuovamente costretti a chiudere dietro pressione delle forze israeliane presenti.

Il 24 luglio, un palestinese proprietario di un’attività commerciale, in seguito all’autorizzazione del Comitato di riabilitazione di Hebron, ha tentato di raggiungere il suo negozio dove presumeva di poter riaprire la sua attività. L’uomo è rimasto bloccato dall’entrare nella sua proprietà da un raduno di coloni scortati dalla polizia di frontiera. I coloni hanno portato sedie e una tenda e si sono seduti di fronte ai negozi dei palestinesi sulla Shuhada Street per fare colazione, schernendo i musulmani a digiuno per il Ramadan. Volontari dell’ISM erano presenti. Lo stesso episodio si è verificato la sera dello stesso giorno e la mattina seguente. Fino ad ora, questo è l’evento più simile ad un’apertura di negozio che Shuhada Street ha visto. Per noi, e per altre persone che frequentano la zona della moschea Ibrahimi quotidianamente, è difficile trarre una conclusione diversa da quella che tutta la storia della riapertura dei negozi è solamente un’altra campagna di propaganda israeliana con poco fondamento di verità.

Camminiamo in Shuhada Street tutti i giorni, dal checkpoint 56 all’inizio della strada fino al checkpoint vicino alla moschea di Ibrahim, possiamo confermare che nulla è cambiato. Le forze israeliane continuano ad aumentare gli arresti e le detenzioni contro i palestinesi e la violenza dei coloni contro palestinesi e internazionali non è diminuita né accenna a diminuire. Difatti durante le prime due settimane di Ramadan, gli incidenti sono aumentati.

Va chiarito che il permesso di riaprire i negozi non ha spostato di un solo centimetro il blocco totale di questa area: i palestinesi non sono autorizzati ad accedere alla Shuhada Street e le restrizioni di movimento imposte dal governo israeliano tra i checkpoint e i blocchi stradali per il passaggio verso gli insediamenti illegali dei coloni rendono del tutto impossibile rendere concreta l’ipotesi della riapertura delle attività economiche.

Issa Amro, difensore dei diritti umani nato nella città vecchia di Hebron, dice della situazione: “La propaganda israeliana sta cercando di diffondere voci false circa miglioramenti e servizi a favore dei palestinesi durante il mese del Ramadan in tutta la Cisgiordania. Come palestinesi, non vogliamo un’ “occupazione più bella,” vogliamo la libertà e la piena autodeterminazione. Le bugie circa la riapertura dei negozi a Hebron sono la prova più chiara che dimostra il vero volto della propaganda israeliana nel tentare di modificare l’immagine dell’occupazione.” Amro ha anche detto che la sua organizzazione non ha visto alcun miglioramento nella Shuhada street, solo più violazioni sull’identità palestinese della strada così come una più massiccia presenza di coloni e una maggiore violenza da parte dell’esercito verso minori, donne e anziani palestinesi.

Amro ha anche affermato che il suo gruppo sta organizzando una campagna internazionale per riaprire Shuhada street. Hanno avuto grande successo nel 2015 organizzando più di 120 iniziative non violente in tutto il mondo chiedendo di fare pressione su Israele per porre fine all’occupazione e alla chiusura del centro della città di Hebron.

Amro ha giustamente aggiunto che anche la riapertura dei negozi senza la riapertura dei checkpoint per permettere alle persone e alle merci di raggiungere i negozi è inutile e poco pratica.

Abed Salaymeh, residente in Shuhada Street fin dalla nascita e attivista del gruppo Youth Against Settlements, ha affermaato: “Quello che sta accadendo nella via principale della città di Hebron mi fa molto arrabbiare. Non è solo perché sono stato picchiato da un gruppo di coloni che vivono sulla mia stessa strada, sono stato picchiato davanti agli occhi dei soldati che non hanno fatto nulla per impedirlo e subito dopo hanno lasciato la zona costringendoci a rimanere in casa per non seguirli. Quello che avviene sulla Shuhada street dal punto di vista giudiziario si può considerare una sorta di sporco gioco sostenuto dalle bugie diffuse dai media, i quali sostengono che l’occupazione si interessa di far aprire i negozi in strada. E purtroppo le persone sono state molto contente di sentire che avrebbero riaperto alcuni negozi. Ma questo non è un regalo che l’occupazione ci sta facendo, questo è un diritto violato da questa occupazione e deve essere ripreso.”

Questo report è stato scritto da attivisti di Youth Against Settlements e dell’ISM

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