Persone contro i bulldozer: il potere duraturo della Giornata della Terra in Palestina

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30 marzo 2026

La Giornata della Terra 2026 riflette la distruzione e l’annessione, eppure i palestinesi rimangono radicati nella loro terra nonostante i continui tentativi di sfrattarli.

In Palestina, la lotta non è astratta: si vive quotidianamente, è radicata nella terra ed è definita dalla lotta per rimanere. (Foto: social media – immagine diffusa)

La Giornata della Terra in Palestina arriva quest’anno in un momento in cui l’esistenza stessa dei palestinesi sulla propria terra è sotto una minaccia diretta e senza precedenti.

Quella che un tempo era intesa come una lotta contro la confisca della terra si è evoluta in qualcosa di molto più urgente: una lotta contro la cancellazione stessa.

Già nel 2012, un rapporto della Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo (UNCTAD) avvertiva che Gaza sarebbe potuta diventare “inabitabile” entro il 2020, un avvertimento poi ripreso da funzionari delle Nazioni Unite, tra cui Robert Piper, che misero in guardia sul rapido deterioramento delle condizioni di vita nella Striscia.

Oggi, quella previsione non solo si è avverata, ma è stata addirittura superata dagli eventi, in particolare dal genocidio di Gaza.

Vaste zone di Gaza sono state devastate su una scala senza precedenti. All’inizio del 2026, oltre il 90% del patrimonio edilizio della Striscia era stato danneggiato o distrutto, con interi quartieri rasi al suolo e infrastrutture critiche sistematicamente smantellate. Case, ospedali, sistemi idrici e terreni agricoli sono stati resi inutilizzabili, lasciando vaste aree incapaci di sostenere la vita.

Questa distruzione si estende oltre gli edifici, compromettendo le condizioni stesse necessarie alla sopravvivenza. L’accesso all’acqua è venuto meno, i terreni agricoli sono stati rasi al suolo e i servizi essenziali hanno cessato di funzionare. Quella che un tempo veniva descritta come una crisi umanitaria si è trasformata in qualcosa di ben più grave: la trasformazione della stessa Gaza in uno spazio sempre più incapace di sostenere la vita umana.

E questo è precisamente l’obiettivo primario di Israele con il genocidio.

In effetti, il genocidio non è sorto in un caso isolato. Rappresenta l’espressione più estrema di una politica di lunga data volta a rendere la vita dei palestinesi su quella terra sempre più difficile, e in definitiva insostenibile.

La stessa logica si sta manifestando in tutta la Cisgiordania.

Dalle regioni settentrionali a Hebron (Al-Khalil), l’appropriazione di terre, l’espansione degli insediamenti e gli sfollamenti forzati indicano una traiettoria chiara: Israele sta accelerando il controllo sulla terra, limitando al contempo la presenza palestinese su di essa. Le terre continuano a essere riclassificate come “terre demaniali”, gli insediamenti si espandono in nuove aree e intere comunità rischiano lo sfratto forzato con misure militari e amministrative.

I funzionari israeliani sono diventati sempre più espliciti, e Bezalel Smotrich è stato tra i più chiari. Ha invocato l'”emigrazione volontaria degli arabi di Gaza”, ha affermato che Israele dovrebbe “incoraggiare l’emigrazione” da Gaza e ha sostenuto che Ben-Gurion avrebbe dovuto “portare a termine il lavoro” e “cacciare gli arabi” nel 1948. Non si tratta di eccessi retorici slegati dalla politica. Riflettono una visione politica in cui l’allontanamento dei palestinesi non è un effetto collaterale del potere israeliano, ma uno dei suoi obiettivi dichiarati.

È in questo contesto che si celebra la Giornata della Terra nel 2026, non come un ricordo storico, ma come una realtà ancora attuale. Un monito che la lotta per la terra in Palestina non è mai finita e che, nonostante tutto, i palestinesi rimangono profondamente radicati in essa.

Cos’è la Giornata della Terra e perché è ancora importante?
La Giornata della Terra, che si celebra ogni anno il 30 marzo, segna un momento cruciale nella storia palestinese, quando la questione della terra è passata da mera questione politica a aperto scontro.

Nel 1976, Israele annunciò la confisca di migliaia di dunam di terra palestinese in Galilea. I palestinesi risposero con uno sciopero generale e proteste diffuse in tutta la Palestina storica, segnalando un rifiuto collettivo di accettare la continua perdita di terre. Le forze di occupazione israeliane risposero con la forza letale, uccidendo sei palestinesi e ferendone e arrestandone centinaia.

Il significato della Giornata della Terra andò ben oltre gli eventi immediati. Segnò la prima mobilitazione politica unitaria dei palestinesi all’interno di Israele – nella Palestina storica – dal 1948, stabilendo la terra come asse centrale dell’identità e della resistenza palestinese. Da quel momento in poi, la terra non fu più semplicemente una risorsa legata al sostentamento, ma divenne inseparabile dall’esistenza stessa.

Ecco perché la Giornata della Terra continua ad avere un’eco. Non è la commemorazione di un singolo evento, ma il riflesso di una condizione in continua evoluzione.

Cosa sta facendo Israele alla terra palestinese oggi?
L’attuale fase della politica israeliana non rappresenta un’inversione di rotta, ma un’accelerazione di strategie di lunga data volte a consolidare il controllo sulla terra.

Attraverso una combinazione di classificazioni legali, misure amministrative e imposizione militare, ampie aree della Cisgiordania vengono assorbite in un sistema che facilita l’espansione degli insediamenti. I terreni designati come “terre demaniali” vengono assegnati all’uso israeliano, mentre l’accesso ai palestinesi è limitato o completamente negato.

Allo stesso tempo, gli avamposti di insediamenti illegali continuano ad espandersi, spesso “legalizzati” retroattivamente e collegati da infrastrutture che li integrano in una rete territoriale più ampia. Strade, barriere e checkpoint frammentano lo spazio palestinese, rendendo sempre più impossibile la continuità.

Oltre il 60% della Cisgiordania rimane sotto il pieno controllo israeliano e il crescente numero di checkpoint e restrizioni ha creato una geografia definita dalla separazione piuttosto che dalla coesione.

Non si tratta semplicemente di espansione territoriale. Si tratta di una ristrutturazione sistematica del territorio in modo tale da rendere la presenza palestinese sempre più limitata, frammentata e vulnerabile allo sfollamento.

Cosa sta succedendo a Gaza e perché è fondamentale per la Giornata della Terra?
Gaza rappresenta l’espressione più estrema della lotta per la terra, non solo per l’entità della distruzione, ma per ciò che tale distruzione simboleggia.

Interi quartieri sono stati ridotti in macerie e le infrastrutture essenziali – acquedotti, ospedali, reti elettriche e terreni agricoli – sono state sistematicamente prese di mira. Questo non si limita alla distruzione visibile degli edifici; si estende all’erosione delle condizioni necessarie alla vita stessa.

Le aree agricole sono state bruciate o rese inaccessibili, interrompendo le fonti di cibo e di sostentamento. Gli spazi urbani sono stati rasi al suolo a tal punto che la ricostruzione richiederebbe la ricostruzione non solo delle strutture, ma anche dei sistemi fondamentali che permettono a una società di funzionare. Il risultato non è semplicemente devastazione, ma trasformazione.

Gaza si sta trasformando in uno spazio in cui la sopravvivenza umana diventa sempre più difficile.

Questa realtà era stata prevista nei precedenti avvertimenti internazionali, ma la sua manifestazione attuale è di gran lunga più grave. La distruzione è stata accompagnata da ripetute ondate di sfollamento, con i civili costretti a spostarsi da una zona all’altra sotto la minaccia dei bombardamenti.

In questo senso, Gaza non è separata dalla più ampia questione della terra.

Rappresenta la sua forma più acuta e accelerata, in cui l’obiettivo non è più solo controllare il territorio, ma renderlo vuoto o inabitabile.

Cosa stanno facendo i palestinesi in risposta?

Nonostante l’entità della pressione, la risposta palestinese continua a essere caratterizzata dalla perseveranza.

Il concetto di sumud, o fermezza, rimane centrale. In tutta la Cisgiordania, ciò si riflette nell’atto quotidiano di rimanere sulla terra: coltivare i campi, ricostruire le case e mantenere la vita comunitaria in condizioni progettate per minarla.

Queste azioni possono non apparire sempre eclatanti, ma hanno conseguenze profonde. Ogni atto di presenza sfida la logica dello sfollamento.

A Gaza, dove le condizioni sono molto più difficili, la sopravvivenza stessa ha assunto questo ruolo. Mantenere i legami sociali, preservare le strutture comunitarie e continuare la vita quotidiana in condizioni estreme diventano forme di resistenza.

Questa continuità è fondamentale. Perché finché i palestinesi rimarranno, l’obiettivo del loro completo sfollamento rimarrà irrealizzato.

Cosa significa la Giornata della Terra nel 2026?

La Giornata della Terra di oggi non è solo un ricordo del passato. È un riflesso del presente e un’indicazione di ciò che ci aspetta.

Dalla Galilea nel 1976 a Gaza nel 2026, una realtà è rimasta costante: la terra è palestinese e la lotta è stata quella di difenderla, rimanervi e rivendicarla nonostante i continui tentativi di appropriazione.

Ciò che è cambiato è la portata e l’intensità del processo.

Quella che un tempo era una confisca di terre si è ampliata in un sistema più ampio di distruzione, sfollamento e trasformazione.

Eppure, una realtà persiste. Nonostante tutto – distruzione, annessione e pressione costante – i palestinesi restano sulla loro terra.

Questo, più di ogni altra cosa, è il significato duraturo della Giornata della Terra.

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