Violenza a Nabi Saleh

Mentre Amnesty International si appella pubblicamente per la liberazione di Bassem Tamimi, platealmente pluriarrestato in quanto pericoloso organizzatore di manifestazioni pacifiche, l’esercito di occupazione a Nabi Saleh gli arresta il figlio quattordicenne, Wa’ed. La madre, Narimal, corre verso i soldati che lo hanno preso, qualcuno va ad aiutarla, e altri

quattro finiscono arrestati.

fronteggiamento (foto Claudio Scalise)

                Fin dall’inizio c’era qualcosa che non andava: troppi soldati, non ne avevo mai visti così tanti, credo almeno cinquanta. Anziché scendere dalla strada principale, saliamo nell’altra frazione del paese, verso la collina: i soldati sono già in cima alla strada, e ci sparano lacrimogeni, molto prima che nessuno si immagini di tirare un sasso.Non c’è vento che disperda i lacrimogeni, bisogna spostarsi e aspettare un po’. Torniamo sulla strada, di nuovo il megafono grida il no all’occupazione: di nuovo lacrimogeni. Intanto si vede che anche dalla strada stanno salendo delle jeep, e dei soldati a piedi sotto il paese. Al terzo o quarto tentativo di salire verso la collina, decidono di lasciarci andare, fino ad arrivare al contatto con loro. Due jeep piene di soldati arrivano anche loro in cima alla collina. Il nostro gruppo anziché rimanere compatto si sfilaccia un po’: partono i soldati di corsa, come se volessero acchiappare un pò di manifestanti. Fuga precipitosa di un gruppo. I soldati abbandonano l’inseguimento. Anzi lasciano che i fuggiaschi ritornino con il gruppo. Pian piano sono i soldati che cominciano la ritirata, scendendo dalla collina con molta lentezza. Il nostro gruppo tiene il contatto, per un po’ sono le ragazzine, poi un gruppo di internazionali, sempre attaccati ai soldati in ritirata. Così questi non sparano mai lacrimogeni.

                Intanto dal lato del paese sta succedendo qualcosa: si vedono lanci di lacrimogeni tra le case e nell’uliveto soprastante. Probabilmente stanno cercando dei ragazzi. Infatti è così che viene preso Wa’ed: un gruppo di soldati si era nascosto in una vecchia casa, e quando i ragazzi si sono avvicinati, sono saltati su Wa’ed e lo hanno preso. Il nostro gruppo è ormai a metà della collina discendente, quando arriva la chiamata per Narimal: hanno preso tuo figlio! Lei si mette a correre per andare dove lo tengono e chiede di accompagnarla. La prima che si muove per andare con lei è Eva, ragazza americana che è stata con me a Sussya, poi altri. I soldati lasciano passare, ma poi decidono di punire chi è là ad inveire contro di loro. Mentre la battaglia tace, il casino è intorno alle jeep. Finisce che Eva, un israeliano e due fotografi, un francese e un israeliano, vengono arrestati e portati via, alla stazione di polizia dell’insediamento.

                Intanto la battaglia è ripresa, con un assalto di shebab verso i soldati che si ritirano. Come il solito questi tornano all’attacco, con lacrimogeni, rubber bullets e abbiamo trovato anche bossoli di armi da guerra. Però non assistiamo a molti su e giù. I soldati si ritirano presto alla loro torre all’entrata, e non vengono più attaccati che da sporadici lanci di pietre.

                Eva è stata rilasciata di pomeriggio. Gli altri tre internazionali sono ancora alla polizia, ma in via di liberazione. Ancora sotto interrogatorio è Wa’ed. (Undici di sera, orario di Ramallah)

fronteggiamento (foto C. Scalise)

soldati all’assalto (foto C. Scalise)

gomma incendiaria (foto C. Scalise)

lacrimogeno reso al mittente (foto C.Scalise)

Abu Sara dalla West Bank

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