Rachel, 23 anni, è cresciuta ad Olympia ed ha studiato arte all’Evergreen State College, sempre ad Olympia. Attivista dell’International Solidarity Movement, il 27 gennaio 2003 si reca a Rafah (striscia di Gaza) dopo il training di Ramallah.
Qui vive a stretto contatto con i palestinesi del posto. Scrive delle lettere alla madre, in cui usa parole bellissime, per esempio: “In passato ho scritto tanto sulla delusione di scoprire, in qualche misura direttamente, di quanta malignità siamo ancora capaci. Ma è giusto aggiungere, almeno di sfuggita, che sto anche scoprendo una forza straordinaria e una straordinaria capacità elementare dell’essere umano di mantenersi umano anche nelle circostanze più terribili- anche di questo non avevo mai fatto esperienza in modo così forte. Credo che la parola giusta sia dignità. Come vorrei che tu potessi incontrare questa gente. Chissà, forse un giorno succederà, speriamo.”
Le case di chi la ospita, a Rafah, sono sotto ordine di demolizione. Così, lei ed altri decidono di interporre i loro corpi tra la ruspa demolitrice e le case delle famiglie che abitano li. Da diverse ore stanno compiendo queste azioni, e chi guida la ruspa lo sa, lo vede. Rachel sale su una collina di fronte alla ruspa. La ruspa non si ferma e le travolge. Non solo, poi tornando indietro passa sopra al suo corpo. L’han trovata che ancora respirava. È morta poco dopo, il 16 marzo 2003.
Chi l’ha travolta si presenta al processo, secondo la madre di Rachel la sua voce non tradisce un minimo di senso di colpa. Dice che stava semplicemente seguendo gli ordini, le sue dichiarazioni sono contraddittorie. Il suo nome è segreto, il suo volto è nascosto, viene protetto in maniera insolita dal sistema giudiziario israeliano, l’esercito israeliano è di fatto il mandante di questo assassinio. I suoi superiori gli avevano infatti ordinato di continuare con le demolizioni nonostante i civili che protestavano vicino le case.
E talvolta penso che è estremamente cinico commuoversi di più per la morte di una statunitense che per quella di un qualsiasi palestinese che li vive. Ma se serve per dare voce ai palestinesi che subiscono questo genocidio a velocità ridotta, riportiamo la sua storia ed un altro stralcio dalle lettere di Rachel alla madre. Dicono molto più di quanto potrei dire io stando a scrivere per ore.
“Ecco quello che vedo qui. Gli assassini, gli attacchi con i razzi e le fucilazioni dei bambini sono atrocità, ma ho tanta paura che se mi concentro su questi, finirò per perdere il contesto. La grande maggioranza della gente qui, anche se avesse i mezzi per fuggire altrove, anche se veramente volesse smetterla di resistere sulla sua terra e andarsene semplicemente (e questo sembra essere uno degli obiettivi meno nefandi di Sharon), non può andarsene. Perché non possono entrare in Israele per chiedere un visto e perché i paesi di destinazione non li farebbero entrare: parlo sia del nostro paese che di quelli arabi. Quindi penso che quando la gente viene rinchiusa in un ovile – Gaza – da cui non può uscire, e viene privata di tutti i mezzi di sussistenza, ecco, questo credo che si possa qualificare come genocidio. Anche se potessero uscire, credo che si potrebbe sempre qualificare come genocidio. […]
Voglio scrivere alla mamma per dirle che sono testimone di questo genocidio cronico e insidioso, e che ho davvero paura, comincio a mettere in discussione la mia fede fondamentale nella bontà della natura umana. Bisogna che finisca. Credo che sia una buona idea per tutti noi, mollare tutto e dedicare le nostre vite affinché ciò finisca. Non penso più che sia una cosa da estremisti. Voglio davvero andare a ballare al suono di Pat Benatar e avere dei ragazzi e disegnare fumetti per quelli che lavorano con me. Ma voglio anche che questo finisca. Quello che provo è incredulità mista a orrore. Delusione. Sono delusa, mi rendo conto che questa è la realtà di base del nostro mondo e che noi ne siamo in realtà partecipi. Non era questo che avevo chiesto quando sono entrata in questo mondo. Non era questo che la gente qui chiedeva quando è entrata nel mondo. Non è questo il mondo in cui tu e papà avete voluto che io entrassi, quando avete deciso di farmi nascere. Non era questo che intendevo, quando guardavo il lago Capital e dicevo, «questo è il vasto mondo e sto arrivando!». Non intendevo dire che stavo arrivando in un mondo in cui potevo vivere una vita comoda, senza alcuno sforzo, vivendo nella completa incoscienza della mia partecipazione a un genocidio. Sento altre forti esplosioni fuori, lontane, da qualche parte. Quando tornerò dalla Palestina, probabilmente soffrirò di incubi e mi sentirò in colpa per il fatto di non essere qui, ma posso incanalare tutto questo in altro lavoro. Venire qui è stata una delle cose migliori che io abbia mai fatto. E quindi, se sembro impazzita, o se l’esercito israeliano dovesse porre fine alla sua tradizione razzista di non far male ai bianchi, attribuite il motivo semplicemente al fatto che io mi trovo in mezzo a un genocidio che io anch’io sostengo in maniera indiretta, e del quale il mio governo è in larga misura responsabile.”