fonte: palsolidarity.org
28 Dicembre 2013 | Arabic Literature (in English), M. Lynx Qualey | Cairo, Egitto
Cinque anni fa iniziava l’operazione Piombo Fuso. E’ appena uscito un libro di racconti brevi, che marca questo anniversario.
L’editore del libro, Refaat Alareer, ha risposto alle domande su questa raccolta di testi:
– ArabLit: Come è nata l’idea per questa raccolta? Dove avete pubblicato la chiamata per i contributi? Avete detto agli scrittori e alle scrittrici che era per commemorare Piombo Fuso?
Refaat Alareer: Ho insegnato Letteratura Mondiale e Scrittura Creativa all’Università Islamica di Gaza (IUG) , e in altri centri di studio di Gaza, da quando ho conseguito il mio master in Letteratura Comparata dall’UCL, in Inghilterra nel 2007. E ho sempre avuto l’idea di raccogliere i migliori testi scritti dai miei studenti in un libro.
Agire a livello globale è diventata una necessità dopo l’odiosa offensiva israeliana del 2008-2009. Ho incontrato Helena Cobban a Gaza e le ho parlato dell’idea di un libro di giovani talenti, e in seguito, grazie a Annie Robbins di Mondoweiss.net, Helena ha visto il potenziale del progetto. Nell’ottobre del 2012, Helena ed io abbiamo discusso di una serie di progetti di libri e in seguito abbiamo deciso di iniziare con un libro di racconti brevi.
Dal momento che molti degli scrittori sono miei studenti ( e amici), li ho contattati e li ho informati dell’idea di una libro per commemorare il quinto anniversario di Piombo Fuso. Abbiamo svolto una serie di workshop molto fruttuosi, e ho preso in considerazione molte delle loro proposte. In seguito, ho annunciato il progetto via facebook, Twitter, università locali a Gaza, e contatti personali. In realtà, circa quattro storie sono state scritte appositamente per il libro. Molte erano già state scritte uno, due o tre anni prima che io diffondessi la richiesta di contributi. Ma tutti i testi sono stati scritti dopo l’operazione Piombo Fuso.
Ho ricevuto decine di contributi (circa 70!), e con l’aiuto di Sarah Ali, Sameeha Elwan, e Diana Ghazzawi, siamo riusciti, con difficoltà, a selezionare 23 storie di 15 scrittori e scrittrici. Scegliere le 23 storie è stata una delle cose più difficili che abbia mai fatto, perché c’erano molte altre storie di ottimo livello.
– AL: Nell’introduzione scrivi che volevi che questa antologia (di testi scritti in inglese) fosse “priva della mediazione o influenze di traduzione di voci non palestinesi.” Come mai senza traduzione? Ci sono effetti particolari della traduzione (in letteratura) che volevi tentare di evitare?
RA: Anche se credo intensamente nell’importanza della traduzione, penso che per quanto riguarda la letteratura molte cose si perdono con la traduzione, anche quando è fatta i modo accurato. Per cui, i nostri sforzi si sono concentrati nel miglioramento della scrittura dell’inglese, in modo che chi scriveva iniziasse a pensare in inglese e ad esprimersi in inglese. Inoltre il libro è un incoraggiamento per coloro che scrivono in inglese, perché questo permetterà loro di scrivere di più e di essere collegati e in dialogo con il resto del mondo. Forse in futuro potremo lavorare su un libro di storie scritte originariamente in arabo.
– AL: Come mai scrittori e scrittrici giovani? RA: Perché hanno un sacco di cose da dire. Perché sono loro a fare il più del lavoro di questi tempi. Perché stanno portando avanti tutte le campagne per comunicare al mondo le sofferenze e le difficoltà che l’occupazione israeliana sta portando ai palestinesi. Perché i giovani hanno la propria visione del mondo e le proprie idee che meritano di essere ascoltate. Perché i palestinesi giovani che scrivono in inglese sono di più di quelli più anziani. E perché i giovani sono stati marginalizzati nelle discussioni più importanti.
– AL: E’ interessante il fatto che così tanti nuovi giovani scrittori siano donne. Credi che questa sia una particolarità di quelli che scrivono in inglese?
RA: Vale sia per coloro che scrivono in inglese che per coloro che scrivono in arabo. In Palestina, il numero di donne che si iscrive all’università è maggiore degli uomini, ci sono più giornaliste donne che uomini, più attiviste che attivisti. Sotto molti aspetti, sono le donne che stanno portando avanti le cose, nella scrittura, nell’attivismo, e nella lotta.
– AL: Nell’introduzione hai citato Sameeha Elwan, dicendo che internet ha cambiato la narrazione di storie tra i palestinesi (che sono stati frammentati dal ’48). Questa raccolta farà uso di internet? Alcuni racconti verranno pubblicati online?
RA: Molto del supporto per questi giovani scrittori è arrivato attraverso internet. Dapprima hanno iniziato a postare i loro testi creativi su dei forum, e dei blog personali, e facebook, e in seguito su Mondoweiss (http://mondoweiss.net/) , the Electronic Intifada (http://electronicintifada.net/) , the Palestine Chronicle (http://www.palestinechronicle.com/) e altri siti. L’incorraggiamento che gli scrittori e le scrittrici hanno ricevuto dalla gente in Palestina e da tutto il mondo è stato un incoraggiamento a scrivere di più. Questo significa che senza internet, questi testi sarebbero stati dimenticati o non sarebbero stati scritti. Le piattaforme dei social media sono state dei campi di battaglia importanti negli ultimi anni.
Pagine facebook, video su YouTube, e Twitter hanno portato consapevolezza sull’occupazione israeliana e le violazioni dei diritti umani, sulla sofferenza dei palestinesi a Gerusalemme, nelle aree occupate nel 1948 e nella West Bank. Al momento, per la pubblicizzazione del libro e per promuovere l’informazione sulla Palestina facciamo affidamento in larga parte ai social media.
Credo che, con il permesso dell’editore, alcuni estratti delle storie verranno pubblicate online (per alcune è già successo). Ma oltre a questo, speriamo che alcuni testi possano essere trasformati in film o video brevi.
– AL: Uno degli autori presenti a PalFest, che ha tenuto dei workshop sia a Gaza (via collegamento video) e nella West Bank, ha affermato che – a causa della vita di tutti giorni e di questioni di vita o di morte – è molto difficile per gli scrittori di talento seguire dei progetti di scrittura di lungo termine. Credi che questo sia vero anche per i giovani autori di Gaza?
RA: In un certo senso, quando si tratta di continuare corsi online o tutoring, è vero. Immagina di non avere accesso all’elettricità per la maggior parte della giornata! Ma in molti corsi che ho tenuto a Gaza, hanno partecipato un sacco di persone che hanno potuto beneficiare di sessioni di scrittura di racconti brevi, poesia, e scrittura creativa in generale. Israele rende molto difficile vivere una vita decente ai palestinesi.
Israele ha causato ogni tipo di ostacolo per impedire ai palestinesi di esistere. Ma è proprio questa realtà che ha spinto molte persone a collaborare al progetto. Per molti di noi, scrivere è un atto di resistenza, ma anche un atto di vita, significa che si continua a scrivere, poco importa chi siamo o dove siamo. Scriviamo, dunque esistiamo.
– AL: Molti dei testi sono molto corti. Alcuni sono delle istantanee molto potenti – la sofferenza e l’imbarazzo nel “Tootache in Gaza” di Sameeha Elwan e nel “Bundles” di Muhammad Suliman – ma assomigliano più a della “flash fiction” che a dei racconti brevi. Nell’appello avevate richiesto dei testi molto corti oppure sono stati gli autori stessi a spedirvi testi molto brevi?
RA: Quando c’è stato l’annuncio del libro, ho richiesto “racconti brevi/racconti di fiction brevi”. Nessun limite di parole è stato imposto. Queste micro-storie, secondo me, riflettono l’atmosfera in cui sono nate e riflettono molti aspetti della vita palestinese.
Le storie, zoommando così vicino a dei momenti ben precisi, mostrano quanto la vita, la speranza, e i sogni possano essere brevi sotto occupazione. Anche la subitaneità che caratterizza alcuni dei testi racconta di una storia promettente che improvvisamente giunge ad una fine perché il personaggio principale viene ucciso. A causa di Israele. Perché c’è l’occupazione.
E’vero, molte storie iniziano in medias res, ma alla fine non c’è nessuna risoluzione, perchè la sofferenza, il dolore, e la deprivazione continuano a permanere, ossessionando il lettore per molto tempo dopo aver letto il racconto. In altri termini, le storie si concludono ancora in medias res. Con alcuni scrittori ho iniziato a lavorare su dei testi più lunghi. Anche se questo richiede più tempo, molti sforzi, e allenamento, alcuni mi hanno detto che stanno pensando si scrivere racconti più lunghi.
Speriamo che l’interesse suscitato da questa antologia possa incoraggiarli a scrivere di più e testi più lunghi.
– AL: E dopo “Gaza Writes Back”?
RA: Spero che i racconti susciteranno l’interesse di registi. So che alcuni dei racconti potrebbero diventare dei bei film, o almeno dei cortometraggi. Helena Cobban ed io abbiamo altri progetti di libri per il futuro. L’idea è sempre quella di mettere in primo piano delle voci giovani. Allo stesso tempo lavoreremo alla traduzione del libro in arabo, francese, spagnolo, malese, e altre lingue.