26 Settembre 2015 | International Solidarity Movement, Gaza team | Striscia di Gaza, Palestina occupata
Se non vi è alcuna ragione per la nostra esistenza, almeno dovrebbe esserci la nostra capacità di informare su una storia mentre si sta svolgendo, in modo che nessuno può dire: “Non sapevamo, nessuno ci aveva detto nulla”
Robert Fisk
Non so se il dolore può distruggere o fortificare, so solo che il dolore cambia tutto. So anche che il ricordo di tanta sofferenza rimane, deve rimanere nella mia memoria. All’inizio dell’aggressione israeliana, i primi giorni del luglio scorso, mi ero ripromesso di non dimenticare i nomi dei bambini che sono stati uccisi, quelli che ho fotografato inorridito negli obitori dell’incubo di Gaza sotto il fuoco nemico.
In quel momento non sapevo che sarebbe stato impossibile mantenere quella promessa. Più di 500 nomi di bambini, distrutti dalle bombe devono essere ora pronunciati dalla mia voce, uno per uno. Comunque, io non dimentico, io non posso né voglio dimenticare.
I crimini e le brutalità non meritano l’oblio né il perdono, solo rabbia. Una rabbia assoluta che ci spinge ad agire, a lottare per evitare che i loro omicidi siano impuniti, in modo che la morte non sarà vana, anche se la morte dei bambini lo è sempre. Se ne sono andati, non possiamo riportarli in vita, ma possiamo, dobbiamo punire i loro carnefici.

Ragazzo ferito dalle forze israeliane durante l’attacco dello scorso anno su Gaza sul pavimento dell’ambulanza
Sono le 10 e l’impatto del fuoco di diversi droni su una casa a Deir Al Balah, mentre un bulldozer recupera i resti di una famiglia, sepolti sotto una bomba da una tonnellata caduta da un F-16, quelle che lasciano crateri, fumo e odore di morte , dove prima c’erano le case, gli affetti, i sogni, la vita.
Ragazzo ferito dalle forze israeliane durante l’attacco dello scorso anno su Gaza sul pavimento dell’ambulanza
L’ambulanza si riempie di persone ferite in pochi secondi, un uomo entra portando un piccolo corpo di un bambino di sei o sette anni di età, al ragazzo manca il polpaccio destro, il suo piede è appeso a un tendine o a un brandello di pelle, non lo so, non voglio guardare, ma lo faccio.
Il ragazzo si dimena e gli intestini sono fuori dalla sua pancia, aiuto l’uomo a fissare il bambino sul pavimento dell’ambulanza – l’unica barella è già occupata da un altro ferito. L’ambulanza coprre veloce per l’ospedale di Al-Aqsa, che si trova nella zona centrale della Striscia, lo stesso ospedale che è stato attaccato da Israele lasciando sette morti e oltre settanta feriti.
Ad ogni curva il sangue del bambino è rovesciato sul pavimento dell’ambulanza, metto la mano sugli occhi per evitare di vedere i suoi intestini, non voglio vederli, o calpestare il suo sangue; Non voglio vedere il padre in lutto piangere in preda alla disperazione. Ma chi se ne frega di quello che voglio? Che suo padre vuole? Con tutta l’impotenza della sua angoscia, con tutta la forza del suo amore, tutto è banale, inutile, piccolo rispetto alla morte.
Gli assassini non si curano di nulla, né se ne cura il mondo. Per Israele è facile uccidere bambini, Israele sta massacrando gratuitamente.
Un uomo nell’ambulanza chiede, chiede al padre di pregare, e poi cominciano a pregare insieme, tutti coloro che possono articolare una parola all’interno del veicolo affollato pregano, io non lo faccio, io non so come, posso appena tenere la sua testa chiara di capelli rasati con una mano con l’altra copro ancora i suoi occhi.
Lo guardo e dettagli strani sono registrati nella mia mente, terribili e teneri. Il suo piccolo viso è bello, nonostante l’agonia che deforma il viso. Credo che abbia stretto la mano in un pugno a causa del dolore poi guardo di nuovo e non è un pugno – la bomba israeliana ha strappato tutte le dita e le piccole ossa sporgono dalle nocche, sono fragili, bianche e sottili, come quelle di un uccello.
Il ragazzo smette di dimenarsi lentamente e le sue labbra impallidiscono, sono sollevato che egli non è più in difficoltà, che il suo intestino ha smeso di fugire dal suo ventre, sono sollevato da questa calma così vicina alla fine, allevia me così tanto che mi sento colpevole. Fino ad oggi non so il suo nome, so solo che è morto pochi minuti dopo l’arrivo in ospedale.
“Sulle rovine della mia casa ho issato la bandiera palestinese, è il nostro simbolo di resistenza”, mi dice Ahmed senza alcun dramma e poi sorride, “ora la mia famiglia vive in un rifugio affollato in una scuola”.
A meno di un isolato di distanza, a Beit Hanoun, sette bambine sono sedute su un materasso traballante sotto una tenda di fortuna, qui chiamata “Jaima”, che si trova accanto ad alcune macerie che un tempo erano la loro casa. Attraverso un triangolo instabile di muri che crollano le ragazze entrano in questa tomba di cemento per recuperare una bambola, salvata da un abisso di desolazione e poi sorridere.
La gioia, quella gioia a prova di bomba, penso stupito, resiste alla morte in Palestina, e, talvolta, solo a volte si vince la battaglia, e se non si vince almeno lo nobilita, nobilita e lo salva da brutalità e impunità.
Più di 100.000 persone hanno perso le loro case sotto le bombe israeliane che hanno devastato Gaza durante i cinquanta giorni di attacchi vili.
Bombe da F-16, elicotteri Apache, droni, carri armati, mortai e tutti i macchinari della guerra che hanno – grazie al sostegno delle cosiddette democrazie occidentali – l’entità occupante tristemente nota come Israele usa la macchina della guerra che ha permesso loro di radere al suolo interi quartieri dalla distanza infame delle loro navi potenti, ma non hanno permesso loro di sconfiggere la resistenza palestinese sul campo, in un combattimento uomo a uomo, perché questo richiedeva che ci fossero uomini da entrambe le parti. Il coraggio e l’amore per la terra non possono essere acquistate con dollari nel mercato delle armi.
L’ggressione sionista ha causato una vera e propria strage, i quasi 70 anni di occupazione israeliana rimangono e continueranno causando danni e morte soprattutto tra le donne, giovani e bambini, come gli obiettivi militari di Israele sono sempre case, moschee, scuole usate come rifugi, ambulanze. Ecco dove periscono coloro che in precedenza avevano sopravvissuto alla brutalità vile di Israele, a morire dopo, per continuare a morire mille volte in questo mattatoio chiamato Gaza.
I numeri parlano da soli, ma oggi non riesco a contenere la sofferenza umana in cifre. Il dolore non è misurabile, il dolore è solo, ed è tutto.

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