14 Ottobre 2015 | International Solidarity Movement, al-Khalil team | Hebron, Palestina occupata
Il più vecchio aveva trent’anni, il più giovane solo due.
31 Palestinesi sono stati uccisi dalle forze israeliane, da quando una escalation di violenza, legata alle restrizioni imposte alla moschea al-Aqsa, si è allargata come fuoco vivo attraverso la Palestina occupata e la assediata striscia di Gaza. Un uomo di vent’anni, appena ucciso con una decina di pallottole da distanza ravvicinata vicino alla porta di Damasco a Gerusalemme, si aggiunge agli altri trenta diventati martiri per il fuoco degli occupanti nelle sole ultime due settimane. Basil Bassam Ragheb Sidr, di vent’anni, inizialmente dato per 14enne, e si ritiene sia di al-Khalil (Hebron).
Il corpo nel sacco nero del ventenne Palestinese, allontanato dal posto dalla polizia israeliana.
Un osservatore internazionale che assisteva alla scena in cui il giovane è stato ucciso, ha notato che il giovane è stato colpito a morte dopo che si allontanava correndo. Subito dopo gli spari, i Palestinesi sono stati minacciati di venire picchiati se non lasciavano immediatamente la zona, così erano doppiamente spaventati. Corri via e ti sparano o rimani e ti picchiano e ti arrestano. “La gente aveva paura di mettere in tasca il telefono, temendo di essere colpiti all’atto di tirarlo fuori”. Anche se i Palestinesi venivano allontanati con le minacce, i coloni erano autorizzati ad avvicinarsi al corpo del ragazzo e a fare foto.
Piuttosto che usare misure che allentino la tensione, i militari e ufficiiali israeliani, sembra che fanno il contrario. Il gruppo israeliano per i dirttti umani B’tselem ha chiamato la risposta del governo all’escalation nella zona, come “l’esatto contrario di quello che andrebbe fatto”, in un realistico sforzo di fermare la violenza. “Gli eventi delle recenti settimane non possono essere considerati come isolati o separati da quello che succede con l’oppressione quotidiana di quattro milioni di persone, che non vedono una speranza di cambiare niente”, come detto dal gruppo una dichiarazione martedì.
Ogni morte significa una vita di sofferenza per quelli che rimangono.
Sono:
1. Mohannad Halabi, 19, al-Biereh – Ramallah.
2. Fadi Alloun, 19, Jerusalem.
3. Amjad Hatem al-Jundi, 17, Hebron.
4. Thaer Abu Ghazala, 19, Jerusalem.
5. Abdul-Rahma Obeidallah, 11, Bethlehem.
6. Hotheifa Suleiman, 18, Tulkarem.
7. Wisam Jamal, 20, Jerusalem.
8. Mohammad al-Ja’bari, 19, Hebron.
9. Ahmad Jamal Salah, 20, Jerusalem.
10. Ishaq Badran, 19, Jerusalem.
11. Mohammad Said Ali, 19, Jerusalem.
12. Ibrahim Ahmad Mustafa Awad, 28, Hebron.
13. Ahmad Abedullah Sharakka, 13, Al Jalazoun Refugee camp-Ramallah.
14. Mostafa Al Khateeb, 18, Sur-Baher – Jerusalem.
15. Hassan Khalid Manassra, 15, Jerusalem.
16. Mohamed Nathmie Shamassnah, 22, Kutneh-Jerusalem.
17. Baha’ Elian,22, Jabal Al Mokaber-Jerusalem.
18. Mutaz Ibrahim Zawahreh, 27, Bethlehem.
19. Uomo ignoto sui trenta anni (nessun nome trovato fino a questo report)
Gaza Strip:
20. Shadi Hussam Doula, 20.
21. Ahmad Abdul-Rahman al-Harbawi, 20.
22. Abed al-Wahidi, 20.
23. Mohammad Hisham al-Roqab, 15.
24. Adnan Mousa Abu ‘Oleyyan, 22.
25. Ziad Nabil Sharaf, 20.
26. Jihad al-‘Obeid, 22.
27. Marwan Hisham Barbakh, 13.
28. Khalil Omar Othman, 15.
29. Nour Rasmie Hassan, 30.
30. Rahaf Yihiya Hassan, two years old.
Il ventenne la cui vita è stata violentemmente fermata oggi a Gerusalemme, porta la lista a 31

