Am Ufaqarah resiste

di Abu Sara e Maia, West Bank

Lunedì 8 ottobre, verso l’una una chiamata in arabo: abbiamo grossi problemi, potete venire?

Due telefonate di controllo, ed eccoci in viaggio. Raggiungiamo At-Twani con un service, e poi, insieme a due ragazzi di Operazione Colomba, saliamo a piedi fino alla collina di Am Ufaqarah. E’ un bel paesino, saranno una decina di famiglie. Alcune case in muratura, delle tende, dei prefabbricati forniti dalle Nazioni Unite. Sulla collina di fronte si vedono le entrate di una serie di grotte, con muri a secco che completano le abitazioni. Pare che dopo l’evacuazione del villaggio nel 1999, non le abbiano più utilizzate. Appena fa buio, ci accorgiamo che non c’è la corrente elettrica, e si usa un generatore per la serata. E’ allora che mi rendo conto che proprio un anno fa era per portare la corrente qui che stavano mettendo i pali, alla cui demolizione da parte dell’esercito ho purtroppo assistito. E anche ora è questo paese ad essere preso di mira. Avevano iniziato a costruire la moschea – scuola per il paese. Poi erano mancati i soldi, e da poco, un finanziamento aveva permesso di riprendere. Ma proprio nella mattinata di lunedì si presenta una jeep dell’esercito, con l’ordine di sospendere i lavori. “Verremo a controllare, se continuate, procederemo ad arrestare i responsabili”. Quando arriviamo, in una tenda, è in corso una specie di assemblea: probabilmente le decisioni sono già state prese, ma ora si stanno illustrando agli internazionali che sono stati chiamati a dare aiuto. La sostanza  è che le leggi israeliane sono ingiuste: non è possibile che nelle colonie ci siano tutti i servizi, dall’acqua corrente, alla luce, alle scuole, e che invece ai palestinesi non solo non si garantiscono questi servizi, ma  non si permetta neanche di avere il proprio luogo di culto. “Non accettiamo la legge israeliana, quindi questa notte continueremo il lavoro alla moschea”. Si tratta di gettare la soletta. Intanto anche l’organizzazione del lavoro è proceduta. Ufficialmente, quando c’era l’esercito, tutte le attrezzature erano state allontanate dal sito della costruzione, il mucchio di pietrisco ed il cemento erano stati coperti. Ma si preparavano due trattori con annessi carrelloni, per accedere da due direzioni diverse: uno con un montacarichi smontato e tavoloni per camminare sulla soletta, l’altro con un carico di sabbia ed una impastatrice. I due mezzi convergono. Viene segnalato un posto di blocco all’uscita di Yatta, ma per fortuna i materiali sono già più vicini. Viene montato e messo in posizione il montacarichi, poi una pausa per una cena veloce. Intanto si è alzato un bel vento freddo, che ha pulito il cielo dalle nuvole della giornata, e lasciato il posto ad un cielo stellato grandioso. Arrivano anche la sabbia e l’impastatrice, ed ecco all’opera una squadra edile di Yatta, decisamente professionali. Quattro persone a caricare nell’impastatrice sabbia e pietrisco, uno a mettere l’acqua, uno a mettere i sacchi di cemento. Uno manovra impastatrice e montacarichi, e in quattro lavorano sulla soletta a spianare il cemento. Ad ogni luce di macchina che si vede sulla strada, vengono rallentati i lavori e spente le luci, ma finisce che il lavoro viene svolto senza intervento dell’esercito. Per le dieci e mezzo, tutti a bere the, Am Ufaqarah per ora ha vinto. Verranno a demolire anche questa moschea, come è già successo, ma il paese ha dimostrato una grande determinazione, non mollerà.

Am Ufaqarah resiste

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