La mia famiglia è divisa

fonte: Palestinian Center for Human Rights

La Striscia di Gaza è stata spesso chiamata “una prigione a cielo aperto” a causa del blocco contrario al diritto internazionale illegale imposto dalle autorità Israeliane.

Tuttavia, il territorio era una prigione già prima del blocco imposto da Israele. Nei primi tempi dell’occupazione della Striscia di Gaza e della Cisgiordania, iniziata nel 1967, le autorità israeliane hanno effettuato un censimento della popolazione presente nel territorio palestinese occupato contando 954,898 palestinesi. Il censimento ha però escluso tutti i palestinesi assenti durante il censo, sia quelli non presenti a causa della guerra del 1967 sia quelli che si trovavano all’estero per motivi di studio, di lavoro ecc. In aggiunta a tutto ciò,migliaia di palestinesi che hanno trascorso periodi piò meno lunghi all’estero dal 1967 al 1994 sono stati cancellati dall’anagrafe. Israele richiede che i palestinesi siano registrati all’anagrafe in modo da poter considerare loro e i loro figli, residenti legittimi e titolari di passaporto e carte d’ identità israeliani. Essendo Israele la potenza occupante nella Striscia di Gaza è essa che decide quali siano i cittadini palestinesi titolari dei documenti. Secondo il Ministro degli Interni, nella Striscia di Gaza ci sono 4058 residenti che non hanno i documenti per uscire da Gaza.

Mona Khrais di 27 anni e la sua famiglia hanno sopportato il peso di questa politica per molti anni. Il padre di Mona, Abdulfattah Hussein Khrais di 70 anni, è stato deportato con la forza nella Striscia di Gaza nel 1948 dove ha vissuto da rifugiato. Nel 1967, durante il censimento israeliano, Abdel stava studiando in Egitto . Mona ci spiega: “ Mio padre si spostò successivamente in Libia dove ha lavorato per 15 anni. E’ li che si è poi sposato, tuttavia poi i miei genitori si sono traferiti in Arabia Saudita dove hanno vissuto per 20 ani fino al 2000. Mio padre insegnava fisica ma quando il suo contratto è scaduto è ritornato a Gaza. Per arrivare a Gaza, siamo riusciti ad ottenere un visto da turista dalle autorità israeliane, purtroppo però una volta arrivati non siamo più riusciti ad uscire”. Mona aggiunge: “ Non siamo riusciti ad uscire perché secondo Israele non siamo cittadini palestinesi. Abbiamo bisogno di passaporti rilasciati dalle autorità israeliane. Abbiamo fatto domanda nel 2000, tuttavia non abbiamo ancora ricevuto risposta.”

La famiglia di Mona ha attraversato parecchie difficoltà proprio per il fatto di essere stati intrappolati nella Striscia di Gaza. La sua frustrazione si fa più palese nella sua voce quando racconta: “ Siamo riconosciuti come cittadini palestinesi dal governo della Striscia di Gaza, purtroppo dato che Israele non ha i nostri nomi non abbiamo lo stesso riconoscimento fuori da Gaza. Il governo locale a Gaza ci ha consegnato i nostri documenti ma possono essere usati solo all’interno della Striscia. Questi documenti non hanno nessun valore all’esterno delle frontiere di Gaza.”

Mona ci illustra le difficoltà che conseguono dalla mancanza di documenti validi: “ Abbiamo avuto parecchi problemi a causa di questa situazione. A mio fratello, Hani, che vive in Canada ed ha un passaporto Canadese, è stato negato l’ingesso a Gaza dalle autorità egiziane perché, come noi, anche lui non è registrato come palestinese. L’anno scorso, a luglio, lui e sua moglie e suoi tre bambini sono venuti a trovarci dal Canada. Purtroppo non hanno ottenuto il visto per entrare a Gaza e sono dovuti rimanere in Egitto per un intera settimana. Hanno cercato di attraversare il corridoio di Rafah ogni giorno, purtroppo l’accesso a Gaza gli è sempre stato negato per il fatto di non possedere dei passaporti riconosciuti da Israele. Non vedo mio fratello da dodici anni e non ho ancora visto i miei nipoti.

Anche gli altri membri della mia famiglia che vivono lontani da Gaza ne hanno sofferto le conseguenze. “Il fratello di mia madre ,che vive in Svezia, non può venire a causa a causa di un problema cardiaco e mia madre a causa del blocco non lo vede da parecchio tempo. Anche mio padre non ha la possibilità di andare trovare suo fratello che viva in Gambia, dato che anche a lui l’accesso a Gaza è vietato. La mia famiglia è divisa a causa di questa situazione”.

Inoltre il fatto di non possedere un documento per l’espatrio impedisce Mona di proseguire gli studi.” Volevo studiare gestione d’impresa all’estero, purtroppo dato che non posso viaggiare, non posso fare domanda. Non posso neanche cercarmi un lavoro perché richiedono un documento per l’espatrio. Mio fratello più piccolo che vive con noi a Gaza ha ottenuto un punteggio di 96% agli esami di scuola superiore, ma come me , non ha avuto la possibilità di far domanda presso un’università estera. Dovrebbe essere un nostro diritto scegliere cosa e dove studiare.” Nonostante queste difficoltà, Mona ha cercato di fare del suo meglio negli ultimi 12 anni. Al momento collabora presso il Centro per i Diritti Umani di Gaza.

L’impossibilità di lasciare la Striscia di Gaza potrebbe avere delle tragiche conseguenze, ad esempio qualcuno potrebbe ammalarsi; Questo è uno dei timori di Mona: “La mia paura più grande è quella che qualcuno nella mia famiglia possa ammalarsi e debba recarsi fuori Gaza per ricevere le cure. Se dovesse succedere la mia famiglia non potrà uscire da Gaza poiché non ha un passaporto”.

Il padre di Mona Abdulfattah racconta: “ La cosa più normale sarebbe quella di ricevere dei passaporti palestinesi dato che noi lo siamo. Come noi c’è parecchia gente che si trova in questa situazione difficile”. La madre di Mona, Samira Ibrahim al-Najjar, fa un appello all’autorità israeliana “ Voglio il mio passaporto. Per favore datemelo. Voglio vedere mio figlio e i miei nipoti.”

Secondo il diritto internazionale, l’articolo 12 della Convenzione internazionale sui diritti civili e politici garantisce: “ tutti sono liberi di lasciare il proprio paese, incluso il proprio e a nessuno deve essere arbitrariamente negato il diritto di entrare nel proprio paese”. Inoltre, secondo il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite “ La libertà di lasciare il territorio dello stato non dipende dal proposito per il quale lo si lascia o dal periodo di tempo in cui si è lontani (…) Il diritto di un individuo di entrare nel suo paese riconosce la relazione speciale di una persona con il paese. (…) Il diritto internazionale inoltre riconosce anche il diritto di rimanere nel proprio paese.” Il Consiglio per i diritti umani ha anche osservato che “Uno stato non ha il diritto di sottrarre la nazionalità o deportare un individuo verso un paese terzo, impedendo arbitrariamente a questa persona di ritornare nel proprio paese.” Inoltre secondo la Corte di Giustizia Internazionale dichiara all’individuo che ha un legame genuino con un paese, dato dalla residenza abituale, dall’identità culturale, e dai legami familiari, non può essere semplicemente proibito di tornare in quel paese.

Tradotto da: Nuraddin

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