Un eroe torna a Gaza: foto

5 Novembre 2013 | International Solidarity Movement, Charlie Andreasson | Gaza, Palestina Occupata

Foto di Joe Catron e Charlie Andreasson

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Quale tema avrebbe potuto essere più appropriato per il presidio di questo lunedì, se non quello dei prigionieri rilasciati recentemente da Israele? Sulla via fuori dalla sede della Croce Rossa, è stato montato un palco con un leggio e ricoperto di striscioni. Sono state piazzate delle casse, come per un concerto, e delle file di sedie di plastica. Il traffico su questa via è bloccato.

Sono stati tenuti dei discorsi, i media sono presenti, e diversi gruppi si sono uniti all’evento con i loro striscioni, anche quelli non rappresentati tra le fila dei prigionieri appena rilasciati. I prigionieri rilasciati hanno parlato, e sono stati applauditi dalla folla.

Durante uno dei discorsi, mi è stato chiesto se fossi interessato a recarmi al valico di Erez, o valico di Beit Hanoun come viene chiamato quì, per assistere ad un altro rilascio, ed ho accettato. Ma non ero sicuro di aver capito bene. Era difficile capirci qualcosa a causa del volume dell’impianto, e non mi risultava che fosse già ora per il rilascio del prossimo gruppo di 26 prigionieri che dovrebbero essere rilasciati come parte di un accordo per la continuazione delle trattative di pace.

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Sono salito su un bus a noleggio mentre la gente distribuiva dei cartelloni per i cinque prigionieri rilasciati, che hanno dato venti anni o più delle proprie vite alla lotta contro l’occupazione, e per la seconda volta in una settimana mi sono ritrovato al valico del nord. E nonostante ci fossi stato recentemente, tutto sembrava molto diverso, eccetto la folla e gli striscioni.

Ora, di giorno, potevo vedere persino il muro che taglia il paesaggio, che secondo la dialettica israeliana non sarebbe un muro ma una barriera. Mentre aspettiamo, a poco a poco arrivano sempre più persone a bordo di taxi o auto private, moto, tuk tuk, e persino un camion aperto, riempito di gente che sventola bandiere gialle, il colore di Fatah. L’unica differenza che ho potuto notare dall’ultima volta è l’assenza della stampa. In quanto unico occidentale, e per di più armato di macchina fotografica, non ho potuto non rendermi conto che la mia posizione quì è unica.

Improvvisamente il mormorio sfocia in un applauso e la folla si lancia sul cancello aperto per accogliere Mohammed Abu Amsha, 51 anni, sposato e padre di otto figli, appena rilasciato dopo sette anni di carcere. Era la sua terza sentenza scontata in carcere, e gli sono state negate le cure mediche per i suoi problemi di cuore e polmoni. Ma ora è un uomo libero. Seguiamo l’auto in cui viaggia tra le vie strette del villaggio di Beit Hanoun, mentre bambini e adulti curiosano dal ciglio della strada o dalle finestre.

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Le donne ululano mentre un tuk tuk passa con delle casse a tutto volume. Fuori dalla casa della famiglia di Abu Amsa è stata montata una grossa tenda. Le persone che non hanno trovato posto sulle sedie preparate per l’occasione aspettano impazienti il momento per esprimere le proprie congratulazioni, baciare Abu Amsa e essere fotografate con lui.

Non posso mimetizzarmi nella folla. Sono troppo diverso, e ho paura di aver rubato un po’ di attenzione quando dei bambini si sono fiondati su di me, curiosi e sorridenti, e mi hanno chiesto il mio nome e da dove venivo. Niente avrebbe potuto renderli più felici e orgogliosi del fatto di aver accettato la loro richiesta di essere fotografati. Ma poi qualcuno mi ha preso per mano e mi ha portato all’interno della casa nella stanza dove la gente stava incontrando Abu Amsa.

Persone sorridenti a turno abbracciavano e toccavano Abu Amsa, un uomo che, dopo così tanti anni di carcere, è costretto ad aspettare ancora qualche giorno prima di poter passare un po’ di tempo solo con la sua famiglia. Oggi non è un grande giorno solo per lui, ma pure per tutti coloro che lo ritengono un eroe nella lotta contro l’occupazione.

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