La raccolta delle olive dei contadini di Gaza, con il supporto internazionale

16 Novembre 2013 | The Electronic Intifada, Joe Catron | Gaza City,
Palestina Occupata

Durante la raccolta delle olive, durata dalla fine di settembre e per
tutto ottobre, decine di volontari palestinesi hanno dato manforte ai
contadini nei campi adiacenti la barriera della Striscia di Gaza.

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Foto: un lavoratore palestinese sceglie le olive in un frantoio a Gaza
City, ottobre 2013. (Foto di Ashaf Amra/APA)

I volontari hanno lavorato durante la settimana più intensa della stagione
di raccolta, dal 20 al 27 ottobre, in due delle zone prese di mira più
frequentemente dalle forze israeliane: Beit Hanoun, vicino al checkpoint
di Erez a nord di Gaza, e al-Qarara, una cittadina nella zona di Khan
Younis, nel sud della Striscia di Gaza.

Come succede in altre aree vicine alla buffer zone che separano Gaza da
Israele, queste zone subiscono regolarmente delle irruzioni delle forze
israeliane, che spesso mandano carri armati e bulldozer per spianare le
terre agricole. Addirittura più frequenti sono i colpi di arma da fuoco
sparati contro i contadini o altre persone che si trovano vicino alla
barriera eretta da Israele.

Questi attacchi hanno confiscato vaste aree di terre agricole, che si
inoltrano diverse centinaia di metri all’interno della Striscia di Gaza,
riducendole a terreni brulli o campi in cui si possono svolgere solo
coltivazioni che richiedono meno manutenzione, per la maggior parte grano.
Abeer Abu Shawish, coordinatrice del progetto per la Protection for Better
Production campaign, un progetto dell’Arab Center for Agricultural
Development, ha affermato che oltre 50 volontari hanno preso parte alla
raccolta.

La mobilitazione ha coinvolto organizzazioni contadine, come la Union of
Agricultural Work Committes e altri gruppi di Gaza.
«I partner della nostra organizzazione hanno mobilitato dei volontari per
aiutare i contadini nella raccolta nelle aree sottoposte a restrizioni»,
ha spiegato Abu Shawish. «Si tratta di altri contadini, attivisti, uomini
e donne: tutte queste persone quest’anno si sono unite a noi».

– Distruzione

«Possiamo piantare unicamente del grano e stare ad aspettare», ha
raccontato Abu Jamal Abu Taima, un contadino del villaggio di Khuzaa,
vicino a Khan Younis. «Altri tipi di coltivazioni richiedono di essere
curate ogni giorno».

I 50 dunam di terra (1 dunam equivale a 1000 metri quadri) di Abu Jamal,
che ha in progetto di seminare con del grano dopo l’inizio delle piogge di
novembre,  una volta contenevano delle piantagioni di ulivi e delle serre
per diversi tipi di verdure.

«Ai tempi riuscivamo a raccogliere abbastanza olive da riempire settanta
grosse bottiglie d’olio» racconta. «Ed ora? Solo sei».

Nel 2002, le forze israeliane cominciarono a distruggere le terre agricole
palestinesi vicine alla barriera, come pure quelle situate lungo la
Philadelphi Route sul confine tra la Striscia di Gaza e l’Egitto.
In quel periodo furono demoliti anche gli uliveti e le serre di Abu Jamal,
come pure la sua casa. «Gli israeliani le hanno distrutte con quattro
bulldozer, cinque grossi carri armati e tre Hummer», ha raccontato.
Secondo quanto riportato dall’Oxfam nel 2011, dall’occupazione della
Striscia di Gaza e della West Bank nel 1967, Israele ha sradicato 800 mila
ulivi in questi territori. Come ha illustrato recentemente un’iniziativa
di attivismo di graphic design chiamata Visualizing Palestine, questi
alberi ricoprirebbero una superficie pari a 33 volte la grandezza del
Central Park di New York City.

Fino all’inzio del 2013, secondo il Ministero palestinese dell’agricoltura
di Gaza, le forze israeliane avevano distrutto «circa 20 mila dunam di
terre coltivate con mezzo milione di alberi” nella Striscia di Gaza,
contribuendo ad una diminuzione della produzione di olio d’oliva a livello
locale del 60 per cento (“Israeli crimes against farmers cause 60 percent
deficit in olive production,” Palestine News Network, 24 Settembre 2013).
Nella West Bank, la distruzione degli ulivi da parte dei coloni israeliani
e delle forze di occupazione continua. Stop the Wall e la Palestinian
Farmers’Union hanno organizzato un progetto di accompagnamento, con una
campagna denominata You Are Not Alone. L’8 novembre 2013, i volontari
avevano già documentato lo sradicamento e l’incendio di 1.905 ulivi, e
questo solo per la stagione di raccolta in corso.

– Scarichi tossici

Un report di Stop the Wall ha dichiarato che la sua lista di attacchi non
«pretende di essere esaustiva”. Tra i problemi che devono affrontare i
contadini che tentano di raggiungere i propri ulivi c’è quello
rappresentato dai «coloni che scaricano acque di scarico tossiche sui
campi agricoli” (“Settlers burn and uproot 1,905 olive trees during the
harvest season,” 8 Novembre 2013).

Il 28 ottobre, il quotidiano israeliano Haaretz ha pubblicato degli
estratti di una lista redatta dall’esercito riguardante gli attacchi dei
coloni contro gli uliveti e i contadini palestinesi (“Israeli attacks on
Palestinian olive groves kept secret by state.”)

L’organizzazione per i diritti umani israeliana Yesh Din ha riportato che
la polizia di occupazione israeliana «ha gravemente fallito
nell’investigazione di questi incidenti e nel perseguire i colpevoli”,
facendo notare che su 211 indagini aperte tra il 2005 e il giugno del
2013, solamente quattro hanno prodotto delle condanne (“97.4 percent of
investigative files relating to damage of Palestinian olive trees are
closed due to police failings,” 21 Ottobre 2013).

L’11 settembre 2013, il comandante dell’esercito israeliano nella West
Bank ha comunicato che le sue truppe avrebbero distrutto degli uliveti
nella cittadina di Yabad per non meglio specificate «ragioni di sicurezza”
(“Israeli authorities to destroy olive groves for ‘security purposes,”
Ma’an News Agency, 9 November 2013).

– «Siamo ancora quì»

Ma nella Striscia di Gaza la distruzione degli ulivi è stata quasi
completata. Per anni, Israele ha usato dei Caterpillar corazzati, i
bulldozer D9, assieme a carri armati, per «ripulire» la buffer zone dagli
ulivi. I contadini della zona, che devono far fronte alla minaccia
costante degli spari e della distruzione delle terre, non hanno molti
motivi per seminare delle coltivazioni che richiedono un’attenzione
regolare e risorse significative, e ancora meno coltivazioni che
richiedono anni di lavoro e manutenzione.
«Voglio piantare più ulivi, e altre cose, ma non posso», ha detto Abu
Taima. «Per ora, semino del grano».

A parte alcune eccezioni, la più importante costituita da un attacco aereo
avvenuto il 28 ottobre su un campo di ulivi vicino a Soudanya nel nord di
Gaza, la raccolta delle olive nelle Striscia si è svolta più
tranquillamente di altre attività agricole presenti sul territorio.
«Stiamo tentando di attirare l’attenzione internazionale sulla situazione
dei contadini, per scoraggiare gli attacchi israeliani contro di essi», ha
spiegato Abu Shawish, della campagna Protection for Better Food
Production. «Supportandoli, li incoraggiamo a recarsi sulle proprie terre
e a continuare ad usarle. Dimostra agli israeliani che siamo ancora quì, e
che possiamo recarci sulle nostre terre senza nessuna timore. I contadini
nelle zone soggette a restrizioni possono resistere all’occupazione
esistendo sulle proprie terre.»

I programmi dell’Arab Center for Agricultural Development per i contadini
non si limitano all’accompagnamento, ha spiegato Abu Shawish.
L’organizzazione ha svolto dei corsi intensivi di leadership per 100
contadini provenienti dai cinque distretti di Gaza, su diritti dei
contadini, e sulle relazioni con il pubblico. Inoltre ha condotto altri
tipi di corsi per altri 500 contadini.
«Siamo interessati a creare un movimento sociale per i contadini di Gaza»,
ha detto.

I workshop hanno anche lo scopo di diffondere tra i contadini il supporto
popolare al boicottaggio dei prodotti israeliani e all’acquisto di beni
palestinesi.
«Questi workshop hanno anche come obbiettivo quello di incoraggiare i
contadini stessi ad essere attivi nella campagna di boicottaggio, e a
capire in che modo possono aiutare l’economia nazionale boicottando
l’agricoltura israeliana», ha aggiunto Abu Shawish.
«Tentiamo di incoraggiare i contadini a boicottare i prodotti agricoli
israeliani e a comprare i prodotti palestinesi per supportare l’economia
locale. Si tratta di coinvolgere i contadini nella campagna stessa».

Anche Abu Taima ha un programma di resistenza.
«Per noi, la terra rappresenta qualcosa di molto importante,» ha spiegato.
»Non possiamo andarcene come se niente fosse. Non avremo un altro 1948.
Non lasceremo le nostre terre un’altra volta.»

Joe Catron, è un attivista statunitense che vive a Gaza. E’ coeditore di
un’antologia di testimonianze di prigionieri rilasciati nello scambio di
prigionieri del 2011, intitolata The Prisoner’s Diaries:Palestinian Voices
from the Israeli Gulag. Il suo blog è: joecatron.wordpress.com.

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