Gaza: una vita sotto i droni

25 Gennaio 2014 | Corporate Watch, Tom Anderson and Therezia Cooper |
Gaza, Palestina Occupata

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Foto: Un drone Hermes 450, fabbricato dalla Elbit (Foto di Corporate Watch).

Nella Striscia di Gaza non si può sfuggire ai droni israeliani. Chiamati
«zenana» dai palestinesi a causa del loro ronzio fastidioso, i droni
(velivoli telecomandati) sono onnipresenti. Certe volte sono lì per
compiere un’uccisione extra giudiziaria e altre volte per sorvegliare. Se
sei a terra non puoi sapere il motivo della loro presenza e non puoi fare
altro che ignorarli.

Dal ritiro parziale di Israele dalla Striscia nel 2005, nella maggior
parte del territorio della Striscia di Gaza non c’è una presenza
permanente di soldati israeliani (anche se i soldati sono presenti nella
«buffer zone», lungo le coste e durante le frequenti invasioni), ma non
c’è dubbio che l’occupazione continua ad essere imposta brutalmente, solo
che ora gran parte di essa viene svolta dal cielo.

– Monitorare i droni

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Foto: una selezione degli armamenti sparati su Gaza negli ultimi anni
raccolta dall’Al Mezan Centre for Human Rights, foto di Corporate Watch,
novembre 2013.

Durante la nostra visita a Gaza nel novembre del 2013, Corporate Watch ha
parlato dell’impatto dei droni sulla popolazione di Gaza con l’Al Mezan
Center for Human Rights, con dei sopravvissuti a degli attacchi di droni e
con ogni persona che abbiamo incontrato.

Al Mezan è un’organizzazione che svolge un lavoro di monitoraggio e di
protezione dei diritti umani nella Striscia di Gaza. L’organizzazione
mantiene dei registri dettagliati di tutte le violazioni, con dei database
suddivisi tra gli abusi interni ed esterni.

Nei loro file vengono registrati i numeri di morti, feriti e
danneggiamenti come pure qualsiasi altro dettaglio relativo ad ogni
attacco, compreso il tipo di arma usata.

Le prime informazioni vengono raccolte dagli operatori sul campo che si
recano sul luogo dell’attacco, raccolgono le prove e parlano con testimoni
oculari e altre persone colpite. Fondata verso la fine degli anni ’90, Al
Mezan ha documentato gli attacchi dei droni da quando essi hanno avuto
inizio nella Striscia. Questo non è sempre un lavoro semplice.

Secondo il gruppo di studio inglese Drone Wars UK, l’esercito israeliano
non ha mai ammesso pubblicamenmte di fare uso di droni a Gaza, nonostante
le prove sempre più schiaccianti del contrario.

Secondo Yamin Al Madhoun, uno degli operatori sul campo di Al Mezan, la
gente è rimasta confusa quando verso il 2000 si sono notate le prime prove
di attacchi di droni. Si trattava di una nuova tipologia di guerra che
stravolgeva tutto: “Quando hanno iniziato ad usare i droni noi non
sapevamo che cosa fossero,” ha detto Yamin. “Non capivamo. Sembrava che le
esplosioni arrivassero dal nulla. C’è voluto circa un anno per cominciare
a imparare qualcosa sui droni”.

All’inizio, sui luoghi dove erano appena avvenuti degli attacchi di droni,
gli operatori di Al Mezan trovavano un cavo dorato, qualcosa che sembrava
fosse collegato al missile, ma questo ora è cambiato. Oggigiorno l’indizio
principale dell’uso di un drone è rappresentato dal tipo di distruzione
causato e dalla tipologia dell’obbiettivo colpito.

I droni comunemente vengono usati per delle “esecuzioni mirate”, o
uccisioni extra giudiziarie di individui e per una pratica definita “roof
knocking” (bussare sul tetto).

Le “roof knockings” vengono usate quando l’esercito israeliano vuole
distruggere una casa ma inizia con un attacco di drone che prende di mira
il tetto in segno di avvertimento per le persone che si trovano
all’interno dell’edificio. Questi attacchi di solito sono seguiti da
attacchi di F16 contro lo stesso edificio o quelli vicini circa tre minuti
più tardi. Se le persone che fuggono sono fortunate, questo avvertimento è
sufficiente per salvar loro la vita. Ma spesso non lo è.

Nonostante esistano diversi tipi di missili che possono essere montati su
dei droni, gli attacchi di solito lasciano un buco di circa 10 cm sul
bersaglio e provocano una distruzione parziale degli edifici, rendendo
impossibile la distinzione tra gli attacchi effettuati da droni, F16 o
Apache.

Secondo l’esperienza di Al Mezan l’uso sempre più frequente di droni da
parte di Israele non ha significato un calo delle vittime. “Quando Israele
ha iniziato ad usare i droni il numero di persone uccise è aumentato”, ha
spiegato Yamin. “I droni rappresentano un’arma meno costosa  per Israele e
quindi la possibilità di attaccare sempre più spesso. Le persone che
fabbricano i droni permettono agli israeliani di svolgere un numero
maggiore di attacchi perchè sono meno cari e sono in cielo tutto il tempo,
non hanno nemmeno bisogno di pianificare gli attacchi con anticipo”.

Per le persone a terra risulta quasi impossibile prevedere un attacco di
un drone. Anche se il suono ronzante dei droni è riconoscibile da
chiunque, ed alcune persone hanno raccontato che prima di un attacco il
drone diventa più rumoroso.

“Cosa possiamo fare?” ha detto Yamin. “Quando sentiamo un Apache o un F16
sappiamo che sarà qui solamente per un po’ e possiamo spostarci nelle case
per sicurezza. Ma i droni sono presenti 24 ore su 24 per cui la gente non
può nascondersi da essi. Non possiamo nasconderci 24 ore al giorno”. In
rare occasioni i sopravvissuti  hanno raccontato di aver visto il drone
prima che sparasse, ma spesso il colpo del missile è il primo
avvertimento.

– Incremento degli attacchi

A causa del clima di segretezza  nel quale si svolge l’uso di droni
israeliani nella Striscia di Gaza risulta difficile accedere a fonti
ufficiali che confermino il numero preciso di morti causate dai droni, ma
chiunqe si occupa di monitorare la situazione non ha dubbi riguardo al
fatto che l’uso di droni da parte di Israele è in aumento.

Secondo Mohammed Mattar, che si occupa di analizzare i dati raccolti da Al
Mezan, la prima volta che l’organizzazione è stata in grado di essere
sicura che delle morti fossero state causate da un attacco di droni è
stato nel 2004, quando due persone sono state uccise.

Nel 2009, le persone uccise dai droni sono state 461, quasi la metà del
totale delle persone uccise durante quell’anno. Nel 2012, l’anno
dell’invasione israeliana conosciuta come “Pillar of Cloud”, su 255
persone uccise in totale, 201 sono state uccise con droni telecomandati.
In queste statistiche non sono comprese le persone uccise da altri tipi di
armi durante degli attacchi resi possibili dal lavoro di sorveglianza dei
droni e neppure le persone ferite dai droni.

Quello che risulta chiaro quando si parla con le persone di Gaza è che
l’impatto dei droni sulla popolazione non si limita a questi numeri
allarmanti di morti. L’impatto psicologico di queste armi si fa sentire
ovunque.

Ad al-Quarara, vicino a Khan Younis, abbiamo parlato con una famiglia che
si rifugia in casa ogni volta che sente il rumore di un drone nel cielo,
dopo che una figlia è stata uccisa arbitrariamente da un attacco di un
drone nel 2009.

A Meghazi la nostra intervista con il leader del concilio dei rifugiati
viene interrotta da suo figlio di 10 anni che tornando da scuola ci
racconta che quel mattino c’era un drone che ronzava sulla sua aula
impedendo agli alunni di concentrarsi sullo studio.

La lamentela più diffusa riguardante i droni è l’interferenza dei droni
con la ricezione della TV, ogni volta che viene tagliato il segnale sai
che è perchè ci sono dei droni israeliani in attività nella zona.
“Mi piace guardare il programma “Arabs Got Talent”, ci dice un po’
imbarazzato il nostro traduttore, “ma ultimamente non ho potuto guardarlo
per colpa dei droni”.

Potrebbe sembrare una cosa di poco conto, ma ricorda che in un luogo come
Gaza, con i suoi confini chiusi e i tagli dell’elettricità di 12 ore,
persino i più piccoli momenti di divertimento sono alla mercè delle forze
di occupazione.

Nei prossimi mesi Corporate Watch pubblicherà le storie personali delle
famiglie colpite dagli attacchi dei droni.

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