18 Marzo 2014 | The Hares Boys | Palestina Occupata
17 marzo 2014: gli Hares Boys, accusati di 20 capi d’accusa di tentato
omicidio senza nessuna prova, sono in carcere da un anno.
E’ il momento di soffermarsi sulle circostanze che hanno portato
all’arresto illegale e alla carcerazione di Mohammad Suleiman, Ammar Souf,
Mohammed Kleib, Tamer Souf, e Ali Shamlawi.
– L’incidente in auto
Verso le 18:30 di giovedì 14 marzo 2013, un’auto si è schiantata contro il
retro di un camion sulla Road 5 nel distretto di Salfit, Palestina
occupata. La conducente e le sue tre figlie sono rimaste ferite, una delle
quali in modo grave. La conducente, Adva Biton, nel momento in cui è
avvenuto l’incidente, stava tornando all’insediamento illegale di Yakir.
In seguito, Biton ha affermato che l’incidente sarebbe stato provocato da
dei giovani palestinesi che stavano lanciando delle pietre contro la sua
auto. Il conducente del camion, che in un primo momento, subito dopo
l’incidente, aveva affermato di essersi fermato a causa di una gomma a
terra, in seguito ha cambiato la sua versione dei fatti affermando di aver
visto delle pietre sulla strada.
Non esiste nessun testimone di questo incidente. Quel giorno, nessuno ha
visto dei bambini o dei giovani lanciare delle pietre.
– Gli arresti
Nelle prime ore di venerdì 15 marzo 2014, dei soldati israeliani con il
volto coperto, alcuni accompagnati da cani d’attacco, hanno fatto
irruzione nel villaggio di Hares, adiacente alla Road 5.
Oltre 50 soldati hanno distrutto le porte delle case degli abitanti,
chiedendo informazioni sui loro figli adolescenti. Quella notte dieci
ragazzi sono stati arrestati, bendati, ammanettati, e trasferiti verso una
località sconosciuta.
Le famiglie non sono state informate delle ragioni degli arresti dei
propri figli.
Due giorni dopo, si è svolta una violenta seconda ondata di arresti.
Verso le 3 del mattino, l’esercito israeliano, accompagnato dallo Shabak
(i servizi segreti israeliani), è entrato nelle case di tre adolescenti
palestinesi. Avevano un foglio di carta con i loro nomi in ebraico.
Dopo aver rinchiuso tutti i membri della famiglia in una stanza, aver
sequestrato i telefoni in modo da impedire di chiamare aiuto, e averli
interrogati, i soldati hanno ammanettato i figli, tutti di età comprese
tra i 16 e i 17 anni.
Un agente dello Shabak ha detto ad uno dei ragazzi: “bacia e abbraccia tua
madre per salutarla, potresti non rivederla mai più.”
Una settimana dopo, delle jeep militari israeliane sono entrate nel
villaggio e hanno arrestato diversi ragazzi che erano appena tornati a
casa da scuola.
I soldati li hanno messi in riga, compreso un bambino di 6 anni, e hanno
minacciato con la pistola puntata un loro zio che stava pregando i soldati
di lasciare stare almeno i bambini più giovani.
In seguito l’esercito ha scelto a caso tre ragazzi, li ha ammanettati con
le mani dietro la schiena, bendati, e li ha portati via. Le famiglie non
sono state informate né delle accuse rivolte ai propri figli né della loro
destinazione.
In totale, 19 ragazzi dei villaggi di Hares e Kifl Hares sono stati
arrestati in relazione all’incidente stradale della colona.
Nessuno di essi ha alle spalle un precedente per lancio di pietre. Dopo
degli interrogatori violenti, la maggior parte dei minorenni sono stati
rilasciati, eccetto cinque, che rimangono a Megiddo, un carcere israeliano
per adulti. Sono gli Hares Boys.
– L’interrogatorio
I ragazzi arrestati sono stati sottoposti ad una serie di abusi e
maltrattamenti che costituiscono una tortura.
Quando erano detenuti, essi sono stati tenuti in isolamento fino a due
settimane.
Un ragazzo, che poi è stato rilasciato, ha descritto la sua cella: un buco
senza finestre largo 1m e lungo 2m; senza nessun materasso o coperta su
cui dormire; il gabinetto era sporco; le sei luci erano tenute
costantemente accese, facendo perdere al ragazzo la cognizione del tempo
della giornata; il cibo lo faceva star male.
Al ragazzo è stato negato un avvocato; è stato interrogato violentemente
tre volte al giorno per tre giorni, e in seguito rilasciato dopo essere
stato dichiarato non colpevole al processo.
Altri ragazzi hanno riferito ai propri avvocati testimoniannze di
trattamenti simili. Hanno “confessato” di aver lanciato delle pietre dopo
essere stati abusati ripetutamente in carcere e durante gli interrogatori.
– Le accuse
I cinque ragazzi di Hares sono accusati di 25 capi d’accusa di tentato
omicidio ognuno, a quanto pare un capo d’accusa per ogni pietra che
avrebbero lanciato contro le auto in transito.
Il pubblico ministero militare insiste che i ragazzi “intendevano
uccidere” deliberatamente; i ragazzi potrebbero esere condannati alla pena
massima per tentato omicidio: da 25 anni al carcere a vita.
Il pubblico ministero si appoggia sulle “confessioni” dei ragazzi,
ottenute sotto tortura, e 61 “testimoni”, alcuni dei quali affermano che
le proprie automobili siano state danneggiate da delle pietre quello
stesso giorno sulla Road 5.
L’ultimo testimone è apparso dopo che l’incidente ha ricevuto molta
attenzione mediatica quale “atto terroristico”, e dopo che il primo
ministro Benyamin Netanyahu ha annunciato, dopo l’arresto dei ragazzi, di
aver “catturato i terroristi che lo avevano commesso.”
Tra gli altri “testimoni” ci sono la polizia e lo Shabak, che al momento
dell’incidente non erano nemmeno presenti sul posto.
Non è chiaro se questi 61 “testimoni” siano stati interrogati regolarmente
e se le loro dichiarazioni siano state verificate tramite, ad esempio, i
dati di ammissione all’ospedale, o se addirittura i presunti danni subiti
dai loro veicoli siano stati fotografati e documentati in altri modi.
Queste informazioni non sono nemmeno a disposizione degli avvocati dei
ragazzi.
– Le implicazioni
Se i ragazzi venissero condannati, questo caso diventerebbe un precedente
legale che permetterebbe all’esercito israeliano di condannare per tentato
omicidio qualsiasi bambino o giovane palestinese accusato di lancio di
pietre.
I ragazzi di Hares ora hanno 16-17 anni. Se l’esercito israeliano avrà
successo con questa montatura, i ragazzi torneranno alle loro case e dalle
loro famiglie all’età di 41 anni, nel migliore dei casi.
Cinque giovani vite rovinate senza nessuna prova della propria
colpevolezza rappresentano uno sputo in faccia ai nostri principi di
giustizia in quanto esseri umani.
– Che cosa c’è di sbagliato in tutto questo?
Quasi ogni fase di questo caso che poteva andare male è andata male. La
legge locale ed internazionale non viene quasi mai rispettata ; i principi
di giustizia scompaiono all’orizzonte; il rispetto per gli esseri umani è
inesistente.
Considerate quanto segue:
– Gli Hares Boys, come migliaia di altri giovani palestinesi, dai
tribunali militari israeliani vengono trattati come adulti. Secondo la
legge internazionale sui diritti dell’uomo in generale, e la Convenzione
Onu sui Diritti del Bambino nello specifico, gli adulti sono persone di
età superiore a 18 anni. Israele tratta persino dei bambini di 9 anni come
degli adulti.
– Il sistema razzista della “giustizia”: poco importa il presunto crimine
di cui sono accusati, i palestinesi sono costretti a passare dai tribunali
militari e sono giudicati sotto la legge militare, mentre gli israeliani,
per gli stessi crimini, vengono giudicati all’interno del sistema dei
tribunali civili.
– La pratica di arrestare dei bambini durante la notte senza fornire
nessuna spiegazione alle famiglie riguardo le ragioni dell’arresto, e
senza informarle della destinazione dei bambini è contraria alle leggi
israeliane stesse, che affermano che i minorenni, quando vengono arrestati
o tratti in stato di fermo, devono essere accompagnati da un membro adulto
della famiglia.
– Il divieto di contattare un avvocato per diversi giorni (e in alcuni
casi per settimane) dopo la detenzione costituisce una violazione grave
delle leggi stesse di Israele.
– Tenere dei bambini in isolamento per giorni è una forma di tortura; è
una punizione severa prima della sentenza.
– Gli interrogatori con abusi di minori spaventati sono considerati tortura.
– I ragazzi sono stati arrestati nonostante una mancanza totale di prove e
condannati dai media israeliani come “terroristi”, il che è contrario alla
presuzione universale di innocenza (innocente fino a quando non dichiarato
colpevole) e sancisce un vedetto di colpevolezza in un processo molto
seguito dal pubblico, facendo pressione sui giudici affinché facciano lo
stesso.
Per dei resoconti più dettagliati degli arresti e degli interrogatori,
guarda i link riportati in fondo all’articolo pubblicato su
palsolidarity.org:
Http://palsolidarity.org/2014/03/one-year-on-the-hares-boys/
Sito di supporto: http://haresboys.wordpress.com/