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28 Marzo 2014, Charlie Andreasson, Gaza-Palestina occupata
Prima di accomodarci per un bicchiere di caffè turco, tra gli scaffali pieni di tappeti intessuti ed ordinatamente impilati, Mahmoud El Sawaf, 68 anni, mi fa fare un giro della piccola fabbrica. Il giro è piuttosto veloce. Ci sono solo un telaio meccanizzato ed uno manuale. Il mercato a Gaza è troppo ristretto per averne di più.
Prima che l’assedio si inasprisse nel 2007, aveva una fabbrica più grande, che dava lavoro a 17 persone, con nove telai meccanici e quindici manuali; nella Striscia di Gaza i produttori erano centinaia, ora ne sono rimasti cinque e lui è l’unico con un telaio meccanico in produzione, sebbene abbia i suoi limiti a causa dei tagli quotidiani di energia elettrica.
“Le difficoltà erano già iniziate nel 2005 – dice Mahmoud, un uomo che ha ben presente il quadro generale della situazione – quando gli israeliani hanno lasciato Gaza.”
“Siamo ancora occupati – continua- Loro controllano il nostro spazio aereo, i confini a terra e in mare, la nostra economia e le nostre vite. La differenza è che ciò accade senza la loro presenza fisica. Quando erano qui, c’erano condizioni completamente diverse per gli scambi economici; anche se i palestinesi erano spesso considerati e trattati come persone di seconda classe.”
Mahmoud poteva viaggiare e commerciare con la Cisgiordania, la Giordania e i Paesi del Golfo. Questo oggi è impossibile.
Indica una piccola pila di tappeti sul pavimento che un palestinese in Ucraina ha ordinato. Ma Mahmoud non sa come consegnarglieli.
Dice che non ce l’ha con gli israeliani e sottolinea che la popolazione israeliana non necessariamente supporta le politiche del proprio governo. Ritiene che la colpa non debba ricadere tutta sul governo israeliano, ma anche sui governi di tutto il mondo, che permettono a Israele di continuare.
Spera che la situazione cambierà per il meglio. “Dobbiamo sperare – dice – altrimenti non abbiamo nulla per cui vivere”. E spera che “l’Arca di Gaza” mostrerà al mondo che Gaza ha bisogno di commercio, per essere parte dell’economia globale e non dipendente dagli aiuti come lo è adesso.
Ma un’arca non creerà un cambiamento duraturo. Ce ne devono essere molte. C’è bisogno della continuità degli approvvigionamenti e di un’economia di esportazione aperta. Questo non è permesso da quando è iniziato il blocco: una delle sue ragioni è ovviamente quella di strangolare l’economia.
“Ma c’è una ragione ancora più importante a cui molte persone non pensano” – dice Mahmoud, appoggiando il bicchiere sul vassoio.
“Quando vai al mercato, trovi una miriade di prodotti diversi, perlopiù cianfrusaglie, importati senza problemi. Quando però io provo ad avere materie prime per realizzare i tappeti, è molto più difficile. Possono volerci mesi per trovare il materiale e solitamente si trova solo in piccole quantità. Sono stato fortunato ad averne una scorta prima dell’inizio dell’assedio.”
“Quando ci sono meno produttori, ci sono anche meno liti per quel poco che c’è da prendere -continua- l’intento è quello di spazzare via la cultura e la storia palestinesi. Sono considerate una minaccia alla sicurezza, e in una certa misura è vero.
Non per gli israeliani, ma per la politica negazionista del loro governo. E’ uno dei motivi per cui è consentito importare tappeti prodotti in serie, dalla Cina, mentre io probabilmente non sarò mai in grado di inviare quei tappeti in Ucraina.
Quindi, non è solo per la mia economia e la sopravvivenza della mia azienda che ho speranza nell’Arca di Gaza- conclude- ma per l’intera esistenza palestinese.”
le foto sono di Awni Farhat


