Il 17 aprile attivisti in ogni parte del mondo scenderanno in strada per
chiedere la liberazione dei 5 ragazzi di Hares detenuti ormai da oltre un anno.
Quest´azione sara´ precedeuta da una twitter action il giorno prima, 16
aprile. Sono iniziative parte di una campagna che e´ iniziata quando i
ragazzi sono stati arrestati piu´ di un anno fa. Gli attivisti documenteranno le
proprie iniziative con viceo e fotografie per dimostrare il massiccio
supporto di cui godono i ragazzi, e l´indignazione presente in ogni parte del mondo
per il loro imprigionamento.
Cinque ragazzi, Tamer Souf, Ammer Souf, Mohammed Suleiman, Mohammed Kleib, e
Ali Shamlawi, sono stati presi il 17 marzo 2013 dall´esercito di occupazione
israeliano. Tutti i ragazzi avevano 16 anni al momneto dell´arresto. Sono
accusati di un lancio di pietre che avrebbe causato un incidente stradale
vicino al villaggio di Hares, poco distante da Nablus. Non ci sono testimoni
in grado di fornire evidenze che i ragazzi fossero in quel posto al momento
dell´incidente. I due testimoni che erano li´ hanno cambiato il proprio
racconto pochi giorni dopo l´incidente. Eppure ognuno dei cinque
ragazzi si trova ad affrontare fino a 25 anni di prigione per 20 capi
d´imputazione per tentato omicidio e finora sono stati tenuti per oltre un
anno senza processo.
Storia del caso:
Il 14 marzo una colona dell´insediamento illegale di Yakir si e´ schiantata
con la prop`ria macchina e le sue tre figlie lungo la strada principale,
causando a se stessa e alle proprie figle varie ferite. Inizialmente, aveva
segnalato l´incidente come un fatto accidentale, ma in poco tempo ha cambiato
la propria versione, affermando che dei ragazzi palestinesi avessero lanciato
pietre verso l´auto, causando l´incidente.
Nei giorni seguenti, sono stati arrestati 13 ragazzi del villaggio di Hares.
Cinque di loro sono stati accusati di tentato omicidio. Il primo controllo
fatto dalla polizia dell´insediamento illegale, non ha mostrato alcun segno
del lancio di pietre ma un controllo successivo fatto 2 giorni dopo ha
´´trovato´´ il segno di una pietra. Il sistema giudiziario militare israeliano non ha
convocato nessun testimone palestinese. Sono stati chiamati come testimoni
una donna israeliana che stava passando in macchina li´ vicino, e un camionista,
nessuno di loro ha detto di aver visto qualcuno lasciare pietre. Ognuno dei
ragazzi sta affrontando un´accusa e 25 anni di pena.
Informazioni dalle interviste con le famiglie:
I genitori dei ragazzi hanno il permesso di visitarli due volte al mese. A
nessun altro membro della famiglia viene dato questo permesso;
in questo modo, i ragazzi non hanno avuto alcun contatto significativo
con fratelli, sorelle o amici dal loro arresto improvviso un anno fa.
“Non posso toccarlo” ha detto Neimeh, madre di Ali Shamlawi. Quando i
genitori visitano i propri figli, sono autorizzati a passare solo 45 minuti con loro, e
l’intero incontro si svolge attraverso un vetro ed un telefono.
All’interno della prigione, lo stato israeliano fornisce poco o niente dicio’
che e’ indispensabile, percio’ ad ogni visita, i genitori provvedono a portare
quello di cui i figli hanno bisogna, che si tratti di biancheria da letto, libri da leggere o
vestiti.
Neimeh ha raccontato la notte in cui suo figlio e’ stato rapito. 25 soldati
israeliani hanno fatto irruzione nella casa di famiglia, cercando stanza per stanza,
svegliando tutti i membri della famiglia prima di prendere Ali ed ordinare ai genitori di
cercargli le scarpe. Sia Niemeh che Yassen, il padre di Ali, ci hanno raccontato come
uno dei soldati israelianl, prima di lasciare l’abitazione, abbia detto al
ragazzo di andare dai genitori e dargli ”un bacio d’addio”.
La tendenza, cosi’ come in tantissime udienze per i Palestinesi accusati di
qualche crimine da parte della Tribunale militare israeliano, e’ al continuo rinvio.
Le udienze dei ragazzi hanno subito continui rinvii, e non si sa se ci saranno ulteriori rinvii.
“Non c’e’ giustizia in Israele, altrimenti mio figlio sarebbe libero”. Niemeh
Shamlawi sottolinea, mettendo pressione agli ambasciatori di altri paesi, che
partecipare all’udienza e’ fondamentale, allo stesso modo di condividerla con
un ampio pubblico e sensibilizzarlo circa la reale vicenda di Ali e degli altri ragazzi.
