Sciopero della fame in Palestina: “o vado a casa o ci andrò in un sacco di plastica”

23 maggio 2014 | International Women’s Peace Service |  Palestina occupata
http://palsolidarity.org
“Cosa volete da me?”, così un settantenne professore di economia chiedeva  ai  militari israeliani che lo arrestavano l’anno scorso. “Sei molto pericoloso” è stata la spiegazione. Ricordando questa risposta, l’uomo ride, con la faccia che si illumina: “Sono pericoloso per uno degli eserciti più potenti al mondo?! Sono pericoloso per l’unica potenza nucleare del medio oriente?! Ho solo la mia penna, il mio quaderno e la mia mente.”

Appunto.

In seguito al suo arresto, il professore ha passato 6 mesi in detenzione amministrativa israeliana, una pratica illegale di carcerazione indefinita senza sorta di procedimento legale, o  dibattito con accuse,  ma con ‘prove secretate’ che non vengono mai comunicate al prigioniero né al suo avvocato, e che potrbbero anche non esistere. Al primo marzo 2014, Israele tratteneva 183 Palestinesi in detenziona amministrativa.

Giovedì 24 aprile di quest’anno, oltre 100 prigionieri politici palestinesi hanno inziato uno sciopero della fame a tempo indeterminato,  chiedendo la fine della detenzione amministrativa. Era quattro setimane fa; altri prigionieri si sono aggiunti nel frattempo, portando il numero totale a 140; e altri ancora seguiranno.

image

“A nessuno piace avere fame”, dice Raed Amer, portavoce di Nablus per la Società dei Prigionieri Palestinesi, una organizzazione di supporto ai prigionieri e alle loro famiglie. Ma che altri metodi avrebbe questa gente tenuta nascosta e senza comunicazione, per lottare per i propri diritti e dignità?
In un tentativo di rompere lo sciopero della fame, il Isreal Prison Service (IPS) ha provato una varietà di tattiche, tranne una: accettare le richieste degli scioperanti. Le misure repressive includono violenza e abusi, sia fisica che psicologica: isolamento; pestaggi violenti (in qualche caso i prigionieri hanno perso conoscenza per ore, durante le quali l’assistenza medica è negata); negazione di acqua e sale che sono fondamentali per la sopravivenza; negazione delle visite di parenti e avvocati; violente incursioni e perquisizioni, durante le quali i prigionieri sono fatti aspettare ammanettati in gabbie sovraffollate; trasferimenti di massa da un carcere all’altro, con l’obiettivo di separarli e isolarli; trattamenti e condizioni disumane – come confisca di tutti i beni personali, negazione di prodotti igienici di base o cambio di biancheria, gabinetti sporchi, e celle di una misura che viola le stesse regole dell’IPS.

Nessuno di questi metodi repressivi sono nuovi nelle galere israeliane.  Per esempio, nello sciopero della fame del 2004, le autorità della prigione di Eshel hanno confiscato acqua, sale, latte e succhi ai prigionieri in sciopero.  Perquisizioni umilianti e altre misure punitive, come l’isolamento,  erano normali nelle prigioni di  Nafha, Rimon e Naqab, durante lo sciopero della fame del 2012.

Anche lo staff medico dell’IPS collabora con queste azioni sempre più repressive contro gli scioperanti.  L’associazione Addameer, di Supporto ai Prigionieri Palestinesi e per i diritti umani, ha recentemente riferito che dopo il crollo di Mahmoud Shabaneh come conseguenza dello sciopero della fame, lo staff della prigione ha atteso 3 ore prima di finalmente trasferirlo nell’infermeria della prigione. I dottori allora gli hanno offerto da mangiare per provocarlo, cosa in palese violazione della Dichiarazione di Malta della Associazione Mondiale Medica, sottoscritta anche da Israele. La dichiarazione di Malta afferma specificamente che “i medici devono prevenire ogni coercizione o maltrattamento dei detenuti, e protestare se necessario.”

Inoltre, la Knesset israeliana (parlamento) sta attualmente dibattendo una legge che vuole legalizzare il nutrimento forzato, una pratica che l’Associazione Medica Mondiale considera “mai eticamente accettabile”. La nutrizione forzata nelle galere Israeliane ha già un tragico precedente: all’inizio degli anni ’80, dopo un lungo sciopero della fame nel carcere di Nafha, Ali Ja’fari e Rasem Halawi sono morti dopo che i dottori avevano sbagliato ad inserire i tubi.

Lo sciopero della fame in corso è un altro tentativo di riportare il problema al suo posto. Nel 2012, dopo uno sciopero della fame iniziato il 17 aprile (Giornata del prigioniero Palestinese), che aveva coinvolto 2.000 prigionieri, era stato raggiunto un accordo tra la IPS e il Comitato Superiore per i Prigionieri in cui Isrele prometteva di limitare l’uso illegale della pratica della detenzione amministrativa a circostanze eccezionali. Due anni dopo, la detenzione amministrativa è ancora sistematica. Promesse vuote?

Appunto.

Gli scioperi della fame hanno giocato un ruolo importante nella lotta dei Palestinesi tenuti prigionieri da Israele. “Ogni singola conquista anche di cose semplici come servizi sanitari, letti o radio, sono state raggiunte con scioperi della fame”, dice Saed Abu-Hijleh, un attivista, poeta e professore nella Università di Nablus. Durante gli accordi di Oslo negli anni ’90, Abu-Hijleh spiega che la gente palestinese si aspettava la liberazione di tutti i pigionieri politici dalle prigioni israeliane, dato che un “trattato di pace” veniva firmato tra Israele e la PLO (Organizzazione per la Liberazione della Palestina). Tuttavia queste speranze non si sono mai materializzate e da allora il problema dei prigionieri politici è diventato il punto dolente in ogni trattativa – il cosiddetto processo di pace.

Inoltre, Jawad Boulus, avvocato della Società dei Prigionieri Palestinesi, ha detto in un’intervista con IWPS che lo stato di Israele sta diventando sempre più repressivo: mette i Palestinesi in detenzione amministrativa semplicemente perché resistono all’occupazione.  Alcuni vengono tenuti in prigione senza accuse per 10/12 anni; la lista dei detenuti amministrativi comprende gente con cultura elevata come dottori, avvocati,  giornalisti, come anche politici e leader di comunità.  Boulus aggiunge che due detenuti amministrativi hanno inziato il loro sciopero parecchio prima, e sono ormai a più di 80 giorni senza cibo; la corte militare israeliana ha respinto il loro appello, e gli ha ordinato una pena supplementare.

Secondo Boulus, uno dei risultati principali dei prigionieri Palestinesi è che hanno sviluppato un  movimento con un codice di comportamento e un sistema di valori morali. “Ufficiali e guardie vedono quanto i detenuti sono coinvolti in una lotta umana contro l’ingiustizia”, dice. Se poi accettano quello che vedono o continuano a essere complici nella soppressione di questa lotta per i diritti umani, questa è un’altra storia.

L’attuale sciopero della fame raggiunge il 30imo giorno il 23 maggio. Dopo 14 giorni di sciopero,  incomincia la catabolysis – un processo biologico per cui il corpo comincia a consumare tessuto muscolare e grasso per la sopravvivenza -. Le complicazioni fisiche aumentano: le persone cominciano a fare fatica ad alzarsi e soffrono di parecchi disturbi, debolezze, perdita di coordinazione, e tremiti. Dopo 3-4 settimane di sciopero,  o quando si è perso più del 18% del peso corporeo, c’è il rischio che le complicazioni mediche diventino permanenti; tra queste perdita di vista e udito, indifferenza a quello che c’è intorno e mancanza di coerenza. Questo è quando il corpo, non avendo fonti di energia, si autoconsuma: prima il grasso, poi i muscoli  e alla fine gli organi vitali.

Si considera in generale che una persona in salute che consuma acqua nel suo sciopero della fame abbia un limite assoluto di 60 giorni. Tuttavia, molti Palestinesi  detenuti amministrativi entrati in sciopero della fame erano già in cattiva salute, visto il rifiuto israeliano di dargli un trattamento equo in prigione.

Quali pensieri girano in testa di una persona in sciopero della fame? “Non pensi al tuo corpo – piuttosto, pensi alla tua famiglia, ai tuoi cari, a cosa puoi fare per loro”, dice Amer del gruppo di Nablus della  Palestinian Prisoners Society,  uno che ha fatto anche lui 20 giorni di sciopero della fame, quando è stato in prigione nel periodo pre-Oslo.

Come un’eco alle sue parole, Boulus  cita da una poesia: “sono pronto a dare metà della mia vita a chi riesce fare ridere un bambino che piange…” e aggiunge “ogni progioniero è un caso di rilievo”. La fine dell’occupazione è un problema di rilievo. Aiutare le famiglie per le visite ai loro cari in prigione è un problema di rilievo. La moralità della nazione e la resistenza sono problemi rilevanti. Come passare dal check point di Qalandia senza perdere la dignità è un problema rilevante. I crimini di israele contro i diritti umani sono un problema rilevante.  Il fatto che Israele torturi i prigionieri è un problema rilevante.

“I prigionieri in sciopero della fame non possono tornare indietro” dice Abu-Hijleh. “O vanno a casa o vanno a casa in un sacco di plastica”.

“Non abbiamo alternative. Non possiamo alzare bandiera bianca”, aggiunge Amer.

Appunto.

image

This entry was posted in info, prigionieri and tagged , . Bookmark the permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *