Un drone e un paio di missili: semplice e conveniente

28 Giugno 2014 – Charlie Andreasson – Gaza, Palestina occupata

 Fonte: http://palsolidarity.org/2014/06/death-in-shati/
e https://m.facebook.com/notes/arcadigaza-gazasark/morte-a-shati/257931647739374
Ieri [27.06.14, ndt] poco dopo le 03:00 ora locale, due uomini sono stati uccisi nella loro auto. Due missili l’hanno colpita, a soli 100 metri dalla residenza dell’ex primo ministro Ismail Haniyeh, nel campo di Shati (“Beach”). Sono arrivate subito le ambulanze, che hanno trasportato i due uomini all’ospedale al-Shifa, dove entrambi sono stati dichiarati morti.

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Erano Muhammad al-Fasih e Osama al-Hassumi, entrambi membri del braccio armato del Comitato di Resistenza Popolare. Questa è la prima uccisione mirata da parte di Israele, dopo la formazione della nuova coalizione di governo palestinese. Alla fine è successo.

L’uso di droni in uccisioni extragiudiziali, in una zona densamente popolata, mostra chiarmente la mancanza di preoccupazione della potenza occupante per la sicurezza dei civili.

 

Chi controllava il drone, non lo sapremo mai. Esecuzione extragiudiziale. Così facile, così conveniente. Risparmio di tempo e di costosi procedimenti giudiziari. Nessun contradditorio con nessuna difesa. Solo un drone e un pilota senza volto, in un centro di comando a distanza di sicurezza. Giudice, giuria e pubblico ministero, tutto in uno. Un’azione compatibile con uno stato giusto?

Subito dopo le tre del pomeriggio. Persone ovunque. Chiunque nelle vicinane avrebbe potuto rimanere ucciso. Avrebbero potuto esserci anche altri passeggeri a bordo della macchina. Era forse anche un messaggio indirizzato ad Haniyeh? Un avvertimento?

 

Quando sono arrivato, ambulanze e pompieri erano già là. Il luogo era affollato di gente, per la maggior parte accalcati intorno al relitto. Ho chiesto ad un ragazzo se ci fosse stato l’attacco di un drone e mi ha risposto che erano stati sganciati due missili dal drone, in un buon inglese ma con voce tremante, vibrante di rabbia, shock e paura. Faceva del suo meglio per controllarsi, stringendo le mascelle, vicino alle lacrime. Ho abbassato la macchina fotografica, gli ho chiesto se stava bene. Domanda stupida: potevo ben vedere come si sentiva. Certo che no-risponde-questa è Gaza. L’ho preso tra le mie braccia, preoccupato per un attimo della sua reazione e di quella degli amici intorno a lui: ma ha accolto il mio abbraccio ed io ce l’ho tenuto dentro, premendolo contro di me. Già, questa è Gaza e no, non va bene qui.

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I droni continuano a girare in cielo. Sono alla ricerca di nuovi obiettivi? Sono altri piloti senza volto, a distanza di sicurezza, semplicemente curiosi di scoprire l’esito dell’attacco dei loro colleghi? Riprendono le immagini dell’intervento riuscito che appariranno sul telegiornale della sera? I resti di quello che poco prima era una macchina con due persone viventi all’interno? Gli spettatori vedranno un occidentale abbracciato ad un palestinese con gli occhi serrati?

Un drone, due missili: giudice, giuria e pubblico ministero insieme. Una detonazione al momento dell’esplosione e nessuna eco dal mondo esterno degli stati giusti. Così semplice. Così conveniente.
Foto di Charlie Andreasson
Trad. di F.S.

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