Diario da Gaza, città fantasma

10 Luglio 2014 – Charlie Andreasson – Gaza, Palestina occupata 

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L’entrata al porto ieri era bloccata da macchine e altri veicoli, ma non vi era alcun problema ad entrarvi a piedi. Nessuno ha provato a impedirmelo; non c’era nessuno lì a fermarmi.

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Il casottino, da dove i poliziotti mi chiamano sempre invitandomi per un caffe’ o una chiaccherata, era chiuso. Mi sono guardato attorno. Il porto, che di solito e’ animato di vita ed e’ un posto tipico per pic nics, era visibilmente deserto. Avevo la sensazione di essere lì senza permesso.

 

La notte prima ero sul tetto dell’edificio in cui vivo, ed ho visto due missili cadere proprio dietro al porto. L’obiettivo era, come ho poi letto, un edificio appartenente alla polizia portuale.

La memoria mi riporta ad alcune interviste che ho fatto a pescatori rilasciati ed a quello che dicevano riguardo agli interrogatori: li interrogavano e chiedevano loro esplicitamente di quegli edifici, di quante persone vi fossero all’interno e se la polizia portuale possedesse armi.

 

Con mia sorpresa ho scoperto che non ero solo al porto. A bordo di alcune imbarcazioni c’erano delle persone, ma poche. Forse anche loro sentivano di essere lì senza permesso, come me; nessuno mi ha salutato, né si è avvincinato e nemmeno io l’ho fatto.

 

Ho lasciato il porto, sono andato ad un caffe’ sulla spiaggia, mi sono seduto per un momento ed ho guardato attorno a me, tutte le sedie vuote. Non c’era nessuno, nemmeno il personale. Sono stato lì per un po’, sotto il parasole, sentendomi come invisibile ai droni che circolavano nel cielo sopra la mia testa. Si potevano sentire forti spari dal mare.

Ho ricevuto un sms da un amico da un campo rifugiati a qualche chilometro da dove ero seduto. La situazione era pazzesca là: nessuno osava lasciare le case ed i droni sembravano far fuoco su qualsiasi cosa si muovesse. Le detonazioni si potevano sentire da dove io mi trovavo.

Le strade solitamente trafficate verso la piazza centrale erano deserte. Passava solo qualche macchina occasionale e spesso erano macchine della stampa che viaggiavano ad alta velocita’dando la caccia al piu’ recente obiettivo attaccato; un momento dopo un’ambulanza correva nella direzione opposta. I negozi erano sprangati.

Quest’area, che spesso mi ricorda le isteriche spese natalizie a cui assisto in Europa, era deserta, come la spiaggia e dal nulla mi è tornata alla mente una vecchia canzone, “Ghost town”, degli Specials. Ma la zona non era totalmente deserta: tre uomini con giubbotto antiproiettile con la scritta “press” [stampa] stavano venendo verso di me. Uno di loro mi ha riconosciuto, mi ha salutato e mi ha chiesto se volevo andare con loro all’Ospedale Shifa. Ho rifiutato l’invito, ma non ho detto perché. C’e’ della vita che voglio vedere, è di vita che ho bisogno, non di morte e sofferenza.
Trad. di F.S.

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