Dove andranno?

22  luglio 2014  Charlie Andreasson  Gaza, Palestina occupata.
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L’attacco va avanti ormai da due settimane. Questa mattina sono stato svegliato presto dalle esplosioni, erano così vicine che scuotevano la casa.
Poi mi è arrivata una telefonata, c’era un appartamento preso di mira nelle vicinanze, dove vive anche una donna neozelandese.
Sono andato da lei, non era ferita, ma sconvolta sì.

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Stava valutando se trovare un’altra sistemazione o rimanere. Comprendo la sua esitazione: trovare un posto, ora che 150.000  persone – numero in costante aumento – sono costrette a lasciare le proprie case, non è così facile. E non è che altrove sia più sicuro.
Quando viene bombardato un ospedale dopo l’altro, ti rendi conto che qui non esistono posti sicuri.

Quando sono arrivato, sul posto c’era un gruppo di giornalisti  raccolti, con i caschi e i giubbotti antiproiettile, in attesa di un nuovo attacco sulla stessa casa. Il piano superiore stava bruciando, ma non era distrutto del tutto. Probabilmente è stato colpito dai droni, più che dai missili degli F16, che sono più potenti.
C’erano anche i vigili del fuoco, ma non sono entrati nell’edificio per timore di altri attacchi, che in effetti sono arrivati.
Due missili hanno attraversato l’aria: esplosioni e una nuvola di fumo che saliva; giornalisti che si precipitavano per catturare le immagini migliori; persone evacuate dagli edifici vicini – alcuni con effetti personali, altri senza niente, solo con i bambini piccoli in braccio. Molti di loro non hanno neanche le scarpe ai piedi. Io e la mia amica neozelandese ci si poneva lo stesso quesito: dove andranno?
Sono andato a una riunione e poi all’ospedale Awda, a nord di Jabalya, un campo profughi a nord di Gaza City.
Lungo la strada ho incontrato diverse case fatte saltare in aria,  con vetri e resti di materiali da costruzione sparsi per strada; di fronte a noi si vedeva una spessa colonna di fumo che proveniva da quella che ho poi scoperto essere una fabbrica di scarpe di plastica.
Intorno a me sentivo costantemente esplosioni da artiglieria. E il ronzio dei droni, naturalmente.
Sono stato ricevuto dal dottor Yousef Sweeti, direttore dell’ospedale. Da quando l’ospedale di Beit Hanoun è stato attaccato, l’Awda è l’ospedale civile più a nord. Sono specializzati in maternità e trattamenti naso, orecchie e gola, per bambini e anziani. Non è un ospedale per casi di emergenza, ma in questo momento, la maggior parte dei pazienti sono emergenze.
A differenza di diversi altri ospedali, colpiti dalle minacce e dai bombardamenti israeliani, l’ospedale Awda è stato lasciato in pace.
Al più grande ospedale di Gaza, il Shifa, si è discusso della possibilità di trasferire alcuni pazienti all’Awda, cosa divenuta un’urgenza, date le minacce fatte al Shifa dall’esercito israeliano. Ma il dottor Sweeti ha dovuto dire di no. Non solo per il gran numero di pazienti che hanno -come d’altronde tutti gli ospedali- ma anche e soprattutto per la sua posizione geografica; quando le truppe di terra israeliane sono entrate, erano a meno di un chilmetro di distanza. Questo ospedale non è un posto sicuro.
L’Awda è anche in carenza di farmaci ed attrezzature mediche, anche se qui sono meglio equipaggiati che altrove. Per la maggior parte di medicine, hanno scorte per almeno un mese; sufficienti se i bombardamenti non continuano ancora molto. 

Tuttavia, la fornitura di ossigeno è quasi finita, l’ospedale ne ha abbastanza per un giorno e mezzo. Quando mi sono presentato in ufficio, il collega del dottor Sweeti era al telefono con la Croce Rossa, che provava a convincerli a portarne ancora.
La situazione è peggiore rispetto all’offensiva del 2012, durata otto giorni, principalmente a causa del blocco. I riformimenti di medicine e attrezzature mediche erano già scarse e il diesel per i generatori è molto più costoso a causa del crollo dei tunnel dall’Egitto. Gran parte del budget dell’ospedale serve per coprire quel costo.
Il numero dei pazienti è molto più ampio, questa volta, ma, ancor più in quietante, le ferite sono diverse: quando ho detto al dottor Sweeti dei corpi carbonizzati che ho visto dopo l’attacco di un drone ad un taxi, lui ha annuito.
“I missili isareliani sviluppano un grande calore, bruciano i corpi, li riducono in cenere. Credo che Israele stia testando nuove armi sulla popolazione palestinese”. Ha anche notato che molti di questi corpi sono stati ridotti a brandelli in questi attacchi.
Siamo poi scesi in un reparto dell’ospedale e abbiamo visitato i pazienti.
Noor Al Mabhooh, 15 anni, è arrivata la notte scorsa, con ferite da schegge ad una piede e ad una spalla, dopo che la sua casa era stata colpita da un attacco aereo. Altri quattro membri della famiglia sono stati feriti e portati in altri ospedali. Un attacco che non è stato preceduto da alcun avvertimento.
Ho ringraziato il dottor Sweeti per il suo tempo e ho preso un taxi per tornare a casa. Ho sfruttato l’occasione per guardare le case distrutte sul lato della strada. Quelle sull’altro lato, le avevo già viste.
Trad. F.S.

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