Pescare a Gaza

http://palsolidarity.org/2014/09/fishing-in-gaza-2/
3 Settembre 2014 – Charlie Andreasson – Gaza, Palestina occupata

Abbiamo salpato dal porto di Gaza City appena prima dell’alba con un equipaggio di 13 uomini, inclusi due ragazzini. In toeria avevamo la possibilità di raggiungere le 6 miglia nautiche per pescare. Ma è soprattutto un gioco di parole che il limite deciso dalla forza occupante sarebbe stato modificato da tre a sei miglia. Dopo la precedente guerra di due anni fa, il limite fu spostato a sei miglia nautiche e poi ridotto di nuovo a tre; e solo due giorni prima che Israele desse il via alla sua operazione “Margine di protezione”  non è stato permesso di pescare affatto.

image

Per coloro che pescano con la pescaia o all’amo, è stato un deciso miglioramento , ed è probabile che anche la pesca a traina andrà meglio, per cui la questione è di sapere come andrà per coloro che pescano con la rete e che pescano soprattutto sardine.
Stiamo più o meno navigando fuori dalla costa, seguendo lo schermo sonar da vicino. Non mostra nulla a parte la struttura del fondale, lo schermo è nero, nessun segno di pesce.
L’equipaggio ogni tanto controlla la luce rossa delle motovedette israeliane, ben sapendo per esperienza che  attaccano quando e dove vogliono, senza seguire i limiti o gli accordi.

Rade Bakr, il capitano dell’imbarcazione, è stato arrestato quattro volte in passato e la sua barca confiscata. Col tempo è riuscito a recuperarla, ma non vuole essere arrestato per la quinta volta, e non solo per se stesso: circa 80 persone dipendono dalle entrate di quella barca.
Alla fine qualche piccolo punto chiaro appare sullo schermo sonar. Siamo a circa quattro miglia, quattro miglia e mezzo dalla costa ed il capitano decide che dobbiamo gettare l’ancora. E’ ancora troppo presto per arrischiarsi oltre, è meno rischioso provare a pescare in quel tratto, tornando indietro poco a poco, che pretendere diritti da qualcuno dietro a delle mitragliatrici. Nessuno nell’equipaggio protesta, nessuno si sente costretto ad essere il primo a rischiare tutto, con questo tipo di barca
Non appena l’ancora tocca il fondo, circa venti metri sotto di noi, il motore si ferma ed il grande generatore sul ponte si accende, i fari attorno alla barca si illuminano per attirare il pesce, rendendo il mare intorno a noi di un blu scintillante.
Qualcuno dell’equipaggio, durante le ore in cui ci fermiamo lì, ne approfitta per provare a pescare con la lenza,  prendendo piccoli pesci dal dorso rosso. Uno dei due ragazzini arriva con un caffè appena fatto,  sempre sorridente e sempre pronto a fare qualsiasi cosa gli altri vogliano.
Il cibo viene portato sul ponte e ci sediamo in un ampio cerchio, ognuno si protende al centro verso le scodelle. Di tanto in tanto l’equipaggio dà un’occhiata al mulinello, esplorato dalla luce brillante e fuori al buio denso. E’ come un riflesso. Non so cosa stiano guardando.
E’ ora di tirar fuori la rete. L’ecoscandaglio mostra più puntini ora e sono tutti chiari. Non deve essere dato nessun ordine, ognuno sa quel che deve fare.  K
Il capitano prende posto in una delle barche che accompagnano, un piccolo hasaka (una piccola barca da pesca) e accende i fari per trattenere il pesce, mentre la barca ora al buio, getta le reti formando un grosso cerchio attorno all’hasaka. E qui comincia il duro lavoro di tirare la rete, con la maggior parte dell’equipaggio a piedi nudi sul ponte.
Ad un tratto il pescato viene gettato sul ponte; vengono prese scatole di plastica ed ordinate per tipo e grandezza. Ci sono per lo più piccoli polpi, ma anche piccoli granchi, alcune varietà strane e pochissime acciughe, che dovrebbero essere la pesca principale: la  pesca non è grossa, forse 60 chili in tutto.
Abbiamo gettato di nuovo l’ancora con i fari accesi, e qualcuno dell’equipaggio ha gettato ancora la propria lenza; il ragazzo che sorride sempre è arrivato con dell’altro caffè. Le ore passano, molti provano a fare una dormita. Quindi arriva di nuovo l’ora, ma questa volta sarà più sensazionale.
Qualcuno dell’equipaggio ha visto la luce rossa e ce la indica. La motovedetta  israeliana è lontano dalla linea dalla zone delle sei miglia nautiche, ma la sua presenza è sufficiente a disseminare allarme a bordo: la motovedetta  impiegherebbe solo qualche minuto per  arrivare dove siamo noi.
Sento che l’equipaggio sta cercando di trascinare tutto ancora più velocemente di prima, e so che sono perfettamente consapevoli di dove si trovi esattamente la luce rossa. Non possiamo andare via fino a che il pescato è sul ponte, i minuti passano, tutti stanno provando a capire se la luce rossa si sta avvicinando o no, ma alla fine il pescato viene portato dentro. E’ più scarso del precedente. Il ricavato non coprirà i costi. Ci sarebbero voluti altri quattro o cinque carichi, ma per prendere tanto pesce i pescatori dovrebbero andare 9 o 10 miglia fuori dalla costa, pur sempre acque palestinesi, sebbene ne vengano esclusi.
Questa volta, è stato abbastanza che i soldati a bordo della motovedetta abbiano illuminato i pescatori per far lasciare  loro le acque. Spesso fanno molto peggio.
Trad. F. S.

This entry was posted in Senza categoria. Bookmark the permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *