http://palsolidarity.org/2014/09/final-journal-from-gaza/
17 Settembre | Charlie Andreasson | Gaza, Palestina occupata
Sembra che questa sarà l’ultima cosa che scriverò da Gaza. Non perché non ci sia più nulla da dire, ci sono storie sotto ogni pietra, ma perché presto lascerò questa piccola striscia costiera, dove c’è così tanto da trovare.
Sofferenza, deprivazione, morte, smembramento, disperazione, case distrutte e vite senza un futuro. Ma anche così tanto amore, così tanta gentilezza; volti sorridenti e bambini dalle risate contagiose che giocano. E poi questa curiosità e accettazione nei miei confronti, in quanto straniero, così lontana dal mio essere presto a casa, in Europa.
Questo sarà il mio grazie ed il mio arrivederci. Un ringraziamento sincero per l’avermi dato l’opportunità di pubblicare i miei pensieri, riflessioni ed osservazioni. Un umile grazie a tutti voi che avete voluto leggerli. E un piccolo grazie speciale a quelli che mi hanno contattato per le mie storie e i miei articoli: è qualcosa che mi ha un po’ imbarazzato ma anche -nell’intimo, naturalmente-reso orgoglioso.
Mi ha spinto a continuare a scrivere, mi ha dato la voglia di migliorare, di continuare a prendere i contatti necessari per scrivere storie, descrivendo Gaza, per chi vuole leggerle.
Ci sarebbe così tanto ancora da scrivere e da dire. Ci sono già molti orfani a Gaza e la recente offensiva ha strappato ad altri 1.500 bambini i loro genitori. Non tutti troveranno posto negli orfanotrofi, i più saranno probabilmente presi dai parenti: e questa è solo una delle centinaia di storie che rimarranno nella mia testa, dopo che avrò lasciato Gaza.
La stagione agricola si avvicina, ma molti contadini hanno perso le loro case e i loro campi sono stati distrutti. Carri armati e bulldozer sono già penetrati nella Striscia di Gaza, in violazione del cessate il fuoco. I pescatori sono stati colpiti diverse volte, sei sono stati arrestati, una barca è stata confiscata. Anche questo in violazione del cessate il fuoco.
Ci sono un centinaio di rifugi da costruire, donati dagli Emirati Arabi Uniti. E’ un buon inizio, ma neanche diecimila di queste baracche sarebbero sufficienti e presto arriveranno l’inverno e la pioggia.
C’è ancora così tanto da scrivere.
Non restano che pochi giorni prima della partenza e userò il mio tempo per finire i progetti e non per cominciarne di nuovi. Al-Mazan, un’organizzazione che lavora a stretto contatto con le Nazioni Unite e la Human Rights Watch, mi ha chiesto le copie delle mie prove fotografiche di crimini di guerra; il mio ruolo nel progetto dell’Arca è finito.
Dopo molte battaglie, abbiamo [come internazionali] finalmente cominciato a fare dei passi avanti sulla questione di una nostra più stabile presenza tra i pescatori. Questo è un progetto che non vedrò compiuto prima della mia partenza. Ha avuto una battuta di arresto quando è iniziata l’offensiva e ora comincia timidamente a ripartire di nuovo.
Mi brucia un po’ non poter far parte di quel viaggio ed è inutile cercare di nasconderlo.
Se non dovessi tornare a casa, varrebbe la pena restare un altro anno solo per quel progetto.
Mi concentrerò invece nello sgomberare il mio appartamento; proverò a trascorrere il pomeriggio da solo con ‘Moby Dick’ ad un caffé sulla spiaggia e poi ad uscire ancora un’ultima volta in mare con i pescatori; salutarò gli amici che ho trovato ringraziandoli per tutto, e finirò questo testo, l’ultimo.
Trad. F. S.


