http://assawra.blogspot.fr/2014/11/defier-loccupation-le-camp-de-shefat.html
La casa del martire Ibrahim Akkari non sarà demolita. Questo è ciò che i giovani nel campo palestinesi She’fat, situato nella zona allargata da parte dell’occupante della città di al-Quds. Da diversi giorni la popolazione palestinese del campo (costituita da profughi dai territori occupati nel 48 o provenienti dalla piazza Sharaf nel centro storico, completamente distrutta nel 1967, o Maqdisis alla ricerca di alloggi più economici) è in uno stato di allerta: non permetterà la demolizione della casa del martire.
Inoltre, gli ufficiali della occupazione non sono stati neanche in grado di consegnare l’ordine di demolizione per la famiglia, essendogli stato impedito dai giovani, e la famiglia non ha nemmeno spostato le proprie cose, continua a vivere nella sua casa, ora protetta dalla popolazione di tutto il campo che ha deciso di affrontare l’occupante, installando sbarramenti, pattugliando di notte per garantire la sicurezza delle strade, e gli ingressi del campo vengono monitorati. Al minimo avvertimento, giovani mobilitati giorno e notte vanno all’attacco per evitare infiltrazioni dell’esercito, della polizia o anche “musta’ribines” (travestito sionista), in breve, il nemico.
Qualche giorno fa, questi giovani sono riusciti a cacciare le forze armate dell’occupazione, piazzate al principale sbarramento davanti al campo, lanciandomsu di loro bottiglie incendiarie, esplosivi e pietre. 70 componenti dello sbarramento si sonondati alla fuga. Sono tornati, ma non osano entrare nel campo. Il ministro sionista dell’interno, non ha potuto fare la sua visita, è stato immediatamente cacciato. Davanti alle telecamere della rete “Falastin al yom”, giovani e meno giovani, volti coperti dalle kuffyas o no, hanno spiegato che non permetteranno la demolizione della casa Akkari. Per farlo i soldati dovranno passare sui loro cadaveri. Hanno intenzione di resistere fino alla fine. Hanno affermato di prendere esempio dalla battaglia di Jenin del 2012, quando la resistenza eroica della popolazione e dei suoi combattenti hannomsagnato la storia della resistenza palestinese, mostrando la strada della sfida e del sacrificio, dopo la catastrofe degli accordi di Oslo.
I giovani del campo di She’fat si legano alla storia eroica del popolo palestinese, spazzando via i residui ammassati nelle coscienze dopo che i responsabili dell’OLP hanno imbucato il popolo in una via senza uscita: quella dei negoziati e del riconoscimento dello stato dell’occupante. Se la Nakba del 1948, poi la Naksa del 1967, somo state delle catastrofi militari e sociali, non hanno tuttavia danneggiato o distrutto la coscienza palestinese. La volontà di resistere e sacrificarsi per la liberazione del paese è rimasta intatta, contrariamente al periodo successivo che ha assistito alla burocratizzazione, all’invecchiamento e alla sclerosi delle formazioni palestinesi, che hanno accettato, attraverso i petrodollari e il miraggio di uno stato palestinese, di abbandonare la resistenza e una parte del territorio, per realismo o per disfattismo.
Gli accordi catastrofici di Oslo completano questa fase “realista” della storia palestinese: hanno progressivamente cancellato dalle coscuenze il fatto che la Palestina è il centro della patria arabo-islamica, che la sua liberazione è necessaria perché i popoli possano godere della propria libertà, indipendenza e sovranità, e che la lotta contro lo stato coloniale sionista è contemporaneamente la lotta contro l’imperialismo e ogni forma di sottomissione, politica, economica e culturale. Gli accordi di Oslo hanno instaurato il miraggio della “coesistenza” con l’occupante, suscitato false speranze e cammuffato la realtà del conflitto, il che ha permesso l’emergere di una nuova categoria di “attivisti”, usciti o no da ONG, i cui riferimenti si allontanano dalla storia della patria arabo-islamica per fissarsi sulle lotte internazionali, dove è più facile parlare di apartheid piuttosto che di occupazione coloniale e di colonie di popolamento, e di dirtti umani piuttosto che del dovere della lotta e del sacrificio.
I giovani del campo di She’fat, rifiutando la demolizione dellla casa del martire Ibrahim Akkari, rompono il circolo vizioso in cui l’occupante ha messo i Palestinesi, tanto in Cisgiordania quanto nella città di Al-Quds. Non si aspettano più i oassaggi dei bulldozer, non si portano via gli effetti personali delle famiglie prima della demolizione, non ci si lamenta più davanti alle telecamere, non si compilano statistiche da mandare allle ONG e organismi internazionali, non si ricorre ai tribunali dell’occupazione per ritardare o fermare, usando ingenti finanze, la demolizione. Non si accetta più di demolire da se stessi la propria casa, per non dover pagare le spese della demolizione imposta dall’occupante, non si cniede più l’intervanto dell’ONU, dell’Unione Europea, del CICR o altri organismi che sostngono l’occupante. Semplicemente, si rifiuta e si sfida l’occupante a entrare nel campo e demolire. Con questo rifiuto e questa sfida, i giovani del campo di She’fat rimandano all’ocupante la sua vera immagine, che gli accordi di Oslo e tutte le lotte “pacifiche” hanno cercato di mascherare: il sionista, religioso o laico, di destra o di sinistra, non è altro che un xolono che ha invaso la terra di Palestina e la ha rubata con la forza delle armi e il terrore.
Alla domanda del giornalista che bli chiede come contanomdi opporsi, senza armi, ai carriarmati e agli aerei dell’occupante, i giovani del campo di She’fat hanno risposto: “Abbiamo la volontà, la determinaizone a resistere, abbiamo la fede nella gijstezza della nostra causa, abbiamo Dio”. Il realismo non è adattarsi al rapporto di forza, ma a costruirlo con la lotta sul campo, pr3ndendo di ira il colono e la sua entità. È quello che ha permesso lo scoppio di tutte le rivolte e rivoluzioni palestinesi, dai tempi dell’occupazione britannica e dell’invasione sionista, all’inizio del XXimo secolo. È quello che ha tenuto in vita e impedito la sparizione del popolo palestinese. È quello che ha progressivamente svelato la vera natura dello stato coloniale sionista.
(23-11-2014 – Fadwa Nassar)
