27 ottobre 2015 | International Solidarity Movement| team Khalil| Palestina occupata
Ci sono un Italiano, una francese e centinaia di palestinesi. No, questa volta non si ride, è quello che io, la volontaria internazionale e tanti Palestinesi abbiamo vissuto qui oggi. Sono le 13.00 qui ad al-Khalil (Hebron), contestazione organizzata dalla popolazione dopo lo spargimento di sangue degli ultimi giorni ed il degenerare del numero di soldati impiegati nell’insediamento. La manifestazione si tiene a Bab al-Zawwiyeh street, nei pressi del Checkpoint. Centinaia di persone accorrono. I canti e le bandiere al vento sono la risposta che il popolo palestinese vuole dare alle morti ed all’aparthaid che ogni giorno centinaia di uomini/donne/bambini sono obbligati a vivere in questo angolo di terra. Tutto si svolge in un atmosfera del tutto distesa, niente disordini oggi. Il clima è davvero piacevole, ed io e l attivista francese decidiamo di addentrarci nella “pancia” della contestazione. I palestinesi ci aprono la strada, alcuni ci riconoscono e vogliono che noi riportiamo ai media ed alle nostre case le immagini di un popolo che non piega mai la testa e che urla la sua voglia di libertà.
Dalla pancia della folla, ci ritroviamo in testa. Di fronte a noi si manifesta il cordone dei soldati e della border police. Sono almeno in 30. Sulle terrazze degli stabilimenti del check point si fanno strada altri soldati con le armi puntate sulla folla. Sono sereno, non c’e alcun motivo che mi induce a pensare che quelle armi possano essere usate contro di noi oggi, mi dicevo. Sbagliavo. Semplicemente avevo dimenticato per un attimo che di fronte a me si palesavano degli esseri svuotati della loro umanità, degli insani bipede che con un corpo sanguinante a pochi metri riescono a ridere e gustare dei biscotti al miele accompagnati da un caldo the, o che nel punto in cui un ragazzo di 18 anni dice per sempre addio alle sue sparenze e sogni, in serata decidono di banchettare sul suo sangue ancora presente e vivo sulla strada. Sto parlando dei coloni e delle forze di polizia (etnica) Israeliane. Sono le 13.30 circa, uno sparo dalle terrazze da il via alle barbarie.
In pochi secondi i soldati lanciano sui manifestanti e su di noi circa 30 granate. Le esplosioni sono continue e devastanti, devastanti per il corpo e per la mente. Ad ogni esplosione pensi, questa adesso mi viene a prendere, questa è per me. Corri. Le esplosioni si susseguono e con essa la gente che viene colpita. Sono diversi i compagni palestinesi che vedo cadere al mio fianco subito dopo un esplosione. Tutto cio’ è terribile. Questa volta una di quelle bombe ha preso un palestinese che si trovava sul mio fianco destro. Io e l’altra volontaria internazionale vediamo scorgere lungo la strada una porta di uno stabilimento. Ci rechiamo all’interno. Mai trappola fu peggiore. Saremo in dieci. Questa volta i soldati decidono di cambiare l’atmosfera, il bianco si propaga ovunque, arriva il gas. C’è un anziano palestinese a guidare la fuga lungo le scale, una Kefia sulla testa ad indicare la via. Lo stabilimento abbandonato pero’ non ha nessuna copertura, il gas entra ovunque ed il respiro diventa sempre più precario. I colpi di tosse sono il sottofondo del nostro soffocamento. L’anziano uomo si accascia sulle scale e così altri due palestinesi. Io e la mia amica internazionale con le lacrime agli occhi per l’irritazione e forse anche per il terrore, con un cenno decidiamo di recarci di nuovo fuori. Qui in questo palazzo, l’inferno cambia solo scenario, ma sempre di inferno si tratta. Urliamo di uscire, non so se qualcuno ci segue. Fuori continuano le granate. A 200 metri da noi la situazione sembra più calma, ma quel posto, quell’isola felice sembra irragiungibile. A stenti riuscaimo a raggiungere una strada più tranquilla. Ci è mancato poco così ma c’è l’abbiamo fatta. Dopo dieci minuti, sono le ambulanze a prendersi la scena. Restaimo li per riposare un attimo, in cinque minuti ne conto almeno 4. L’aggressione continua, perchè si, non chiamatela guerra, quella israeliana e’ un aggressione, è oppressione, è la materializzazione della politica di israele.
Le esplosioni si susseguono per le tre ore successive, ho perso il numero delle ambulanze che sfrecciano a gran velocità lungo la stada.
Attualmente non conosciamo il numero dei feriti, o se il cimitero dei martiri domani accoglierà un nuovo fratello, ma abbiamo conosciuto la ferocia, abbiamo conosciuto il terrore, abbiamo conosciuto cosa vuol dire vivere una giornata da shabaab.
Orion ( team Kahlil)



One Response to Una giornata da Shabaab, adesso so come si puo morire da palestinese.