2 Novembre 2016 |International Solidarity Movement, al-Khalil team | Hebron, Palestina occupata
Una donna palestinese è stata arrestata il 1 ° novembre presso il Qeitun checkpoint accusata di portare con sè un coltello. Testimoni oculari hanno raccontato che le è stato ordinato di inginocchiarsi a terra, aprire il vestito e allentare il suo hijab in pubblico, prima di essere ammanettata e scortata dietro il cancello al Qeitun checkpoint. Tuttavia, nessuno ha visto alcun segno del coltello del cui possesso è stata accusata. La donna palestinese è stata inizialmente attenzionata da circa sette soldati armati, che sono stati raggiunti poco dopo da due jeep ciascuna con parecchi altri, tra cui agenti di sesso femminile che presumibilmente hanno condotto una più vigorosa perquisizione. Internazionali presenti sono stati costretti a restare indietro e hanno avuto ordinato di non fotografare o filmare l’incidente.

Donna detenuto presso il posto di blocco Qeitun
I suoi quattro figli, di età circa 10, 8, 4 e 1, indugiavano preoccupati al cancello del posto di blocco, sperando di vedere la madre uscire indenne. Purtroppo questo non sarebbe successo, lei è stata poi accompagnata verso la vicina stazione di polizia dove può essere detenuta a tempo indeterminato. Come spiegazione per il suo arresto e il lasso di tempo della sua detenzione, un ufficiale israeliano ha affermato, “non siamo al di sopra della legge”, il che implica che essi stessi stavano osservando tutte le leggi nell’esercizio delle loro indagini contro di lei.

I bambini della donna arrestata aspettano al cancello del posto di blocco nella speranza di vedere il ritorno della madre
Dichiarazioni come questa offrono poco conforto ai suoi figli o ai residenti palestinesi di Hebron, che sono di gran lunga troppo consapevoli della politica israeliana contro i palestinesi arrestati e il doppio livello di trattamento in uso per i palestinesi e per gli israeliani. Mettendo da parte il modo umiliante in cui è stata trattata questa donna e il totale disprezzo per la sensibilità culturale per quanto riguarda la rimozione del suo hijab in pubblico (in cui l’occultamento di un coltello è quasi inconcepibile), agli occhi della legge, i palestinesi hanno diritti enormemente diminuiti rispetto ai coloni israeliani che occupano lo stesso spazio. In realtà, essi sono soggetti a due ordinamenti completamente diversi.
I palestinesi arrestati nella zona della West Bank sono, dopo interrogatorio intensivo, condannati e messi a giudizio nelle corti militari israeliane. Tuttavia, un israeliano arrestato per un reato identico, all’interno della stessa giurisdizione, viene condannato e messo a giudizio nei tribunali civili israeliani. Le differenze tra tribunali militari e di diritto civile sono enormi e sono progettati per legittimare politiche discriminatorie ed oppressive messe in atto contro i palestinesi in nome del mantenimento della “sicurezza” di Israele. Nel 2010 è stato rivelato che un enorme 97,4% dei palestinesi che viene giudicato nelle corti militari israeliane viene condannato per i crimini di cui sono accusati. A sopportare il peso di questo sistema di pregiudizi sono i giovani palestinesi, che, sotto la legge militare, possono essere detenuti inizialmente per un massimo di 6 mesi per i reati non molto rilevanti. Il più comune di questi è lancio di pietre, che porta con sé un potenziale di 20 anni di carcere. Qualsiasi palestinese in Cisgiordania, sotto la legge militare, viene immediatamente presunto colpevole – a meno che lui o lei possa riuscire a dimostrare il contrario -, mentre allo stesso tempo i coloni dagli insediamenti illegali in Cisgiordania sono presunti innocenti fino a prova contraria.
L’unica distinzione tra questi due popoli è l’etnia. Pertanto, il trattamento differenziale dei palestinesi da parte delle forze dell’ordine e dei sistemi giudiziari è fondamentalmente razzista. Questi sono fatti da cui Israele non può sfuggire, e per il quale la comunità internazionale deve esigere che Israele ne renda conto.