“Perché avevano bisogno di metterci a tacere.” Sahar Francis della ONG palestinese Addameer sulle designazioni di “terroristi” di Israele

14 aprile 2022 | Michael Omer-Man

https://dawnmena.org/why-they-needed-to-silence-us-sahar-francis-of-palestinian-ngo-addameer-on-israels-terrorist-designations

Nei quasi sei mesi trascorsi da quando ha dichiarato l’organizzazione “terroristica” insieme ad altre cinque ONG palestinesi, il governo israeliano non ha fatto alcun passo per bloccare Addameer, che sostiene i prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane. Questo non è certamente perché Israele non abbia i mezzi. Dopotutto, l’esercito israeliano ha fatto irruzione negli uffici di Addameer a Ramallah e sequestrato attrezzature e documenti tre volte negli ultimi anni, ma non lo ha fatto dall’autunno scorso.

Come è noto, Israele ha messo l’ex direttore dell’organizzazione, Khalida Jarrar, in detenzione amministrativa in numerose occasioni in passato, ma non ha tentato di arrestare, detenere o addirittura mettere in discussione la sua attuale leadership nonostante li abbia bollati come “terroristi”. Tutto ciò mette in evidenza l’assurdità di designare le ONG per i diritti umani come presunti gruppi terroristici senza prendere provvedimenti per fermare le loro attività o arrestare i loro leader.

Ma ciò non significa che le designazioni siano prive di conseguenze, come ha spiegato il direttore di Addameer, Sahar Francis, in una recente intervista a DAWN. In effetti, la decisione di Israele di utilizzare, o abusare, della legislazione antiterrorismo contro questi gruppi significa che loro e i loro dipendenti vivono nel costante timore di arresti, incursioni militari, divieti di viaggio e sanzioni da parte del sistema bancario, dei donatori internazionali e dei governi stranieri. Per il momento, Israele, e i governi occidentali che ha informato sulle designazioni di “terroristi”, non hanno intrapreso alcuna azione. Secondo numerosi rapporti, i diplomatici occidentali a cui sono stati mostrati due dossier israeliani segreti, presumibilmente contenenti prove contro i gruppi, li hanno liquidati come insufficienti e poco convincenti.

Fondata nel 1992, Addameer fornisce supporto ai palestinesi arrestati e imprigionati da Israele, in gran parte attraverso l’assistenza legale gratuita ma anche attraverso la difesa locale e internazionale. Ha presentato osservazioni alla Corte penale internazionale sulla deportazione da parte di Israele di prigionieri, compresi i minori, fuori dal territorio occupato per trattenerli in prigioni all’interno di Israele, contro il diritto internazionale.
Addameer si batte contro l’uso da parte di Israele della detenzione amministrativa, in cui quasi esclusivamente palestinesi sono detenuti senza accusa né processo, sottoposti a cattive condizioni di detenzione e, secondo quanto riferito, tortura.
Secondo gli ultimi dati disponibili, da marzo di quest’anno Israele detiene attualmente 490 palestinesi in detenzione amministrativa, di cui almeno tre giornalisti. Negli ultimi anni, numerosi palestinesi in detenzione amministrativa hanno intrapreso lunghi scioperi della fame per chiedere che Israele li accusasse di un crimine o li liberasse. In quasi tutti i casi, Israele ha scelto di rilasciarli.
Attualmente, questi detenuti palestinesi stanno boicottando i tribunali militari israeliani per protestare contro questa pratica segreta e irresponsabile che li lascia senza possibilità di difendersi. In alcuni casi i funzionari israeliani non dicono nemmeno ai detenuti di quali crimini li accusa il governo israeliano, altrimenti temono che possano commetterli.

Nella sua intervista Francis ha discusso di questi prigionieri palestinesi e ha spiegato perché, sebbene non sia rimasto sorpreso dalle designazioni terroristiche israeliane per Addameer e le altre ONG palestinesi, dovrebbe esserci una maggiore pressione internazionale su Israele “per la revoca totale di questa decisione”.

[Questa intervista è stata modificata per ragioni di lunghezza e chiarezza.]

“Siamo sotto attacco israeliano a causa del tipo di lavoro che stiamo facendo sul campo, perché stiamo riuscendo a proteggere e sostenere agricoltori, prigionieri, bambini, donne e tutti gli altri gruppi vulnerabili della società palestinese”. – Sahar Francis

Può spiegare cos’è la detenzione amministrativa e come la usa Israele?

La detenzione amministrativa è stata effettivamente presa dai regolamenti di sicurezza britannici del 1945 [nell’allora Mandato Palestinese]. Consente al governo militare di arrestare chiunque sulla base di informazioni segrete, da un mese a sei mesi. Israele ha successivamente modificato la legislazione e l’ha incorporata nel suo sistema legale, a livello nazionale nel diritto penale israeliano e nei territori occupati attraverso ordini militari. Così ora il comandante militare israeliano nei territori occupati, o il ministro della sicurezza israeliano all’interno dello stato possono emettere un ordine di detenzione amministrativa fino a sei mesi e possono rinnovarlo a tempo indeterminato. Può essere usato contro chiunque, donna, bambino o uomo, attivisti o leader politici studenteschi. Chiunque può essere sottoposto a detenzione amministrativa.

I detenuti amministrativi palestinesi stanno attualmente boicottando i tribunali militari israeliani. Da quanto tempo va avanti e c’è una richiesta collegata o è un boicottaggio a tempo indeterminato? Cosa lo ha portato?

Hanno iniziato a boicottare i tribunali militari il 1 gennaio 2022, ma ciò è avvenuto dopo un lungo periodo di scioperi della fame individuali contro la politica della detenzione amministrativa. I problemi principali sono il periodo indefinito che si può trascorrere in detenzione amministrativa ed il fatto che i detenuti ritengono che i tribunali militari non siano una vera fonte di controllo giudiziario e di ricorsi. Vedono nella maggior parte dei casi che la corte conferma gli ordini di [carcerazione amministrativa] come li ha emessi il comandante militare. Non hanno molti modi per combattere questa politica, quindi hanno deciso di boicottare congiuntamente l’intera procedura legale per inviare un messaggio contro l’uso della detenzione amministrativa.

Quanti palestinesi sono attualmente detenuti da Israele in detenzione amministrativa?

Circa 500, ma il numero cambia ogni giorno. Ultimamente stiamo assistendo a un aumento di nuovi ordini di detenzione amministrativa militare, ora questo strumento viene utilizzato anche all’interno dello stato di Israele. Ci sono stati alcuni casi nelle ultime due settimane in cui Israele ha emesso ordini di detenzione amministrativa, specialmente dopo gli attacchi dei militanti nelle città israeliane.

Può parlarmi del caso di Salah Hamouri, che lavora per la vostra organizzazione ed è attualmente in detenzione amministrativa israeliana?

Salah ha dovuto affrontare un lungo periodo di persecuzioni e molestie. Attualmente è in carcere da tre mesi, in detenzione amministrativa, e non è la prima volta. Dal 2011 è la terza volta che viene posto in detenzione amministrativa. È residente a Gerusalemme, oltre che cittadino francese, e la sua residenza è stata revocata dal ministro degli interni israeliano nell’ottobre 2021 con l’accusa di aver infranto la fedeltà verso lo stato, ancora una volta, sulla base di informazioni segrete. Salah ha anche dovuto affrontare restrizioni all’ingresso in Cisgiordania. Gli è stato proibito di rimanere nella sua città, Gerusalemme, per sei mesi. Sua moglie è stata deportata in Francia un paio di anni fa e ora sua moglie e i suoi due figli non possono fargli visita nel paese. Salah è stato anche preso di mira per la sorveglianza con lo spyware Pegasus. Ce ne siamo accorti quando abbiamo scoperto che altri sei colleghi delle organizzazioni palestinesi per i diritti umani designati erano stati presi di mira con Pegasus. Quindi Salah ha dovuto affrontare molestie e attacchi per diversi anni sulla base di informazioni segrete che affermano che è ancora politicamente attivo e una minaccia per la sicurezza.

“Siamo stati presi di mira per aver discusso più seriamente di crimini di guerra e crimini contro l’umanità, per il lavoro che stiamo facendo con la Corte penale internazionale e per aver messo in evidenza gli aspetti coloniali e di apartheid di Israele sul popolo palestinese”. – Sahar Francis

Ma non è stato condannato per un reato sulla base di queste informazioni?

Esattamente. Il primo caso in cui Salah è stato condannato risale a molto tempo fa. È stato condannato a sette anni ed è stato rilasciato con un accordo di scambio nel 2011 nel caso Gilad Shalit: aveva quasi finito tutti i suoi sette anni, gli restavano solo tre mesi di condanna. Da allora, non è mai stato condannato per un reato, ma solo posto in detenzione amministrativa. Ecco perché affermiamo che questa è persecuzione.

Israele classifica i prigionieri come “prigionieri criminali” o “prigionieri di sicurezza”, i palestinesi solitamente sono chiamati prigionieri di sicurezza. I palestinesi tendono a classificarli maggiormente come prigionieri politici. Come dovrebbe la comunità internazionale considerare la detenzione e l’incarcerazione di palestinesi da parte di Israele?

La politica di detenzione israeliana mira a controllare l’intera società palestinese. La maggior parte dei 5.000 palestinesi attualmente nelle carceri israeliane sono lì perchè coinvolti in attività politiche, in attività studentesche, perchè resistono pacificamente all’occupazione partecipando a manifestazioni contro il muro, contro gli insediamenti, per istigazione su Facebook e sui social media. Il modo in cui Israele cerca di ritrarre i prigionieri palestinesi – affermando che tutte queste persone sono coinvolte in attività militanti – non è affatto vero. Questo è il motivo per cui affermiamo che tutti questi prigionieri sono stati arrestati a causa del conflitto, perché criticavano e resistevano all’occupazione. Israele sta usando la prigionia per mantenere la sua occupazione e per promuovere le sue politiche di annessione. Ogni volta che attacchi un intero villaggio che resiste all’espansione di un insediamento, come sta accadendo a Beita, e arresti gli attivisti che stanno difendendo la loro terra e si oppongono all’espansione dell’insediamento, è molto chiaro che il tuo obiettivo è controllare questo villaggio e per consentire ai coloni di espandere il loro insediamento.

La sua organizzazione era una delle sei organizzazioni palestinesi della società civile e dei diritti umani che Israele ha designato come organizzazioni terroristiche senza presentare alcuna prova credibile. Cosa pensa che Israele stia cercando di ottenere con queste designazioni?

Le designazioni fanno parte di una lunga storia di molestie e campagne diffamatorie contro le organizzazioni della società civile palestinese, comprese queste sei organizzazioni. Non è qualcosa che è arrivato all’improvviso. Siamo sotto attacco israeliano a causa del tipo di lavoro che stiamo facendo sul campo, perché stiamo riuscendo a proteggere e sostenere agricoltori, prigionieri, bambini, donne e tutti gli altri gruppi vulnerabili della società palestinese. Siamo stati presi di mira perché stavamo stringendo buoni rapporti a livello internazionale in relazione a procedure e meccanismi speciali nelle Nazioni Unite. Siamo stati presi di mira per il nostro portare nuove narrazioni e discutere più seriamente di crimini di guerra e crimini contro l’umanità, per il lavoro che stiamo facendo con la Corte penale internazionale e perchè mettiamo in evidenza gli aspetti coloniali e di apartheid di Israele sul popolo palestinese, ed evidenziamo le cause profonde di questo conflitto. Ecco perché avevano bisogno di metterci a tacere, di prosciugare le nostre risorse e di attaccarci. Questo è ciò che stavano cercando di fare in questa lunga campagna diffamatoria negli ultimi dieci anni circa.

Quando hanno fallito in questi sforzi, hanno usato questo: quello che fingono sia un modo legale, ma che noi sosteniamo sia una manipolazione delle leggi antiterrorismo.
Questo è anche ciò che L’Alto Commissario ONU per i Diritti Umani [Michelle Bachelet] ha confermato al Consiglio per i diritti umani dell’ONU—che questa è una manipolazione e un uso improprio delle leggi antiterrorismo a livello internazionale. Crediamo che non riguarderà solo le sei organizzazioni; influenzerà l’intera società civile palestinese. Potrebbe anche essere preso da altri stati come un esempio di come attaccare le organizzazioni per i diritti umani e i difensori dei diritti umani sulla base di informazioni segrete.

E in che modo le designazioni hanno influenzato lei o il lavoro di Addameer finora? In che modo pensi che potrebbero influenzarla in futuro?

Naturalmente sta rendendo il nostro lavoro molto difficile. Sebbene possiamo aprire l’ufficio e continuare il nostro lavoro, siamo quotidianamente minacciati. In qualsiasi giorno, in qualsiasi momento, potremmo essere perquisiti, il nostro ufficio potrebbe essere chiuso e io e i miei colleghi potremmo essere arrestati, come Salah Hamouri, e perseguiti o posti in detenzione amministrativa. Possono andare in banca e confiscare i nostri soldi e sigillare i nostri conti. Possono imporre restrizioni ai movimenti, ai viaggi al di fuori del paese o persino limitare la nostra capacità di viaggiare [da] un’area a un’altra [all’interno del paese]. Ci sono molti modi in cui possono influenzare direttamente il nostro lavoro, ma finora l’unica cosa che dobbiamo affrontare è l’arresto del nostro collega Salah Hamouri. Ma ci aspettiamo che a causa della campagna internazionale [opponendosi alle designazioni] abbiano deciso di rendere il nostro caso di basso profilo. In futuro, forse prenderanno più misure. Questo è il motivo per cui è molto importante che a livello internazionale, organizzazioni e stati facciano più pressione su Israele per revocare totalmente questa decisione.

Non può essere tollerato che la parte israeliana decida di non revocarla, anche se inviano un messaggio che non stanno facendo ulteriori passi contro di noi. In tal caso, le banche oi donatori prenderanno essi stessi delle misure per non rischiare di collaborare con entità “illegali”, con gruppi “terroristi”.

Nella foto: Sahar Francis, direttore della ONG palestinese Addameer, durante una conferenza stampa presso gli uffici di al-Haq, un’altra ONG palestinese presa di mira anche da Israele, a Ramallah, 8 novembre 2021. (Foto di ABBAS MOMANI/AFP tramite Getty Images)

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