“I giubbotti della stampa non riusciranno a proteggerti”: i giornalisti raccontano gli attacchi dell’esercito israeliano

1 giugno 2022 | di Vera Sajrawi

https://www.972mag.com/palestinian-journalists-israeli-army-attacks/

Lacrimogeni sparati dall’esercito israeliano si abbattono sui giornalisti palestinesi durante la 27a protesta del venerdì della “Grande Marcia del Ritorno” vicino alla recinzione Gaza-Israele, Striscia di Gaza, 28 settembre 2018. (Mohammed Zaanoun/Activestills)

La prima volta che ho sperimentato la violenza delle forze israeliane come giornalista è stato poco dopo il mio ritorno dagli Stati Uniti nel 2014, dove avevo trascorso alcuni anni a studiare e lavorare nei media. Un regista di documentari mi ha chiesto di aiutarlo a seguire la protesta annuale del Nakba Day a Betlemme. A quel punto avevo già lavorato nella Cisgiordania occupata, ma mai a Betlemme, dove le forze israeliane sono note per l’uso eccessivo della forza a distanza ravvicinata. Ci sono frammenti di quel giorno che non solo ricordo ancora, ma mi sembra di rivivere anche a livello fisico, non importa quanta terapia faccia o quanto cerchi di guarire.

Ricordo il momento in cui i soldati israeliani hanno attaccato i giornalisti. Eravamo tutti ammassati in un angolo al lato dei soldati e dei manifestanti, vestiti con tutti gli indumenti protettivi. I nostri caschi e giubbotti erano chiaramente etichettati come “stampa”. Da questo, e dal fatto che tenevamo in mano telecamere e microfoni, non c’era modo di confondersi sul fatto che fossimo giornalisti. Né c’erano manifestanti vicino a noi.

Donne che passano accanto a un murale in onore della giornalista palestinese Shireen Abu Akleh a Gaza City, 12 maggio 2022. (Mohammed Zaanoun/Activestills)

Eppure, all’improvviso, i soldati ci hanno caricato, spingendoci e urlandoci di lasciare la scena. Prima ancora che avessimo la possibilità di muoverci hanno sparato granate assordanti e gas lacrimogeni. I suoni erano assordanti e l’aria bruciava. Mentre lottavo per indossare la maschera antigas, uno dei soldati si è avvicinato a me e mi ha urlato in faccia. Poi mi ha schiacciato tra il suo fucile e un muro vicino mentre mi urlava nell’orecchio di muovermi. Fortunatamente, il regista americano con cui mi trovavo è intervenuto e ha detto al soldato che saremmo andati via. Avevo ancora gli occhi chiusi e ricordo di aver pensato, come facevo da bambino, che se non avessi guardato i mostri (che, allora, erano immaginari e si nascondevano sotto il mio letto), non avrebbero potuto uccidermi. Non appena ho indossato la maschera antigas, ho visto i soldati spingere un altro giornalista. Non ha urlato o pianto come me, continuava ad abbracciare la sua macchina fotografica e ad alzarla in aria per proteggerla. Alla fine lo hanno trattenuto. È stata la prima volta che ho visto l’esercito trattenere un giornalista davanti ai miei occhi. Volevo salvarlo, andare a urlare ai soldati di lasciarci in pace, ma ero troppo terrorizzato per dire qualsiasi cosa.

Le forze israeliane attaccano, arrestano e talvolta uccidono regolarmente giornalisti palestinesi semplicemente per aver svolto il loro lavoro. Secondo l’Unione dei giornalisti palestinesi, dall’anno 2000 fino a 55 giornalisti palestinesi sono stati uccisi dalle forze israeliane.

Dall’inizio del 2022, il Centro palestinese per lo sviluppo e le libertà dei media (MADA) ha registrato 215 attacchi ai giornalisti palestinesi da parte delle forze israeliane. Nel frattempo, secondo la Palestine Prisoners’ Society, 15 giornalisti palestinesi si trovano attualmente nelle carceri israeliane, di cui uno in detenzione amministrativa.

Oltre ai traumi fisici che a volte affrontiamo, dobbiamo anche sopportare costantemente il trauma emotivo di testimoniare e documentare l’oppressione della nostra gente e dei nostri colleghi per mano delle forze occupanti. L’uccisione di Shireen Abu Akleh all’inizio di questo mese ha fatto riemergere quel trauma collettivo per tutti noi. Dopo l’uccisione di Shireen, la rivista +972 ha parlato con tre giornalisti della Striscia di Gaza e della Cisgiordania per far luce sulle loro esperienze di lavoro sul campo mentre erano sotto occupazione e assedio. Ecco le loro storie.

‘Mi sentivo come se un missile mi avesse colpito’

Mo’ath Amarnnih è un fotoreporter che fotografa da quando aveva 10 anni. Nel novembre 2019, mentre seguiva una protesta contro la confisca dei terreni a Khirbet Safa, poche miglia a nord di Hebron, Amarnìh è stato colpito al volto con un proiettile di gomma e ha perso l’occhio. “Quel giorno, la brutalizzazione è stata mostruosa”, dice a +972. “Non appena la gente ha iniziato a radunarsi, l’esercito ha iniziato a sparare dozzine di lacrimogeni. Poi c’è stato un momento di calma, ma il mio istinto mi ha detto che sarebbe successo qualcosa di peggio”. Amarnnih stava filmando da una posizione dietro un mucchio di terra che nascondeva la parte inferiore del suo corpo e indossava un giubbotto e un casco. “Pensavo che questo mi avrebbe protetto dai loro proiettili”, dice. Ma non era abbastanza. “Quando vieni colpito da un proiettile, non ne senti il suono”, dice Amarnnih. “Mi sono sentito come se un missile mi avesse colpito e la mia testa fosse stata spazzata via. Non capivo cosa mi stesse succedendo. Ero privo di sensi e per alcuni secondi tutta la mia vita è balenata davanti ai miei occhi. Non sapevo se fossi vivo o morto”.

Mo’ath Amarnnih, fotoreporter palestinese a cui i soldati israeliani hanno sparato in un occhio nel 2019, a casa sua con i suoi figli. (Per gentile concessione di Amarnìh)

Secondo Amarrih, l’esercito non ha fornito alcuna assistenza medica dopo che gli hanno sparato. Invece sono arrivati i soldati e gli hanno fatto delle foto, mentre gli aiuti sono arrivati da altri giornalisti presenti sul posto. Più tardi, quando il suo avvocato ha chiesto alla polizia i risultati delle loro indagini sull’incidente, gli hanno detto che l’esercito ha concluso che il proiettile non era il loro. “Fino ad oggi non riesco ancora a credere di essere sopravvissuto”, continua. “Vivo ancora con il proiettile in testa. Mi hanno sparato in un occhio, la parte più importante del mio corpo per il mio lavoro”. Per diversi anni dopo l’incidente, Amarrih non è stato fisicamente in grado di tornare a scattare fotografie. “Quando mettevo a fuoco l’occhio che vedeva sull’obiettivo della fotocamera, cadevo in buchi nel terreno”, dice. Ha anche avuto un blocco emotivo: “Ogni volta che guardavo nell’obiettivo, un flashback mi riportava al momento in cui mi hanno sparato”. Amarrih dice di aver ricevuto il supporto emotivo di cui aveva bisogno dopo l’incidente dalla sua famiglia e dai suoi colleghi, anche loro traumatizzati da ciò cui avevano assistito. Ma il trauma riaffiora ancora, come è accaduto dopo la recente uccisione di Shireen Abu Akleh. “Ho visto me stesso nella sua uccisione”, dice Amarnìh. “Non capivo che fosse il suo funerale, mi sentivo come se fossi stato portato nella sua bara. Pensavo mi stessero seppellendo”. Riflettendo, Amarnnih vede questo incidente come parte di uno schema. “Quando non ci sono scontri, l’esercito attacca i giornalisti”, dice. “Danno di matto, come se avessero visto il diavolo. A volte preferiamo non indossare giubbotti stampa, poiché non vogliamo che ci riconoscano e ci prendano di mira. Ci sopprimono perché le nostre foto dimostrano al mondo che sono un esercito criminale. Vogliamo che il mondo intero sappia quanto soffriamo per mostrare loro il quadro completo. Abbiamo bisogno di protezione internazionale. Vogliamo che il mondo ritenga Israele responsabile dei suoi attacchi contro di noi”.

“Li ho sentiti ridere, dicevano ‘l’ho preso”” 

Mohammad al-Azza è nato nel campo profughi di Aida vicino a Betlemme, dove vive oggi. Nel 2013 stava lavorando come direttore delle comunicazioni in un centro giovanile del campo, documentando la vita nel campo attraverso foto e video, quando ha sentito spari all’esterno. Ha subito preso in mano la sua macchina fotografica. “Ho visto un gruppo di soldati che sono scesi dalla loro base a 150 metri dall’ingresso dell’Aida”, racconta a +972. “Sono uscito sul balcone al secondo piano e ho iniziato a scattare foto. Ero solo.” 

Mentre i soldati continuavano ad avvicinarsi all’ingresso del campo hanno sparato gas lacrimogeni, bombe sonore e proiettili di gomma contro un gruppo di giovani palestinesi che stavano cercando di resistere al loro ingresso. Poi al-Azza ha visto il comandante dell’unità dell’esercito indicarlo mentre parlava al telefono. “Di solito, quando i militari fanno irruzione nel campo, mi urlano di lasciare la scena, mi maledicono o sparano granate assordanti e gas lacrimogeni verso di me”, dice. “Quel giorno, non mi hanno preso in giro. È stato strano, ma ho continuato a scattare foto, in particolare del comandante che ha passato del tempo a prendere la mira con il suo fucile e poi a sparare verso i bambini”. Ad un certo punto i soldati hanno urlato ad al-Azza di tornare a casa, così ha cominciato ad uscire dal balcone. Ma all’improvviso, con la coda dell’occhio, ha notato una scintilla di fuoco e si è accorto subito che proveniva dal fucile di uno dei soldati. Il proiettile rivestito di gomma ha colpito Mohammad in faccia, sulla guancia destra. “Ho urlato così forte”, dice.

Palestinesi feriti dalle forze israeliane, tra cui un giornalista, arrivano all’ospedale al-Najjar durante le proteste notturne vicino alla recinzione a est di Rafah, nel sud della Striscia di Gaza, il 24 ottobre 2018. (Abed Rahim Khatib/Flash90)

“Ho sentito i soldati e il comandante che ridevano, dicevano ‘l’ho preso.’ La mia faccia era coperta di sangue e l’amico che è venuto ad aiutarmi è andato fuori di testa quando l’ha visto”. Poiché l’esercito aveva bloccato il campo, l’ambulanza non è riuscita a raggiungere al-Azza. “Ho camminato con il mio amico, sanguinando pesantemente. I soldati ci hanno detto di fermarci, ma abbiamo continuato a camminare verso casa mia e hanno iniziato a spararci lacrimogeni”. Il vicino di Al-Azza lo ha portato in macchina in ospedale, usando una strada secondaria per evitare i soldati. “Tutte le ossa sul lato destro della mia faccia erano fratturate e il mio occhio è caduto perché le ossa che lo circondavano non lo reggevano più”, continua al-Azza. “Sono stato in sala operatoria per nove ore. Mi hanno preso le ossa dall’anca e me le hanno piantate in faccia, e hanno anche usato il platino al posto delle ossa facciali che erano state frantumate”. L’esercito ha accusato al-Azza di lanciare pietre contro i soldati e i media israeliani hanno ripetuto a pappagallo le affermazioni dell’esercito. Ma al-Azza aveva fotografato il comandante, così ha deciso di denunciarlo. “L’esercito ha iniziato a chiedere di me a ogni singola persona arrestata dal campo nel tentativo di accusarmi di qualcosa, per contrastare la mia causa”, dice.

Mohammad al-Azza, giornalista palestinese del campo profughi di Aida, che è stato colpito in faccia da soldati israeliani nel 2013 e successivamente molestato e minacciato dall’esercito. (Per gentile concessione di al-Azza)

Dopo aver trascorso due settimane ricoverato in due diversi ospedali e 10 ore in operazioni, ad al-Azza è stato permesso di tornare a casa e continuare a visitare i medici per ulteriori cure mediche. La prima notte dopo essere stato dimesso dall’ospedale, però, l’esercito ha fatto irruzione nella sua casa. Hanno sfondato la porta e distrutto tutto in casa, prima di minacciare sua madre: “Se non viene da noi, te lo riportiamo morto”. Al-Azza non era a casa quella notte, né è tornato a casa per diverse settimane per evitare l’esercito e continuare le sue cure mediche. “Continuavano a irrompere in casa nostra e a picchiare la mia famiglia”, dice. “Una volta hanno arrestato mio padre e mio fratello e mi hanno fatto chiamare per costituirmi, ma ho rifiutato”.

“Quando c’è una telecamera, vanno nel panico” 

Dopo due estenuanti mesi trascorsi lontano da casa, al-Azza ha deciso di tornare. L’esercito ha subito fatto irruzione nella sua casa. “Hanno iniziato a picchiarmi”, ricorda. “Li ho implorati di non colpirmi in faccia, ma mi hanno colpito deliberatamente sulla ferita. Il sangue è iniziato a colare lungo il collo e il petto. “Mi hanno portato al centro interrogatori di Etzion; Indossavo i pantaloncini e si sono rifiutati di farmi cambiare o mettere le scarpe, o di ricevere cure mediche”, continua al-Azza. Dopo quattro giorni di detenzione, l’esercito ha iniziato a interrogarlo e ha cercato di costringerlo a firmare una confessione, cosa che si è rifiutato di fare. Alla fine l’esercito ha portato al-Azza in un ospedale di Gerusalemme in modo che potesse essere visitato da un oculista. In poco tempo, tuttavia, si è reso conto del vero motivo per cui lo avevano portato lì: volevano il parere di un medico che contrastasse la causa di al-Azza, in cui affermava come la sua vista fosse stata danneggiata dalla ferita. “Continuavo a chiedere al dottore quali esami stesse facendo e lui non mi ha risposto”, spiega al-Azza. “Le forze israeliane erano presenti con noi nella stanza. Sono sicuro che avessero un accordo”. Successivamente, i soldati lo hanno riportato al centro di detenzione di Ofer dove ha trascorso altri 10 giorni prima di essere rilasciato su cauzione. Ha continuato a portare avanti la sua causa contro l’esercito.

Un poliziotto di frontiera israeliano ordina a un giornalista palestinese di lasciare la zona durante una protesta contro la chiusura di Shuhada Street ai palestinesi, nella città di Hebron, in Cisgiordania, il 21 febbraio 2014. (Oren Ziv/Activestills)

“Ogni mese per tre anni sono andato a Ofer per l’ennesima sessione del tribunale nel mio caso”, continua. “Le autorità israeliane mi hanno vietato di recarmi negli Stati Uniti per un intervento chirurgico di ricostruzione facciale e hanno continuato a cercare di costringermi ad abbandonare il caso, anche inventando una serie di accuse contro di me. Il mio caso è ancora all’Alta Corte. Non so dove sia oggi”. Come Amarnnih, al-Azza vede un modello nel modo in cui le forze israeliane prendono di mira i giornalisti palestinesi durante le proteste. “I soldati prendono sempre di mira i giornalisti prima con bombe [sonore e gas lacrimogeni] e ci urlano di andarcene in modo che possano operare liberamente”, dice. 

“Quando c’è una telecamera, vanno nel panico. Non vogliono che il mondo veda [cosa stanno facendo]”.

Quando gli chiedo perché continui a tornare sul campo nonostante il rischio di ferirsi o addirittura di morire, in quanto giornalista palestinese, risponde che è suo dovere continuare. “Gli israeliani sono preoccupati per la loro immagine, quindi cercano di impedire ai palestinesi di documentare i loro crimini”, dice. “Vogliono decidere la narrazione e apparire potenti e umani, quando in realtà è l’esatto opposto. “L’esercito ha fatto irruzione nel mio campo profughi ogni giorno e ha confiscato i miei filmati, e una volta ha rotto la mia macchina fotografica”, continua. “Ma non avrei mai pensato che sarei stato preso di mira deliberatamente, forse solo ferito per errore. Sono stato molto fortunato a sopravvivere, perché sparandomi in faccia intendevano uccidermi. Ma non ho paura, anzi, mi sento come se non avessi niente da perdere”.

 

“La mia vita sarebbe potuta finire in pochi secondi” 

Youmna al-Sayed lavora come corrispondente in lingua inglese di Al Jazeera nella Striscia di Gaza assediata. È originaria dell’Egitto ed è nata in Sud Africa, dove ha trascorso gran parte della sua vita prima di sposare un palestinese di Gaza e trasferirsi con lui nella striscia. Hanno quattro figli di età compresa tra i quattro e gli undici anni. Al-Sayed si era già abituata ai soldati israeliani che sparavano granate assordanti – e spesso fuoco vivo – contro i giornalisti mentre seguivano le manifestazioni presso la recinzione Israele-Gaza, in particolare durante la Grande Marcia del Ritorno. Ma gli eventi del maggio 2021, e in particolare gli attacchi aerei di Israele sulla striscia durante quel mese, erano al di là di qualsiasi cosa potesse immaginare. Durante quei giorni, dice a +972, “nessun posto era sicuro”.Ricorda che era seduta nella sua macchina quando le forze israeliane hanno bombardato un altro veicolo a pochi metri di distanza. “La mia vita sarebbe potuta finire in pochi secondi”, dice al-Sayed. “La nostra auto ha colpito il marciapiede a causa dell’impatto del missile e ho riportato dei lividi per aver colpito la testa sul cruscotto. Non ho sentito alcun dolore perché ero troppo scioccata per capire cosa fosse appena successo. L’autista mi ha parlato e ha iniziato a scuotermi, ma non riuscivo a sentire la sua voce. Mi sentivo come se potessi vedere i miei figli davanti ai miei occhi”.

Youmna al-Sayed, giornalista egiziana e corrispondente inglese di Al Jazeera a Gaza, ferita da un attacco aereo israeliano nel maggio 2021. (Per gentile concessione di al-Sayed)

Poco dopo i paramedici sono arrivati sul posto e al-Sayed si è ritrovata nell’ospedale di Al-Shifa, un luogo che conosceva bene per averne spesso riportato notizie, ma dove ora era una paziente. “Ho continuato dopo quell’incidente, ma mentirei se dicessi che non provo ancora le stesse sensazioni di shock da quel giorno fino ad oggi”. Per prepararsi a qualsiasi possibilità di violenza, al-Sayed afferma che lei e i suoi colleghi si assicurano di indossare indumenti protettivi ogni volta che denunciano, anche se ciò non aiuta molto di fronte ai bombardamenti israeliani. “Proviamo a fare tutto il possibile per mostrare chi siamo e perché non dovremmo essere presi di mira. Ma i giornalisti possono essere presi di mira in qualsiasi momento, ovunque, con giubbotti e caschi della stampa: niente di tutto ciò ti terrà al sicuro. Non importa se non sei palestinese: se sei un giornalista che segue Gaza, sei un possibile bersaglio”. La soluzione, crede, è ritenere Israele responsabile dei suoi crimini contro i giornalisti “che sono solo messaggeri, proprio come farebbe la comunità internazionale con qualsiasi [altro] paese che prende di mira i giornalisti. Solo allora Israele sarà dissuaso”.

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