La liberazione palestinese in un’epoca di genocidio e guerra imperialista.

La guerra in corso deve essere affrontata come parte di una lotta più ampia per il futuro della regione, in cui la Palestina rimane centrale. (Grafica: Palestine Chronicle)

Palestinian Liberation in a Time of Genocide and Imperial War – Palestine Chronicle

 

La generazione più giovane, in particolare quella più istruita e impegnata, dovrà affrontare questi interrogativi, queste sfide e individuare le strategie di organizzazione e resistenza più efficaci.

È ancora rilevante, in un’epoca di genocidio, pensare in termini di soluzione politica? Immaginare e lavorare per un futuro decolonizzato in Palestina, sotto forma di un unico Stato democratico? Si tratta ormai di un lusso concettuale o di un imperativo politico, un atto di resistenza in sé? O le soluzioni politiche dovrebbero essere rimandate al periodo successivo alla liberazione totale? O dovremmo semplicemente unirci attorno a un discorso o a una traiettoria basati sui diritti, riattivando la struttura dell’apartheid?

Quanto alla dolorosa e esistenziale questione di uno Stato democratico in cui tutti possano vivere in uguaglianza, essa è riemersa con forza nel contesto del genocidio sionista in corso a Gaza, sostenuto dall’Occidente. Questa domanda viene posta da diverse componenti del popolo palestinese: è moralmente e praticamente possibile immaginare una coesistenza con una società genocida all’interno di un quadro politico libero e condiviso?

Devo ammettere che anch’io, da sempre sostenitore di una soluzione democratica a uno Stato unico fin dai primi anni Ottanta – dal movimento Abnaa al-Balad (con sede nei territori occupati nel 1948, ovvero Israele) alla Campagna per uno Stato Democratico, di cui sono stato co-fondatore e che ha attraversato diverse aree geografiche – ho subito una battuta d’arresto di fronte allo shock del genocidio. Insieme ad altri colleghi, mi sono chiesto se avesse ancora senso continuare questa lotta.

Eppure, dopo aver riflettuto, molti di noi restano convinti che non si tratti semplicemente di una soluzione politica, ma di un percorso unificante: un processo di lotta a lungo termine e di resistenza civile dal basso. Questa convinzione è stata ulteriormente rafforzata dalla crescente aggressione imperialista nella regione, in particolare contro l’Iran e il Libano. Questo articolo non si propone di affrontare l’idea solo a livello teorico, ma di difenderla come missione pratica e atto di resistenza.

L’obiettivo centrale della guerra contro l’Iran è la Palestina.

L’attuale fase di distruzione che si sta consumando a Gaza, l’accelerazione dell’annessione violenta della Cisgiordania, la devastazione in Libano e l’allargamento del confronto regionale – in particolare la guerra imperialista ed espansionistica contro l’Iran – non rappresentano crisi separate o scollegate. Sono componenti di un unico momento storico: un tentativo coordinato di liquidare in modo decisivo la questione palestinese e precludere la possibilità di autodeterminazione palestinese.

Contrariamente a quanto si afferma, ovvero che la Palestina sia stata messa da parte in mezzo a conflitti geopolitici più ampi, ciò a cui stiamo assistendo è una deliberata ridefinizione della lotta palestinese. L’asse americano-israeliano non si limita a condurre una guerra a Gaza o a confrontarsi con l’Iran come un avversario isolato; sta perseguendo una strategia regionale globale volta a ristrutturare il Medio Oriente. Questa strategia mira a consolidare l’egemonia coloniale israeliana, ad accelerare la normalizzazione dei rapporti con regimi arabi asserviti e dittatoriali e a neutralizzare tutte le forze in grado di sfidare questo colonialismo. Alla base di tutto c’è un obiettivo chiaro: trasformare la Palestina da questione centrale della decolonizzazione in una questione umanitaria marginale, gestibile, frammentata e, in ultima analisi, dissolta.

La guerra contro il popolo palestinese è una guerra globale, come lo è sempre stata. I vecchi imperi capitalisti occidentali hanno creato la tragedia palestinese impiantando una colonia europea nel cuore del mondo arabo, nel contesto dell’espansione coloniale e della ricerca di risorse e mercati. Purtroppo, l’Occidente imperialista continua a sostenere il regime genocida sionista e a negare i legittimi diritti nazionali del popolo palestinese. Per questo motivo la causa palestinese è diventata più che mai globale e ha di conseguenza innescato la nascita del più grande movimento di solidarietà globale per la Palestina nella storia, all’interno dei paesi occidentali.

In questo contesto, la guerra contro l’Iran non deve essere intesa come un lontano confronto geopolitico, ma come una dimensione integrante della lotta per la Palestina. Il suo esito influenzerà significativamente gli equilibri di potere regionali e, di conseguenza, gli orizzonti a disposizione del movimento di liberazione palestinese. Un Iran indebolito probabilmente incoraggerebbe l’espansionismo israeliano, approfondirebbe la normalizzazione dei rapporti e intensificherebbe la repressione contro i palestinesi. Al contrario, il fallimento di questo progetto imperiale potrebbe sconvolgere le strutture di potere esistenti e aprire nuove possibilità di liberazione, sia per i palestinesi che per i popoli di tutta la regione e oltre. Molti analisti strategici sostengono che questa alleanza sia sempre più in crisi su più fronti a causa di gravi errori di valutazione e della resilienza delle forze avversarie. Tuttavia, come finirà questo scontro – e quanto durerà – resta un’incognita. Vale la pena notare che le forze che aspirano a un ordine mondiale più giusto e i popoli che lottano per la libertà dal colonialismo, dalle guerre imperialiste, dallo sfruttamento estremo e dalla povertà, desiderano ardentemente la sconfitta degli aggressori. Le lotte intersezionali si sono rafforzate, poiché tutte ruotano attorno alla giustizia per gli oppressi e gli sfruttati.

Eppure, la dimensione esterna, per quanto decisiva, non può sostituire il confronto con la crisi interna del progetto politico palestinese. Oggi, i palestinesi non si trovano ad affrontare solo il genocidio e lo sfollamento; si confrontano anche con una profonda frammentazione all’interno del loro movimento nazionale e con una mancanza di chiarezza strategica. Gli sforzi compiuti negli ultimi due decenni per riformare il sistema politico palestinese, per estromettere l’Autorità Palestinese dal ruolo di subappaltatore coloniale e per formare una nuova leadership con una visione chiara non hanno raggiunto i loro obiettivi. Il palestinese medio continua a chiedersi: chi è in grado di tradurre la leggendaria fermezza del popolo – soprattutto a Gaza – e il crescente isolamento internazionale di Israele in un risultato politico significativo?

Tra strategia anti-apartheid e visione di un unico Stato

Al centro di questa crisi si cela un dibattito irrisolto tra le élite palestinesi e gli attori politici: quale percorso potrebbe contribuire a ristrutturare e unificare il movimento nazionale palestinese e guidare la lotta per la liberazione alla luce del crollo dell’illusione dei due Stati, della guerra genocida a Gaza, dell’accelerazione dell’annessione della Cisgiordania, della crescente oppressione dei palestinesi in Israele e dell’espansione della guerra imperialista nella regione?

Esistono diversi approcci, ma due sono diventati dominanti.

Il primo inquadra la lotta palestinese all’interno di un paradigma anti-apartheid, enfatizzando l’uguaglianza dei diritti all’interno di una struttura politica riformata, spesso senza risolvere completamente la questione della sovranità o della decolonizzazione. In sostanza, si tratta più di una strategia di resistenza che di una soluzione globale. Tuttavia, questo approccio ha guadagnato terreno negli ambienti internazionali di advocacy, in particolare attraverso il linguaggio dei diritti umani e della responsabilità legale. È anche l’area di maggiore consenso tra i palestinesi, il che gli conferisce importanza pratica data la persistente crisi di rappresentanza. Tuttavia, rischia di ridurre la lotta palestinese a una questione di diritti civili all’interno di una realtà coloniale di insediamento ancora in atto. Ciò non sminuisce il ruolo cruciale che il movimento BDS ha svolto nella lotta civile per smascherare lo stato di apartheid e isolarlo. Si è dimostrato una strategia efficace a livello globale.

All’interno di questo schieramento, che si stringe attorno a un unico slogan condiviso – “Abbasso l’apartheid” – non esiste ancora una visione politica unitaria, il che, secondo molti, rappresenta un punto di forza piuttosto che una debolezza. Le posizioni spaziano dal sostegno a una soluzione a due Stati, a un unico Stato, fino ad appelli alla liberazione totale senza specificare un quadro politico definitivo. In particolare, intellettuali di spicco associati al movimento BDS, come Omar Barghouti, Haidar Eid, Ali Abunimah e Ramzy Baroud, hanno scritto ampiamente a sostegno di una soluzione democratica a un unico Stato, pur presentando queste posizioni come opinioni personali e non come linea ufficiale del movimento.

Il secondo approccio promuove la visione di una soluzione democratica a un unico Stato in tutta la Palestina storica. Questa prospettiva interpreta il conflitto come un classico caso di colonialismo di insediamento, da cui è emerso l’apartheid, e insiste su un processo globale di decolonizzazione: smantellamento delle strutture sioniste, possibilità di ritorno dei rifugiati e ricostruzione della comunità politica sulla base dell’uguaglianza, della giustizia e della cittadinanza condivisa. Non si tratta semplicemente di una proposta costituzionale, ma di un progetto trasformativo che ridefinisce la natura dell’ordine politico.

Quest’idea non è nuova. Era al centro del movimento di liberazione palestinese negli anni ’60 e nei primi anni ’70, prima di essere oscurata dall’illusione di spartizione promossa dagli accordi di Oslo. Oggi, la storia sembra aver compiuto un giro completo. Il crollo del modello dei due Stati, a lungo sostenuto come finzione diplomatica, ha riaperto la questione della vera natura del conflitto, inteso come colonialismo di insediamento, e con essa, l’orizzonte della piena liberazione in un unico Stato democratico che si estenda dal fiume al mare.

Storicamente, questa visione non è stata divisiva, bensì unificante. Ha fornito un quadro politico comune per i palestinesi di ogni provenienza geografica, compresi coloro che sono rimasti entro i confini del 1948, i cui diritti nazionali e civili sono esclusi dagli attori regionali e internazionali tradizionali. Oggi, tuttavia, i suoi sostenitori si trovano di fronte a una sfida cruciale: trasformare quest’idea in una forza politica organizzata e radicata nel territorio. Sono in corso iniziative per rispondere a questa sfida. In questo contesto, iniziative come la Campagna per uno Stato Democratico Unico (ODSC) e la nuova Iniziativa per uno Stato Democratico Unico (ODSI) si adoperano per costruire un’ampia coalizione che includa palestinesi, israeliani anticolonialisti e alleati internazionali.

La tensione tra questi approcci non è meramente teorica, ma riflette interrogativi più profondi sul significato stesso della liberazione. L’obiettivo è riformare un sistema ingiusto o smantellarlo e sostituirlo? La lotta riguarda i diritti all’interno delle strutture esistenti o la ridefinizione dei fondamenti politici e morali del territorio? A mio avviso, questi due approcci potrebbero funzionare come una coalizione complementare, anziché scontrarsi. Tuttavia, un’altra sfida per i gruppi che auspicano un unico Stato è l’emergere di una corrente di élite e attivisti promettenti – principalmente provenienti dalla giovane generazione palestinese in Occidente – che sostengono lo slogan della liberazione totale senza specificare una soluzione politica. Non si tratta di una corrente organizzata e potrebbe rappresentare un ostacolo alla costruzione di una visione di liberazione unitaria e chiara, nonché di un movimento di base con un programma politico definito, in linea con i valori universali di liberazione, giustizia e uguaglianza abbracciati dal crescente movimento di solidarietà globale.

Questi dibattiti sono diventati ancora più urgenti alla luce del genocidio in corso a Gaza e dell’espansione della violenza imperialista nella regione. In un momento del genere, sorge una domanda dolorosa: possono i palestinesi parlare in modo significativo di un futuro democratico condiviso con coloro che perpetrano una violenza genocida contro di loro?

Questa domanda non può essere ignorata. Riflette una profonda frattura morale. Per molti, la portata della violenza e della disumanizzazione perpetrate da sionisti e americani rende l’idea di coesistenza non solo lontana, ma inimmaginabile.

Eppure, abbandonare la questione comporta dei pericoli. Rinunciare a una visione politica significa accettare le condizioni imposte dal potere dominante. Senza un orizzonte chiaro, la lotta rischia di ridursi a una resistenza reattiva, a sforzi frammentati o ad appelli umanitari. Anche la resistenza più eroica può essere contenuta o neutralizzata senza un obiettivo politico definito.

Per questo motivo, la visione democratica di un unico Stato deve essere riarticolata, non come una soluzione immediata o un ingenuo appello alla coesistenza, ma come un orizzonte strategico a lungo termine. La sua importanza non risiede nella fattibilità a breve termine, ma nella sua capacità di ancorare la lotta a un quadro coerente di decolonizzazione, giustizia e uguaglianza.

La chiarezza non è un lusso, è una necessità.

Questo progetto deve essere inteso come un processo multidimensionale: smantellare le strutture coloniali di insediamento, contrastare l’ideologia sionista, favorire il ritorno dei rifugiati e costruire istituzioni democratiche inclusive. Deve inoltre distinguersi chiaramente sia dall’attuale sistema sionista sia dai modelli autoritari del mondo arabo. L’obiettivo non è semplicemente un unico Stato, ma uno Stato autenticamente democratico, fondato sull’uguaglianza, la diversità e la responsabilità. Questo Stato dovrebbe far parte di un mondo arabo liberato e democratico.

In ogni scenario, il principio di democrazia rimane non negoziabile. Rifiutiamo la continuazione di un regime coloniale razzista. Rifiutiamo i modelli politici basati sulla corruzione o sulla dipendenza. E rifiutiamo i sistemi autoritari che opprimono le proprie popolazioni.

Allo stesso tempo, la ricostruzione del movimento nazionale palestinese è essenziale. L’assenza di una leadership unificata e rappresentativa rimane un ostacolo fondamentale. Ciò richiede non solo una riforma istituzionale, ma anche un ripensamento delle priorità, l’inclusione degli attori locali e della diaspora e lo sviluppo di un rinnovato programma di liberazione. In questo contesto, la visione di un unico Stato può fungere da quadro unificante.

Una chiara visione politica non distrae dai compiti immediati, bensì ne è la condizione per il successo. Storicamente, i movimenti di liberazione si sono basati su obiettivi ben definiti per mobilitare il sostegno e sostenere la lotta.

Oggi, i palestinesi si trovano ad affrontare molteplici sfide simultanee: resistere alla continua violenza genocida, affrontare una catastrofe umanitaria, ricostruire le strutture politiche e articolare una visione a lungo termine. Questi non sono compiti separati, ma interconnessi.

La dimensione regionale aggiunge ulteriore complessità. L’esito del confronto con l’Iran plasmerà il contesto più ampio. Ma a prescindere da tale esito, la domanda fondamentale rimane: per quale futuro politico stanno combattendo i palestinesi?

Questa risposta non può essere rimandata. Il progetto di un unico Stato democratico deve essere affermato come una visione guidata dai palestinesi, radicata nell’esperienza storica e nell’aspirazione collettiva. La sua forza risiede nel fornire direzione e coerenza.

In un’epoca di genocidio e guerra, questo può sembrare lontano. Eppure, i momenti di crisi contengono anche i semi della trasformazione. La sfida è garantire che, al termine di questa fase, i palestinesi non si trovino privi di una visione, di una strategia o di un orizzonte politico.

La lotta per la Palestina non è mai stata solo una questione di sopravvivenza. Riguarda un futuro per cui vale la pena combattere. Insistere nell’immaginare una Palestina libera e democratica non è una questione teorica, è un atto di resistenza.

n conclusione, abbracciare una soluzione a uno Stato non significa che tutte le questioni relative a come raggiungere tale obiettivo e a come sarà esattamente questo futuro siano risolte. Alcune di queste questioni, siano esse di vecchia data o di nuova emersione, saranno plasmate dalle dinamiche in continua evoluzione del conflitto coloniale, della resistenza e delle lotte interne palestinesi.

La generazione più giovane, in particolare i più istruiti e impegnati, dovrà affrontare queste domande, queste sfide e le strategie di organizzazione e resistenza più efficaci. Nel frattempo, il contributo principale delle attuali iniziative ODS è quello di gettare le basi per la fase successiva.

Awad Abdelfattah è uno scrittore politico ed ex segretario generale del partito Balad. È il coordinatore della campagna “Uno Stato Democratico”, con sede ad Haifa, fondata alla fine del 2017.

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