8 marzo 2022 | Neta Golan
https://www.972mag.com/israeli-refuse-court-arrest/
In quanto israeliana, mi ci sono voluti anni per disimparare il sionismo. Ora, la mia solidarietà con i prigionieri palestinesi mi costringe a rifiutare una citazione in tribunale.

Neta Golan arrestata dalle forze israeliane durante una protesta a Turmus Ayya, Cisgiordania occupata, 19 dicembre 2014. (Per gentile concessione di Neta Golan)
Il 21 febbraio sono andata da casa mia nella Città Vecchia di Nablus, nella Cisgiordania occupata, in un negozio del centro, per inviare via fax una lettera alla Corte del Magistrato di Ashdod. Ero stata convocata lì dopo essere stata arrestata nel gennaio 2020 durante una protesta contro l’assedio di Gaza. Nella mia lettera, ho annunciato che non avevo intenzione di comparire all’udienza, in solidarietà con i detenuti amministrativi palestinesi che sono in sciopero dal 1 gennaio, e stanno boicottando il sistema giudiziario militare per protestare contro la pratica abusiva della detenzione amministrativa.
Il proprietario del negozio, che non aveva idea del contenuto della lettera, ha rifiutato di prendere i miei soldi. Poiché vivo nelle comunità palestinesi da 22 anni, mi sono quasi abituata a questi gesti quotidiani di cortesia e generosità. Sono solo un’espressione di una rete di sicurezza invisibile che ho imparato a conoscere e da cui dipendo. Ogni società ha i suoi problemi, ma mi sento incredibilmente fortunata ad avere l’onore di vivere con i palestinesi.
Ma non è stato sempre così. Cresciuta a Tel Aviv in una famiglia di ebrei ashkenaziti, la narrazione che ho sentito era che noi israeliani eravamo moralmente superiori agli “arabi”. Mio padre ci diceva di tenere d’occhio borse e tasche ogni volta che entravamo in un’area palestinese. Mia nonna ci avvertiva che “un arabo ti abbraccerà con una mano e ti pugnalerà alle spalle con un’altra” e ci diceva quando sedevamo a tavola che “l’unico buon arabo è un arabo morto”. Continue reading








