Soldati israeliani dipendenti al senso di potere sui palestinesi

16 Gennaio 2014 / Fonte: The Electronic Intifada, Adri Nieuwhof

L’esercito israeliano insegna ai suoi soldati a non pensare alle
conseguenze del proprio comportamento nei confronti dei palestinesi,
afferma un libro appena pubblicato.
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In “Soldiering Under Occupation” (Berghahn books), Erella Grassiani
analizza le confessioni di soldati israeliani raccolte da Breaking The
Silence, un gruppo che denuncia il comportamento dei soldati israeliani, e
altre interviste condotte dall’autrice stessa.

Grassiani, che insegna all’Università di Amsterdam, crede che nella
maggioranza dei casi i soldati si rendano conto che le loro attività nella
West Bank e nella Striscia di Gaza provocano danni ai palestinesi. Eppure,
di fronte a questa constatazione, la maggioranza dei soldati non fa nulla
e non tenta di cambiare la situazione.

– Noia

La gioventù israeliana viene cresciuta in un ambiente in cui il servizio
militare di combattimento viene idealizzato. Fare la guardia ad un
checkpoint è difficile da conciliare con l’esperienza di un soldato
allenato per diventare un combattente che difende lo stato.

Il compito di sorveglianza ad un checkpoint viene spesso descritto come
noioso e con termini quali lavoro “nero” e “sporco”. I soldati descrivono
le lunghe ore e la natura monotona del loro lavoro. Questo lavoro mette a
dura prova la pazienza dei soldati, influenzando negativamente il morale e
la motivazione dei soldati e il loro comportamento nei confronti dei
palestinesi.

I soldati spesso si annoiano anche quando devono fare delle ronde. Per
far passare il tempo svolgono perquisizioni a caso su gente che non
rappresenta nessuna minaccia.

Anche se implicano più azione, pure gli arresti notturni diventano una
routine, osserva un comandante paracadutista. Questa routine contribuisce
ad un processo di perdita di sensibilità, che nella mente del soldato
normalizza le molestie e l’aggressione.

E’ inquietante leggere di come i soldati si entusiasmano quando delle
operazioni militari spezzano la routine. Un comandante militare si ricorda
di come “tutti sono eccitati, pazzi” non appena viene lanciata una
chiamata all’azione.

Durante le numerose incursioni nelle città palestinesi nella West Bank
occupata durante l’operazione Scudo Difensivo nel 2002, i soldati si sono
sentiti come dei “veri” combattenti che dovevano difendere il proprio
paese con le loro armi.

Molti soldati non sono riusciti a operare una distinzione tra le emozioni
collegate agli attacchi suicidi dei “palestinesi” e lo svolgimento del
proprio lavoro, afferma un comandante che era di stanza a Jenin. Come
risultato, molti di essi hanno sfogato i propri sentimenti di vendetta su
dei civili palestinesi.

– “Posso fare qualsiasi cosa”

Ai checkpoint, l’esercito detiene il potere diretto sui palestinesi,
rappresentato dalle armi, dai vestiti e dal comportamento dei soldati.

I soldati operano in un sistema caratterizzato da un grado elevato di
potere strutturale in cui i superiori diramano ordini e punizioni. I
giovani soldati interiorizzano i sentimenti di dominazione e potere.

Quando un palestinese contesta questo potere iniziando a discutere o non
ascoltando, si arriva facilmente ad un abuso di potere e a una reazione
molto dura. La “punizione correttiva” viene spesso usata per dimostrare
chi comanda. In violazione dei regolamenti militari, ma con il consenso
dei propri superiori, spesso i soldati lasciano i palestinesi ad
“asciugare” – a volte bendati, ammanettati – sotto il sole cocente.

Un soldato di guardia ad un checkpoint con vergogna racconta di come
godeva della sensazione di potere e pensa che era diventato “dipendente al
controllo sulle persone. Le persone fanno quello che dici loro di fare.
Sai che lo fanno perché hai in mano un’ arma”, si rende conto.

“Dio, posso fare qualsiasi cosa. E’ terribile, ti dico che ho veramente
provato a fare in modo che non succedesse… questo potere, il soldato lo
sente,” afferma un ufficiale dei paracadutisti israeliani.

– Indifferenti al dolore

In generale, i soldati nutrono sentimenti negativi nei confronti dei
palestinesi, dal momento che vengono visti come un gruppo ostile. La
distanza fisica può aumentare l’indifferenza del soldato nei confronti
dell’ “altro.”

I checkpoint come quello di Qalandiya – tra Gerusalemme e Ramallah –
aumentano la distanza perché il vetro antiproiettili molto spesso che
separa il soldato dai palestinesi rende la conversazione impossibile e
blocca il contatto visivo.

Attraverso il megafono o il citofono, i soldati ripetono i loro ordini e
le loro domande monotone come “documenti”, “permesso”, “dove stai
andando?” e “da dove arrivi?”.

La situazione porta ad un’ulteriore spersonalizzazione dei palestinesi.
Vengono percepiti come una massa di “arabi” o “palestinesi” o attraverso
categorie quali “l’uomo vecchio” o “la donna incinta”.

L’intorpidimento morale si aggiunge all’indifferenza del soldato nei
confronti della sofferenza dei palestinesi o del modo in cui vengono
trattati. I soldati non riconoscono che la situazione che si trovano
davanti è moralmente problematica.

L’incapacità di provare empatia può facilmente portare a comportamenti
aggressivi e immorali verso i palestinesi e i loro averi. Ad esempio, dei
soldati annoiati per essere rimasti appostati per giorni in veicoli
corazzati nella Striscia di Gaza hanno iniziato a sparare contro dei
riscaldamenti solari per l’acqua. E’ inquietante il fatto che il
comandante abbia affermato di comprendere il motivo per cui i suoi soldati
si siano sfogati contro quegli impianti.

– Smettere di pensare

I soldati e i comandanti si distaccano dalla propria esperienza e
consciamente smettono di pensare ad essa. Quando parlano di questo
processo, dicono di entrare in “rosh katan” (testa piccola).

In questo stato mentale, i soldati si pongono poche domande su quello che
stanno facendo. Fanno unicamente quello che gli viene richiesto, senza
considerare il contesto nelle quali si svolgono le loro azioni. E’ un modo
per eludere una presa di responsabilità.

Sembra che anche l’esercito israeliano sia interessato ad avere soldati
che seguano gli ordini che gli vengono impartiti senza porre troppe
domande. Dei soldati che si pongono delle domande a proposito delle
proprie azioni e che sviluppano delle opinioni proprie sarebbero meno
inclini a seguire semplicemente gli ordini. Potrebbero causare dei
problemi operazionali.

“Sì è sì, no è no. Questo è l’esercito, l’unico che può pensare è il
comandante. Ai soldati non viene lasciato nessuno spazio per pensare e
questo previene i “se” e i “forse”. In questo modo siamo più sicuri,” dice
un soldato.

“Nell’esercito ti dicono di non pensare, qualsiasi cosa ti dicano, tu la
fai”, spiega un altro soldato.

Quando i soldati bloccano il proprio pensiero, si verifica un aumento
delle probabilità di comportamenti problematici e si limita la riflessione
sulle conseguenze delle loro azioni. Se si ferma il pensiero, uno non può
agire in modo morale.

– Mele marce?

Secondo Grassiani il comportamento immorale ed illegale delle forze
israeliane è un “prodotto diretto delle linee politiche militari e
politiche dell’occupazione.”

“Esiste una chiara e potente correlazione tra quanto tempo servi
nell’esercito nei territori [occupati] e quanto diventi fottuto nella
testa,” dice un soldato. Nei primi sei mesi di servizio nella West Bank
occupata, i soldati devono svolgere compiti di guardia e diventano “sempre
più acidi e arrabbiati.”

Quando la violenza e le angherie dei soldati contro i palestinesi vengono
esposte sui media, l’esercito israeliano e l’establishment politico da la
colpa ai soldati, definendoli delle “mele marce”. Ma il discorso delle
“mele marce” viene usato per aiutare le forze israeliane a tenere alta la
sua immagine morale e a salvare l’immagine dello stato.

Grassiani avverte che il rifiuto dei comandanti dell’esercito israeliano e
dei politici di assumersi le responsabilità per il proprio ruolo nelle
violazioni dei diritti dei palestinesi spiana la via a violazioni ancora
più gravi.

Fonte:
http://electronicintifada.net/blogs/adri-nieuwhof/israeli-soldiers-get-addicted-power-over-palestinians-says-new-book

Informazioni sul libro:
http://www.berghahnbooks.com/title.php?rowtag=GrassianiSoldiering

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