Ciao friends and compas continuo a mandare i miei report dalla Palestina occupata. Prima di tutto un’ errata corrige: il paese dove siamo andati a piantare gli ulivi non e’ Burin ma Qusin a questo link trovate il report in Inglese della giornata, nella foto piu’ in basso potete vedere il piccoletto che tiene testa ai Border Police http://palsolidarity.org/2013/04/qusin-villagers-prevented-from-planting-olive-trees-on-their-land-by-israeli-army/
Sicuramente ognuno di voi ha sentito la storia che gli israeliani sono arrivati nel ’48 in un deserto e lo hanno trasformato in un giardino. Tanto per cominciare in Cisgiordania di deserto non se ne trova neppure un metro quadrato. La regione assomiglia alla mia Liguria, appena un po’ piu’ arida: colline coperte di ulivi, fichi dovunque si puo’ e in ogni spazio pianeggiante orti e frutteti famigliari di straordina fertilita’. Come quello di mia nonna, che in stagione non sapeva piu’ a chi regalare la verdura. Comunque, a quanto pare, gli Israeliani, invece di fare kibbutz nel Neghev, oggi preferiscono fregare ai palestinesi le terre fertili della Valle del Giordano, cosi’ fanno prima. Nella Valle del Giordano si pratica un’agricoltura estensiva tipo Pianura Padana, campi di grano e serre di verdure a perdita d’occhio. Ai bordi dei campi, sulle basse colline. si trovano gli accampamenti dei pastori nomadi beduini. Probabilmente vivono da secoli in simbiosi con gli agricoltori, dopo il raccolto hanno il permesso di mandare le bestie nei campi, cosi’ li puliscono e li fertilizzano, come i Peul in Africa Occidentale. Nel resto dell’anno le greggi e le mandrie pascolano nei terreni non coltivabili. Alcuni giorni fa siamo andati ad Atouf, una zona dove 22 famiglie beduine vengono cacciate dalle loro tende per 24 ore una volta alla settimana dall’esercito israeliano che usa i loro terreni di pascolo per fare le esercitazioni a fuoco. Beh! Tanto sono nomadi direte…pero’ una tenda beduina non e’ mica come le igloo della Ferrino che si smontano e rimontano in un attimo, Spostarla un lavoro lungo che non si puo’ fare in una giornata, per cui le famiglie devono passare un giorno e una notte all’addiaccio mentre i soldati gli prendono allegramente a cannonate la collina di fronte a casa.
L’altra sera a Nablus abbbiamo partecipato alla festa di bentornato di un militante del Fronte Popolare che e’ stato liberato dopo 9 anni di carcere. I suoi compagni volevano fare davvero le cose in grande, han montato un palco in una bellissima piazza della citta’ vecchia, davanti alla grande moschea. Nella piazza c’e’ una torre con un orologio, l’hanno usata per appendere uno striscione enorme con la foto di quest’uomo oggi e quella di quando e’ stato arrestato. Un ragazzino che imbraccia il mitra e guarda serio davanti a se e un adulto con il sorriso malinconico di chi ne ha viste troppe troppo presto. Dava il modo di riflettere su quanta sofferenza provoca l’occupazione israeliana e su quanto coraggio ci vuole a battersi come fanno i palestinesi da sessantacinque anni. Un paio di camerieri servivano bevande, ragazzi sparavano botti e fuochi d’artificio, la sua mamma, raggiante, salutava e ringraziava tutti. Lui lo hanno portato in piazza su un cavallo, o almeno ci hanno provato visto che la povera bestia, spaventata dalla musica e dai botti, si e’ imbizzarrita e ha rischiato di disarcionarlo. Lo han fatto scendere e ha potuto darsi alle danze sfrenate con gli amici, che non la finivano piu’ di abbraccialo, di portarlo in spalla e di lanciarlo in aria. E’ stato molto commovente.
Oggi manifestazione settimanale a Kufr Quaddoum, un paese dove gli israeliani hanno pensato bene di interrompere la strada che collega questo villaggio a Nablus. Ragioni di sicurezza, passa vicino ad una delle loro colonie. Coai’ gli abitanti devono fare un giro pazzesco per andare a scuola o a lavorare. C’ero gia’ andato a Ottobre e era stato un macello. I soldati erano di fronte a noi con le jeep, ma anche sulla collina di fianco, arrivavano lacrimogeni da ogni parte. Oggi invece e’ andato tutto stranamente liscio. Siamo partiti come al solito dopo la preghiera di mezzogiorno, eravamo tanti, piu’ della volta passata. Arrivati al road block vediamo le solite jeep sulla strada e i soldati sulla collina. Ora si balla, penso, invece niente. Gli shebab si avvicinano prendono le pietre e le tirano sui mezzi. Quello di testa tenta un paio di affondi e viene sommerso di sassate, poi incredibilmente si ritirano dietro ad un edificio. Sara’ una nuova tattica, magari non gli e’ arrivato il rifornimento o forse hanno finito il budget trimestrale dei candelotti, fatto sta che si prendono insulti e sassi senza reagire. Lo stesso succede sulla collina dove i manifestanti arrivano vicinissimi ai soldati che saltano qua’ e la’ per evitare le pietre, ma non tirano neppure un colpo. I leader locali pensano che gli israeliani vogliano attirarci in una trappola, sospettano che un gruppo di loro sia appostato nella casa dietro la quale si son spostate le jeep, pronto a saltar fuori ed arrestarci. Se e’ una tattica funziona male, facciamo in tranquillita’ tutto quello che la volta scorsa abbiamo fatto correndo avanti e indietro con la gola che bruciava per il gas. Ad un certo punto gli shebab ammucchiano copertoni sulla strada, a cui poi danno fuoco. Gli israeliani fanno venire un bulldozer corazzato. I soliti esagerati. Pero’ non intervengono e quando i pneumatici si consumano ce ne torniamo a casa. Fra una settimana di nuovo. PS A noi e’ andata bene, a a Nabi Saleh una attivista spagnola si e’ beccata ben tre proiettili di gomma, uno nella gamba, un altro nella pancia e un terzo nella schiena. Nulla di grave, per fortuna.
Benvenuti a Disneyland Palestina.