Il circo più pazzo del mondo 4

Ciao a tutt@

Ultimi giorni a Nablus. Chi stara’ qui piu’ a lungo di me li passa in incontri con i comitati di resistenza popolare dei villaggi. I palestinesi  non sono un popolo di eroi, sono una popolazione come tutte le altre con i suoi problemi e le sue dinamiche, i villaggi hanno la loro storia e i rapporti non sono sempre idilliaci, come non lo sono, per gli stessi motivi, quelli tra le persone. E poi a lavorare insieme bisogna imparare e non e’ mai facile. In questo i ragazzi dell’Ism sono importanti facilitatori. Il coordinatore di prima era davvero bravo, si e’ fatto le ossa facendo l’organizzatore sindacale a Miami, con gli addetti alle pulizie. Sara’ un pregiudizio, ma se fai il sindacalista negli Usa secondo me sei uno nato per stare sulla breccia e in questo caso mi pare di poterlo confermare. E’ tornato a casa la settimana scorsa. Gli hanno organizzato una festa a sorpresa a cui ha partecipato un sacco di gente e bastava uno sguardo in giro per vedere come e’ composita la societa’ palestinese e come lui fosse riuscito ad avere buoni rapporti con tutti. C’erano diversi leader religiosi, di quelli davvero super osservanti, veri salafiti. Quelli che si fan crescere la barba e si radono i baffi, che portano sempre il vestito bianco del Haji, il pellegrinaggio alla Mecca. C’erano i maggiorenti dei villaggi, contadini sessantenni baffuti e panzuti che assomigliavano un po’ tutti a Giuseppe Buttazzi, il sindaco Peppone di Guareschi.  C’era anche un personaggio che sembrava uscito da un romanzo di Mahfuz, una specie di intellettuale di campagna con il completo grigio un po’ liso, gli occhiali con la montatura d’oro e il rosario islamico in mano. C’erano i ragazzi del centro giovanile, con i capelli tagliati alla moda, le stesse scarpe e le stesse felpe di chi viene a sentire i concerti al Centro Sociale. C’erano le ragazze, alcune a capo scoperto, altre coll’hijab colorato portato insieme a jeans, gonne attillate e giubbini aderenti. Se i barbagianni dell’islamismo han introdotto il velo per rendere le donne meno femminili e attraenti queste signorine li hanno fregati,

Un altro esempio di come sia varia la situazione qui in Cisgiordania e di quanto poco funzionino i luoghi comuni l’abbiamo avuta a Turmus Ayya, dove siamo andati a piantare i nostri soliti ulivi. Questo villaggio e’ abitato da palestinesi che son rientrati dalla diaspora dopo gli accordi di Oslo. Molti erano emigrati negli Stati Uniti e non pochi hanno fatto i soldi. La deviazione che dalla strada principale porta al villaggio ha il solito cartello che avverte gli israeliani che avventurarsi in quelle zone potrebbe essere pericoloso per la loro vita (ricordate la sindrome PREtraumatica da stress?) ma una doppia fila di palme curatissime ai bordi della strada segnala che stavolta e’ diverso. Ci vengono a prendere con un SUV da paura e arriviamo in una sala dove e’ in corso una fiera con esposti i prodotti di varie cooperative agricole e artigianali. Passeggio tra  i banchi, guardo in giro, assaggio i prodotti che mi offrono, compro un regalino per Vittoria e ad un certo punto mi blocco, chiedo al ragazzo sudafricano che e’ con me: “E’ la mia immaginazione o le ragazze della scuola parlano inglese fra di loro? ” Sono tutte in  rigorosa divisa islamica: palandrana nera e velo bianco. E’ cosi’, conferma il mio amico, il vestito e’ mediorientale, ma l’istruzione e’ anglosassone. Intorno vediamo villoni da quindici stanze minimo costruiti in stile truzzo-moresco, con intorno le aiuole e i giardini di chi puo’ non badare a spese. ” Hollywood, Palestine!!” sbotto e le ragazze americane del Women Peace Service scoppiano a ridere.

Partiamo per andare a piantare gli ulivi, in macchina naturalmente, noi tutti sopra un pick up. Arriviamo sulla collina che domina il villaggio. Da li si possono vedere i campi coltivati a grano e ceci, gli appezzamenti cintati con dentro gli alberi piantati in file ordinate. Ma sopratutto si puo’ vedere come il luogo comune per cui gli israeliani avrebbero portato il progresso in una regione arretrata e introdotto i valori del lavoro e dell’iniziativa in una societa’ indolente sia assolutamente falso. Quando i palestinesi hanno potuto disporre di capitali e istruzione hanno fatto fruttare questa terra come e meglio di loro. Oggi il lavoro e’ una pacchia, i solchi li scava un trattore con l’aratro e per l’irrigazione ne arriva un altro con una botticella sul rimorchio. Arrivano anche i soldati, si piazzano sulla cima della collina, ma non sembrano intenzionati ad intervenire. Stanno solo a guardare, in piedi accanto alla jeep, tanto che ad alcuni ragazzi del posto viene l’idea di andare a piantare un paio di alberi proprio dove sono loro e mi chiedono di accompagnarli. Per me va bene, ma dopo pochi passi veniamo bloccati dal proprietario del campo che non vuole tirare troppo la corda. Tornando indietro un signore anziano mi dice nello spagnolo imparato in una vita di lavoro in Argentina che quegli alberi dureranno poco. I coloni e i soldati verranno a sradicarli. Fan sempre cosi’. Mi racconta anche di una serie di violenze, dai semplici danneggiamenti all’omicidio, dieci anni fa, del padre del trattorista.

Intanto a Burin, un villaggio dove la resistenza e’ forte, i militari han devastato il centro comunitario e arrestato senza accuse diversi ragazzi. Danneggiamenti e sequestri, metodi piu’ da mafia che da esercito.  Ma se teniamo conto di quello che ho detto finora e’ anche naturale. Se qui la lotta fosse tra un gruppo di rivoluzionari e le truppe di occupazione servirebbe l’attivita’ investigativa per scoprire i quadri della resistenza e neutralizzarli. Ma qui gli israeliani vogliono semplicemente rendere la vita impossibile ai palestinesi  in genere, ad ognuno degli individui di cui vi ho scritto, non importa quanto diversi siano fra loro, con l’obiettivo di farli andare via. Non ce l’hanno con i palestinesi perche’ fanno resistenza, ce l’hanno con i palestinesi perche’ esistono. Perche’ sono gli “occupanti abusivi”, da dodici secoli, della terra che Javhe’ ha promesso a loro.

Benvenuti a Disneyland Palestina

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